Buenos Aires, 2009. Un’antropologa dell’Equipo argentino de antropologia forense. (Cezaro De Luca, Epa/Ansa)

Gli indizi nelle ossa

Buenos Aires, 2009. Un’antropologa dell’Equipo argentino de antropologia forense. (Cezaro De Luca, Epa/Ansa)
07 marzo 2019 14:14

Questo articolo è uscito il 25 febbraio 2011 nel numero 886 di Internazionale. L’originale era uscito sul settimanale messicano Gatopardo, con il titolo El rastro en los huesos.

Non è grande. Sono solo quattro metri per quattro. Il soffitto è alto, le pareti sono bianche e poco curate. La stanza – in un vecchio appartamento in un quartiere popolare e commerciale di Buenos Aires – è anonima: nessuno ci arriva per sbaglio. Il pavimento di legno è coperto di giornali e sopra ci sono un maglione a righe, una scarpa e delle calze. Oltre a questo, ci sono solo ossa. Sono le quattro di pomeriggio di un giovedì di novembre. Patricia Bernardi è ferma sul vano della porta. Ha gli occhi grandi e i capelli corti. Prende un femore e se lo appoggia sulla coscia. “Le ossa delle donne sono più sottili”, dice.

Tra il 1976 e il dicembre del 1983 la dittatura militare argentina ha sequestrato e ucciso migliaia di persone che sono state sepolte senza nome in cimiteri e tombe clandestine. Nel maggio del 1984, su richiesta delle Abuelas de plaza de Mayo (le nonne che cercano i loro nipoti, figli dei desaparecidos), sono arrivati in Argentina sette membri dell’American association for the advancement of science. C’era anche Clyde Snow, un antropologo forense specializzato nell’identificazione di resti ossei e in grado di leggere nelle ossa le tracce della vita e della morte. Nato nel 1928 in Texas, Snow era noto per aver identificato i resti del medico nazista Josef Mengele in Brasile. Beveva come una spugna, fumava sigari cubani, portava cappello e stivali texani e viveva in un paese dove i criminali non coincidevano con una macchina statale che ingoiava le persone e ne sputava le ossa. In quel viaggio tenne una conferenza sulla scienza forense e i desaparecidos a La Plata. La traduttrice, spaventata dalla mole di termini tecnici, si arrese a metà conferenza. Allora un uomo biondo si alzò e disse: “Io so l’inglese”. Fu così che Morris Tidball Binz, 26 anni, uno studente di medicina che parlava un inglese perfetto, entrò nella vita di Clyde Snow.

Nelle settimane successive Snow partecipò ad alcune riesumazioni su richiesta di giudici e familiari dei desaparecidos, sempre in compagnia del suo nuovo traduttore. A giugno, quando riesumò sette cadaveri da un cimitero di periferia, spedì una lettera all’associazione degli antropologi argentini chiedendo una collaborazione. Ma non ricevette nessuna risposta. Fu allora che Morris Tidball Binz disse: “Ci penso io, ho degli amici”. L’amico era uno solo, si chiamava Douglas Cairns, studiava antropologia all’università di Buenos Aires e fece circolare la voce tra i suoi compagni di corso: “Un americano cerca aiuto per riesumare i resti dei desaparecidos”. “Sono abituata a dissotterrare guanachi, non persone”, disse Patricia Bernardi, 27 anni, studentessa di antropologia, orfana di entrambi i genitori e dipendente dell’azienda di trasporti di suo zio. “A me non piacciono i cimiteri”, afermò Luis Fondebrider, studente al primo anno di antropologia. “Non ho mai fatto una riesumazione”, confessò Mercedes Doretti, anche lei iscritta al corso di laurea in antropologia, fotografa e dipendente di una biblioteca itinerante.

Ma poi pensarono che forse valeva la pena capire di cosa si trattava. Il 14 giugno 1984 Patricia Bernardi, Mercedes Doretti, Luis Fondebrider e Douglas Cairns incontrarono Clyde Snow e Morris Tidball Binz all’hotel Continental, nel centro di Buenos Aires. Alla fine della serata salutarono Snow promettendogli che gli avrebbero fatto sapere qualcosa. “Facevano tenerezza perché non avevano nessuna esperienza”, raccontò anni dopo Snow al quotidiano Página 12. “Gli spiegai che sarebbe stato un lavoro sporco, deprimente e pericoloso. E che non c’erano soldi. Mi dissero che ne avrebbero discusso e mi avrebbero dato una risposta in breve tempo. Ero sicuro che fosse un modo gentile per dirmi di no, ma il giorno dopo tornarono”.

