Durante un incontro sulla deforestazione tra i leader delle comunità indigene e i rappresentanti del governo brasiliano ad Altamira, nello stato del Pará. (Mauro Pimentel, Afp)

L’Amazzonia che resiste

Durante un incontro sulla deforestazione tra i leader delle comunità indigene e i rappresentanti del governo brasiliano ad Altamira, nello stato del Pará. (Mauro Pimentel, Afp)
04 ottobre 2019 08:59

Breves è una cittadina in pieno delta del rio delle Amazzoni, sull’isola di Marajó, grande due volte la Lombardia. È lontana undici ore di battello o sei ore di catamarano da Belém, la capitale del Pará, uno dei grandi stati dell’Amazzonia brasiliana. Ha una chiesa cattolica ben visibile sul lungofiume, una piazza alberata per il passeggio serale. Ha anche un hotel con palmette, piscina e cocktail bar in stile Miami Beach, dove i (pochi) benestanti della città vanno a rinfrescarsi. L’hotel porta lo stesso nome della maggiore compagnia di navigazione del delta, la Bom Jesus, che possiede anche una catena di distributori di benzina, supermercati e farmacie: appartiene a una delle due famiglie di proprietari terrieri e imprenditori che dominano la regione. Anche la famiglia concorrente possiede una compagnia di navigazione, piantagioni e supermercati. Terra e commercio, il connubio che domina l’Amazzonia.

Per raggiungere la favela di Breves bisogna seguire il lungofiume, oltre l’imbarcadero della Bom Jesus e la fila di negozietti che espongono utensili, amache, attrezzi da pesca, generi alimentari, telefoni di seconda mano. Dopo poche decine di metri l’asfalto scompare e la strada diventa una pista di terra tra case di legno costruite su piattaforme sopraelevate. “Nella stagione delle piogge tutto strabocca, siamo in un acquitrino fangoso”, spiega Sandra Araújo, giovane missionaria e assistente sociale che ha scelto di vivere in questa favela.

Più ci addentriamo, più le case diventano catapecchie. A volte la strada scavalca un fiumiciattolo laterale, dove si vede una canoa legata a una palafitta. Un po’ villaggio fluviale e un po’ favela urbana, segno di una trasformazione ormai inesorabile pure in Amazzonia. Anche se l’immaginario di questa regione è legato alla foresta e ai fiumi che la solcano, ai popoli indigeni e alle comunità tradizionali, ormai il 70 per cento della popolazione amazzonica vive in aree urbane come questa. Metropoli storiche come Manaus e Belém, con più di due milioni di abitanti, hanno almeno un paio di secoli di storia. Ma negli ultimi trent’anni si sono moltiplicati anche i centri urbani più piccoli, cresciuti per lo più attorno al commercio di prodotti agricoli o di minerali. Qui nel delta ce ne sono una cinquantina, tra i diecimila e il milione di abitanti: con i suoi centomila residenti e una sede dell’Università federale del Pará, Breves è una città dalle dimensioni medie. Quando si dice città però bisogna intendersi: le strade asfaltate sono poche e le infrastrutture sono minime. Basta uscire dal centro per rendersene conto.

“Come si vive in una favela amazzonica? La prima cosa da dire è che manca l’acqua potabile”, risponde Luciane Ribeiro, i capelli raccolti da una fascia multicolore come un turbante. “Sì, è paradossale: siamo circondati dall’acqua, ma quella filtrata arriva solo ai quartieri centrali di Breves, qui non ci sono fognature né acqua corrente. Il fiume è lercio, ma gli abitanti usano la sua acqua per lavarsi, bere, cucinare. Molti si ammalano di diarrea, e per i bambini spesso è letale”.

Sandra Araújo e Luciane Ribeiro, chiamata Lou, sono due suore cattoliche dell’ordine di Nostra Signora di Namur. E sono anche due attiviste. Vivono insieme a una consorella nella casa fatta costruire nel 2005 da una donna di grande carisma, la missionaria Dorothy Stang, uccisa quello stesso anno ad Anapu. “Il nostro progetto è stare con i poveri nei luoghi più abbandonati”, spiega Araújo, capelli ricci e maglietta color pastello. E che questo ammasso di casupole sia povero e abbandonato non c’è dubbio.