“Avremmo partecipato a una riesumazione e poi avremmo deciso se continuare o meno”, ricorda Bernardi. “Ci demmo appuntamento presto davanti all’albergo e andammo al cimitero con le macchine della polizia. Non ero mai entrata in un cimitero, ma con Clyde sembrava tutto meno difficile. Scendeva con noi nella fossa, si sporcava, ci fumava e ci mangiava dentro. È stato un buon maestro, perché una cosa è riesumare delle ossa di guanachi o di leoni marini, un’altra trovare il cranio di una persona. Quel giorno rimuovemmo i resti, andammo all’obitorio e scoprimmo che non erano quelli che cercavamo. Clyde cominciò a parlare di traiettorie di proiettile con il personale dell’obitorio. Non ci capivamo niente. C’erano i familiari, e io mi rivolsi al giudice: ‘Gli dica che non sono i resti che cercavano, queste persone hanno già sofferto abbastanza’. Il loro pianto fu indescrivibile. Uscimmo da lì alle tre di mattina. È stata la riesumazione più lunga della mia vita”.

Stabilimmo dall’inizio un rapporto con i familiari delle persone scomparse

Ne seguirono molte altre. Tra il 1984 e il 1989 Clyde Snow trascorse più di venti mesi in Argentina. Gli studenti lo accompagnavano nelle riesumazioni, addentrandosi poco a poco nelle acque di una professione che nel paese non aveva precedenti né prestigio. “Nessuno capiva cosa stavamo facendo. Eravamo dei becchini speciali o dei medici forensi?”, racconta Mercedes Doretti. “L’accademia ci guardava storto perché pensava che non fosse un lavoro scientifico”.

I collaboratori di Snow, poco più che ventenni, passavano i fine settimana nei cimiteri di periferia, scavando nella terra ancora fresca delle tombe sotto lo sguardo dei familiari. “Stabilimmo in dall’inizio un rapporto con i familiari dei desaparecidos”, ricorda Fondebrider. “Avevamo l’età dei loro figli quando scomparvero. E toccavamo i loro morti. Toccare i morti crea un rapporto speciale con le persone”. Avevano paura e si muovevano sempre insieme. E la gente cominciò a chiamarli “il banco di pesci”. Non parlavano con nessuno di quello che facevano e, quando dovevano discutere di lavoro, si davano appuntamento a casa di Patricia o di Mercedes.

Nel 1985 andarono a Mar del Plata per riesumare i resti di una desaparecida, sicuri come sempre di essere dalla parte dei buoni. Le Madres de plaza de Mayo li stavano aspettando. “Volevano impedire la riesumazione”, ricorda Mercedes Doretti. “Credevano che Snow fosse un agente della Cia e che il governo cercasse di mettere a tacere tutto distribuendo sacchetti pieni di ossa. Ci insultarono. Fu un brutto momento: le nostre eroine erano contro di noi. Dopo aver riesumato i resti, andammo in spiaggia a guardare il mare”.

Uno stile di vita
Quello stesso anno Clyde Snow rilasciò una dichiarazione nel Juicio a las Juntas (il processo voluto da Raúl Alfonsín contro le prime tre giunte della dittatura militare) e proiettò in aula una diapositiva della riesumazione a Mar del Plata: era una ragazza – Liliana Pereyra – con il cranio perforato da diversi proiettili. “Quello che stiamo facendo”, disse Snow, “impedirà a futuri revisionisti di negare quello che realmente è accaduto”.

Il tempo passò e gli antropologi ottennero dei finanziamenti. Nel 1987 si registrarono come associazione civile senza fini di lucro con il nome di Equipo argentino de antropología forense, con l’obiettivo di praticare “l’antropologia forense applicata ai casi di violenza di stato, violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità”. Al gruppo si unirono Darío Olmo, studente di archeologia e dipendente comunale; Alejandro Incháurregui, studente di antropologia e bigliettaio all’ippodromo; Carlos Somigliana (Maco), studente di antropologia e legge, aiutante dei magistrati Moreno Ocampo e Strassera durante il Juicio a las juntas; Silvana Turner, studentessa di antropologia sociale, e Anahí Ginarte, studentessa di antropologia.

Córdoba, Argentina, 2003. Antropologi forensi lavorano nella più grande fossa comune risalente agli anni della dittatura. (Eaaf/Reuters/Contrasto)

Nel 1988 furono chiamati come periti per scavare nel settore 134 del cimitero di Avellaneda, una zona nella periferia di Buenos Aires dove i militari avevano sotterrato centinaia di cadaveri. Pochi di loro avevano più di 22 anni. La fossa di Avellaneda rimase aperta due anni: l’Equipo trovò 336 cadaveri, quasi tutti con ferite di arma da fuoco sul cranio, molti ancora non identificati.

Gli uffici dell’Equipo si trovano in due appartamenti uguali, al primo e al secondo piano di un palazzo in stile francese nel quartiere Once. Il secondo piano non ha nome. Il primo si chiama Laboratorio. Per il resto hanno lo stesso numero di stanze, gli stessi bagni e una cucina in fondo al corridoio. Non ci sono quasi tracce della vita privata di chi ci lavora. Alle pareti sono appesi un quadro e un poster del Metropolitan museum, ma nessuno ci fa più caso. Ci sono lavagne, pannelli di sughero con i volantini delle pizzerie che fanno consegne a domicilio e alcune cartoline di scheletri che ballano: sono le feste latinoamericane della morte. Sul terrazzo ci sono due cactus e al muro sono appiccicate cartine e mappe. Alcune hanno dei segni che indicano i centri di detenzione clandestina.

L’ufficio di Luis Fondebrider è al secondo piano. Insieme a Mercedes Doretti e a Patricia Bernardi, è l’unico rimasto del gruppo originale. Douglas Cairns ha collaborato solo a un paio di riesumazioni e Morris Tidball Binz è andato a lavorare alla Croce rossa nel 1990 e ora vive a Ginevra. Alla fine degli anni novanta al gruppo si sono unite altre persone – Miguel Nievas, Sofía Egaña, Mercedes Salado – e per molto tempo non sono stati più di dodici. Ma all’inizio del nuovo secolo la possibilità di applicare la tecnica del dna alle ossa ha ampliato le possibilità del loro lavoro e ora sono 37.

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L’Equipo argentino de antropología forense ha lavorato in più di trenta paesi, chiamato da varie istituzioni: il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, l’Ufficio dell’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, le commissioni per la verità delle Filippine, del Perù, del Salvador e del Sudafrica, le magistrature di Etiopia, Messico, Colombia, Sudafrica e Romania, il comitato internazionale della Croce rossa, la commissione presidenziale per la ricerca dei resti di Ernesto Che Guevara e la commissione bicomunale per i desaparecidos di Cipro.

“I compensi per le missioni internazionali vanno in un fondo comune”, spiega Fondebrider. “Non chiediamo niente ai familiari delle vittime. Ci sosteniamo con il finanziamento di una ventina di donatori privati europei e statunitensi e di alcuni governi europei. Non riceviamo fondi né da associazioni civili né da donatori privati argentini”. L’Equipo lavora nell’ombra. Ma ogni tanto qualche identificazione lo fa balzare sulle prime pagine dei giornali. È successo nel 1989 con Marcelo Gelman, il figlio di Juan Gelman, il poeta argentino che vive in Messico; nel 1997 con Che Guevara in Bolivia e nel 2005 con Azucena Villalor, la fondatrice delle Madres de plaza de Mayo scomparsa nel 1977.

La scrivania di Silvana Turner, al piano di sopra, è circondata da scatoloni con la scritta Kosovo, Togo, Sudafrica, Timor, Paraguay: i peggiori massacri del novecento. Silvana Turner ha i capelli corti e la faccia pulita. È entrata nell’Equipo nel 1989. “Se il familiare non desidera recuperare i resti, non interveniamo”, spiega. “Non agiamo mai contro la volontà delle famiglie. Ricevere la notizia di un’identificazione è doloroso, ma è anche un atto di riparazione. In altri ambiti questo lavoro è fatto in modo più asettico. Le persone che studiano i resti non parlano con il familiare e non restituiscono i resti. Noi l’abbiamo sempre fatto”.

Ogni tanto qualche riesumazione porta l’Equipo sulle prime pagine dei giornali

In tutti questi anni l’Equipo ha identificato trecento cadaveri restituendo i resti alle famiglie. Incrociando dati e documenti, ha capito e ha spiegato il destino di altre trecento persone i cui cadaveri non sono mai stati rinvenuti. “Se dovessi scegliere un sentimento per descrivere il mio lavoro, sarebbe la frustrazione. Vorremmo poter dare le risposte molto più velocemente”, dice Silvana.

Una porta si apre e poi si chiude come una piuma. Mercedes Salado poggia sulla scrivania una cassetta con la scritta “frutta e verdura”. Poi saluta e si accende la prima sigaretta della giornata. È spagnola, biologa, ha lavorato in Guatemala dal 1995 e fa parte dell’Equipo dal 1997. Per molto tempo i suoi genitori, due pensionati che vivono a Madrid, hanno pensato che il suo lavoro fosse illegale. “Quando ho cominciato a lavorare nessuno sapeva bene com’era l’America Latina, e io andavo sulle montagne a riesumare resti di guatemaltechi. I miei genitori avevano paura che un giorno qualcuno li chiamasse per informarli che ero stata arrestata per aver rubato un cadavere”, dice. “Dell’Equipo mi sorprende la sua coerenza. Si mantiene con i suoi progetti, ma c’è anche un fondo comune. Chi va in missione internazionale mette il suo stipendio nel fondo comune. Il nostro lavoro ha qualcosa di romantico. È uno stile di vita: conta più della famiglia, del tuo compagno, della voglia di avere figli. Ci siamo dimenticati compleanni e anniversari di matrimonio, ma non ci siamo mai scordati un appuntamento con un familiare. In fondo facciamo così poco: risaliamo all’identità di una persona. È la risposta che la famiglia chiedeva da tempo. Tutto qui. Ma quando vedi la reazione sulla faccia della della gente, capisci che ne è valsa la pena. Restituisci dignità ai morti e anche ai vivi”.

Alcune giovani donne sono impegnate sul tavolo del laboratorio. Settimana dopo settimana, come se una marea capricciosa e interminabile li trasportasse fin lì, arrivano nuovi scheletri. “Sono mischiati. Io ho cinque mandibole, sono almeno cinque persone”, dice Gabriela mentre ricompone due frammenti di ossa. Le ore passano così: osservando e ricomponendo ossa, rintracciando lesioni compatibili con colpi o armi da fuoco, e occupandosi della burocrazia: bisogna annotare tutto su schede dettagliatissime. Mariana Selva – gli occhi chiari, le unghie corte e rosse – prepara un cranio e una mandibola per i raggi x.

Analía González Simonett ha un anello al naso e porta quasi sempre un cerchietto per i capelli. Insieme a Mariana, è una delle ultime a essere entrata nell’Equipo.

“Quello che continua a impressionarmi sono i vestiti. Aprire una fossa e vedere i vestiti. Mi impressiona anche vedere i familiari. Una volta abbiamo restituito dei resti a una signora. Aveva due figli, entrambi scomparsi, e noi siamo riusciti a identificarli tutti e due. L’abbiamo portata nel luogo in cui avevamo rinvenuto i resti. Prima di metterli in un’urna li abbiamo stesi su un tavolo come questo. ‘Josecito’, diceva toccando le ossa. Il modo in cui toccava le ossa era così empatico. A un certo punto ha chiesto: ‘Posso dargli un bacio sulla fronte?’”.

Il 6 gennaio 1990 i resti di Marcelo Gelman furono vegliati in pubblico. Ma prima la madre, Berta Schubarof, volle dargli l’ultimo saluto da sola. Negli uffici dell’Equipo, tredici anni dopo averlo visto per l’ultima volta, baciò le ossa di suo figlio.

Sulla scrivania di Miguel Nievas c’è un cranio di plastica che serve da posacenere, un dattilogramma, uno schema del dna nucleare, una biblioteca, alcuni libri, varie cartine. Lavora in una stanza che non dà sulla strada, con una sola finestra e poca luce. Miguel Nievas ha poco più di trent’anni. Viveva a Rosario, una città dell’entroterra argentino, ed è entrato nell’Equipo alla fine degli anni novanta. “Lavoravo all’obitorio di Rosario, stavo studiando dei resti ossei e avevo bisogno di aiuto. Ho telefonato e ho parlato con Patricia, che mi ha chiesto se potevo portare le ossa a Buenos Aires. Ho continuato a collaborare ad alcuni progetti da Rosario e poi nel 2000 mi hanno chiesto di andare in Kosovo. Ho accettato, anche se non sapevo bene dove stavo andando. Quando l’aereo è atterrato in Macedonia e ho visto i carri armati e i soldati , ho pensato: ‘Dove sono finito!’. Non parlavo inglese e all’obitorio facevamo trenta o quaranta autopsie al giorno. Mi sono appassionato a questo lavoro in Argentina. Quando cominci a fare ricerche su un caso finisci per conoscere la persona come se fosse stata una tua amica. Devi mantenere un certo distacco, però, altrimenti rischi di scoppiare. Ognuno ha il suo modo di scoppiare”.

El Petén, Guatemala
Darío Olmo è entrato nell’Equipo nel 1985 su invito di Patricia Bernardi. Era uno studente di antropologia di 28 anni, che protocollava fascicoli seduto al tavolo d’ingresso di un ufficio del governo. “Snow mi è stato subito simpatico”, racconta. “Non capivo una parola di inglese, ma comunicavamo nella lingua universale dell’alcol. Il lavoro mi ha salvato. Bevevo, protocollavo fascicoli e non andavo bene all’università. Questo mestiere è il contrario della routine: è un lavoro tra amici. Tra noi è subito nato un rapporto insolito. Una volta Patricia ha dato tutti i soldi di un appartamento che aveva appena venduto a un collega per aiutare la moglie malata. Sono le persone che conosco meglio e che mi conoscono meglio, nel bene e nel male. Quante possibilità ha uno studente di archeologia di visitare il Congo se non fa un lavoro assurdo come il mio? Le persone rimangono sempre sconvolte. Quando racconto che parto per vedere fosse comuni, obitori e cimiteri, pensano che sia una cosa orribile. Ma per me sarebbe più difficile sedermi in un negozio di due metri per due e aspettare che qualcuno venga a comprare le caramelle. L’unico aspetto brutto sono i giornalisti. Il giornalista si interessa a un fatto e deve fare una specie di corso intensivo per scrivere due o tre cose, senza cogliere gli aspetti più complessi del
nostro mestiere”.

Sono le sette di sera di un venerdì e in un’aula della facoltà di medicina dell’università di Buenos Aires Sofía Egaña e Mariana Selva tengono una lezione sulle ossa e sulle lesioni a un piccolo gruppo di studenti. “Quando l’osso è fresco contiene umidità e reagisce diversamente alla frattura rispetto a un osso secco. L’osso rimane fresco anche dopo la morte. La diagnosi dipende dal tipo di frattura e dalla colorazione”, spiega Selva mentre proietta immagini di ossa fratturate e secche, fratturate e umide, fratturate e bianche. “Le ossa conservano tracce della vita”, dice Egaña parlando di uno scheletro. “Vedete i picchi di artrosi? Come definireste questa mandibola? Toccatela, prendetela in mano. Cosa vi dice questa dentizione?”.

Quando nacque l’Equipo, in Argentina l’antropologia forense non era ancora una disciplina universitaria. Gli antropologi del gruppo hanno imparato tutto nei cimiteri, dissotterrando persone della loro età e risalendo alla traccia verde della polvere da sparo nei crani. Hanno imparato l’uno dall’altro e oggi vogliono condividere le loro conoscenze.

Buenos Aires, 1999. L’antropologa Anahí Ginarte. (Patrick Zachmann, Magnum/Contrasto)

Nel 2007, quarant’anni dopo la morte di Che Guevara, i mezzi d’informazione hanno messo in moto la loro macchina per i grandi eventi puntandola sui membri dell’Equipo che avevano partecipato alle ricerche su richiesta del governo cubano. “A volte mi sento obbligata a dire che è stato un onore partecipare a quella riesumazione, ma c’era molta tensione. Siamo rimasti lì cinque mesi, poi siamo andati via per tornare solo quando i cubani hanno ritrovato la fossa del Che, nel luglio del 1997. Mi hanno chiamato di sabato. Non ricordo se mi ha telefonato il console o l’ambasciatore cubano, e mi ha detto: ‘Hanno trovato delle ossa’. Quando siamo arrivati, c’erano già due o tre persone che discutevano per decidere chi doveva scattare la foto. Ma quello che ha segnato un prima e un dopo nella mia carriera professionale è stata l’esperienza nel Petén, in Guatemala. Nel 1982 un plotone dell’esercito uccise centinaia di persone. Abbiamo riesumato 162 cadaveri: soprattutto di bambini con meno di dodici anni. Non avevano ferite di armi da fuoco perché, per risparmiare sui proiettili, li avevano uccisi sbattendogli la testa contro il bordo del pozzo e poi gettandoceli dentro. Arriva un momento in cui ti abitui alle ossa piccole: sono belle, perfette”, dice Patricia Bernardi.

Nell’ufficio di Carlos Somigliana – detto Maco – c’è una quantità enorme di scartoffie, disegni di bambini e oggetti che cercano uno spazio come in una piccola cabina di una nave. Dal 1987 Carlos rimette insieme i pezzi delle storie e insegna agli altri a fare lo stesso: intervista i familiari, cerca le testimonianze e incrocia le informazioni.

“Lo stato conduceva una campagna di repressione clandestina e il suo apparato burocratico registrava tutto. È come un ingranaggio con una ruota grande e una piccola: possiamo sapere cosa succede nella prima solo scoprendo quello che è successo nella seconda”, sostiene. “Oggi dobbiamo svolgere il nostro lavoro più velocemente di quando abbiamo cominciato: perché le persone a cui vogliamo comunicare di aver identificato un cadavere nel frattempo potrebbero essere morte. Quando ti scontri con la vecchiaia pensi: ‘Mi devo sbrigare’”.

Codici a barre
“Mi chiamo Margarita Pinto, sono la sorella di María Angélica e di Reinaldo Miguel Pinto Rubio, cileni e militanti dei Montoneros. Sono scomparsi nel 1977. Mia sorella aveva 21 anni. Mio fratello 23”. Margarita racconta la sua storia nella pasticceria La Perla, a quattro isolati dagli uffici dell’Equipo. I resti di sua sorella sono stati identificati dagli antropologi
nel 2006.

“Il dolore per un familiare scomparso è insopportabile, ma poi ti abitui. Quando mi hanno detto che avevano trovato i resti di mia sorella sono caduta in una profonda depressione. Non ho voluto vederli. È come affrontare una seconda perdita, anche se poi arriva il sollievo. Gli antropologi parlano di mia sorella come se l’avessero conosciuta. Io l’ho cercata a lungo. Quando scomparve ero una bambina e cominciai a frequentare i genitori di alcuni suoi amici. Una volta mi invitarono a un matrimonio. A un certo punto una signora si alzò dal tavolo e il marito mi pregò di scusarla. Tutti i giorni si alzava presto per rifare il letto del figlio scomparso. E io ero lì per chiedere di mia sorella. A volte facciamo del male senza rendercene conto”.

A metà del 2007 l’Equipo argentino de antropología forense, la secretaría de derechos humanos e il ministero della sanità hanno firmato un accordo per creare una banca dati genetici dei familiari dei desaparecidos. Si chiede ai parenti un campione di sangue per confrontare il dna con quello di seicento resti non ancora identificati. Il progetto si chiama Iniciativa latinoamericana para la identificación de personas desaparecidas.

Questa mattina Mercedes Salado e Sofía Egaña si muovono nervose intorno a un tecnico incaricato di installare la stampante per i codici a barre: migliaia di etichette identificheranno il sangue dei familiari. “Proviamo”, dice il tecnico. Preme un bottone e la piccola stampante si muove, trema e poi sputa uno, due, dieci, venti codici a barre. “L’aspettiamo da anni”, confessa Mercedes.

Nelle settimane successive tutti si dedicano a spedire questionari ai quattro angoli del paese. Una sera Mercedes Salado, scalza, seduta sul pavimento accanto a una scatola di buste con la scritta “Il tuo sangue può aiutare a identificarlo”, fuma e parla con Patricia Bernardi. “Se riusciranno a identificare tutti, rimarrete senza lavoro”.
“Speriamo”.

Facciamo ipotesi sull’identità di alcune persone sulla base di riesumazioni già fatte

Le nove e mezza di mattina. Da uno degli uffici del primo piano arrivano stralci di conversazione: “Suo fratello è scomparso”. “Non può esserci uno studente di medicina di sessant’anni. Perché non ricontrolliamo le informazioni?”. “Questa Citroën rossa… Qualcuno ha detto qualcosa a proposito di quella Citroën”.

Inés Sánchez, Maia Prynch e Pablo Gallo lavorano alle ricerche preliminari: consultano fonti scritte e orali, diari, formulano ipotesi sull’identità delle ossa. Inés Sánchez, poco più che ventenne, è figlia di desaparecidos. “Sono entrata nell’Equipo due anni fa”, racconta. “Facciamo delle ipotesi sull’identità di alcune persone sulla base delle riesumazioni già fatte. Vediamo quale centro clandestino usava un determinato cimitero e in quali ci sono stati trasferimenti”.

Selva Varela ha un portamento da ballerina, capelli lunghi, occhi chiari e porta gli occhiali. È inclinata su un tavolo e stringe un cranio come se lo stesse cullando. Ha trent’anni e fa parte dell’Equipo dal 2003. I suoi genitori furono sequestrati dai militari e lei venne adottata dai compagni di militanza, rapiti anche loro nel 1980. È cresciuta con i vicini di casa, la nonna e una zia, e nel 1997 è arrivata in questi uffici per cercare i suoi genitori. C’è un momento di euforia e sconcerto: un cranio che credevano fosse lì per sbaglio non è un intruso. La buona notizia, anzi la cattiva, è che appartiene a un desaparecido. Lo sollevano per guardarlo come se fosse un frutto magico. “E se fosse il padre di…?”. È un buon pomeriggio.

Domani
Il cimitero di La Plata è pieno di volte, di lapidi e di croci. E lì, tra quelle croci, ci sono due tombe aperte e i capelli neri di Inés Sánchez. Il sole le illumina la schiena. Attorno ci sono mucchi di terra, secchi, pale: cose con cui giocano i bambini. “Sta andando bene. Abbiamo trovato i resti delle tre donne che stavamo cercando”, dice Inés. Pulisce con un pennello il fondo della fossa, con i piedi aperti per non calpestare le ossa: un cranio, le costole.

Dall’altra parte di un muro a volta, in una zona ombrosa e fresca, Patricia Bernardi, tre becchini, un uomo e due donne stanno intorno a Maco che spala via la terra da una fossa. Quando compare uno straccio grigio – i vestiti – Maco sale ed entra Patricia. Lì vicino una donna dai tratti affilati cammina fumando. È qui per i resti di Stella Maris, 23 anni, studentessa di medicina, scomparsa negli anni settanta: era sua sorella. Patricia scava la terra con un secchio e riporta alla luce le ossa incastrate tra le radici degli alberi. “È a pancia in su e ha una calza”, afferma. Le calze sono preziose: sono borse perfette per le ossa scomposte.

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“Il cranio è rovinato. Qui c’è un proiettile. Nell’emitorace sinistro, parte inferiore. Ha le mani così, sulla pelvi”. Poi estraggono lo scheletro dalla tomba e lo infilano, un osso alla volta, in sacchetti con la scritta piede, denti, mani. La donna dai tratti affilati si affaccia sulla fossa. “Non so se è mia sorella”, afferma. “Ha le ossa molto lunghe”. “Non vuol dire niente”, risponde Maco.

In un’altra fossa qualcuno ritrova un maglione a righe e un cranio con tre fori di proiettile rotondi: le ossa delle donne sono più sottili.

Domani, in una stanza del quartiere Once, sui giornali del giorno prima, metteranno ad asciugare le ossa, il maglione rotto e la scarpa. Ma oggi, nel cimitero, la sera è un velo celeste sfilacciato solo a tratti da una lieve brezza.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito il 25 febbraio 2011 nel numero 886 di Internazionale. L’originale era uscito sul settimanale messicano Gatopardo, con il titolo El rastro en los huesos.

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