Lavori informali e precari
La casa delle missionarie non è diversa dalle altre, salvo per il legno più solido. È costruita su palafitta come le altre: “Nell’acquitrino qui sotto c’è un pesce cobra. Ma finché non metti le mani in acqua non è pericoloso”, ride Lou. Non ci sono grate né lucchetti, tanto comuni nelle città brasiliane perfino nei quartieri più poveri. Loro però si sentono al sicuro, dicono, grazie al rispetto suscitato dalla prima missionaria che si era stabilita in questa casa, “una donna dai capelli bianchi che parlava con tutti e ha visto crescere i figli dei vicini. Lo stesso rispetto ora si estende a noi”.

Le due suore tengono un doposcuola nella grande veranda sul retro: “È molto frequentato e siamo contente, anche se sappiamo che i bambini vengono soprattutto per la merenda: molti qui faticano a mettere insieme pranzo e cena”. La mancanza di cibo nutriente è anche il motivo del ritardo scolastico, osserva Araújo: “Molti faticano a leggere. Stentano a memorizzare le lettere dell’alfabeto, non riescono a concentrarsi. Inoltre, non hanno accesso a libri, salvo che a scuola. Così facciamo gruppi da tre a cinque bambini per seguirli meglio”.

La deforestazione ad Altamira, nello stato del Pará, il 28 agosto 2019. (Joao Laet, Afp)

“Spesso i bambini sono lasciati a se stessi”, spiega Ribeiro. Per andare a lavorare, le madri li devono affidare ai vicini. Pochi crescono con i genitori, più spesso sono affidati a nonni o zii, o altri adulti. Di cosa vive la favela? “Di lavoretti. Alcuni fanno i venditori ambulanti con i carretti in giro per la città, vendono bibite o cibi cucinati. Altri trovano lavori al porto. Le donne magari fanno le domestiche per le famiglie del centro”. Un’economia informale e precaria. Il mercoledì e il sabato in città c’è il mercato, e chi ha ancora un po’ di terra da coltivare va a vendere ortaggi e frutta.

È l’imbrunire di un giovedì di metà settembre, alcuni bambini giocano per strada, mentre qua e là nelle verande si vendono bibite e birra, e intorno si formano capannelli di uomini. Nei fine settimana l’atmosfera si scalda, raccontano Ribeiro e Araújo: “Spesso gli uomini si sbronzano e scoppiano continue risse”, poi magari si rifanno picchiando le donne di casa. “Essere una donna nel Marajó è pericoloso”, dice Lou Ribeiro.

Contro i padroni della terra
Cos’ha portato queste giovani donne a vivere nella favela fluviale? Luciane Ribeiro, la più giovane, è di Belém, capitale del Pará. Era una studente impegnata in attività sociali e nel 2005 si era unita al gruppo di Dorothy Stang. Le toccò assistere all’autopsia della missionaria, eseguita a Belém, e ricorda ancora con sconcerto “la folla di giornalisti che si accanivano a fotografare quel corpo nudo crivellato di proiettili, senza ritegno”. Non era un mistero che a uccidere la suora fossero stati uomini armati agli ordini di un gruppo di fazendeiros, proprietari terrieri, per intimidire chi si batteva per la riforma agraria. Ribeiro dice che per lei è stata una sfida.

Sandra Araújo invece ha studiato ad Anapu. La sua famiglia era originaria del Maranhão, poverissimo stato del nordest brasiliano affacciato sulla costa atlantica. Negli anni ottanta i suoi genitori erano emigrati, come tanti, inseguendo il sogno di un pezzo di terra. “Eravamo migranti della Transamazzonica”, spiega. Era l’epoca della dittatura militare, la strada che tagliava la regione amazzonica era in costruzione e il governo incoraggiava i contadini poveri a “colonizzare” la foresta per sfruttarne le immense risorse, tagliare la legna, aprire miniere, costruire dighe, coltivare la terra. I militari parlavano di “sviluppo moderno” e di “integrare l’Amazzonia alla nazione”, le stesse parole che usa oggi il presidente di estrema destra Jair Bolsonaro.

Due cartine mostrano a che punto è il processo di deforestazione. In viola sono indicate le zone che, per varie cause, sono prive di copertura boschiva. (Global Forest Watch)

Sta di fatto che tra gli anni sessanta e ottanta un grande flusso di persone si è riversato lungo la nuova strada. La terra però restava un sogno, perché i nuovi migranti si ritrovarono a lavorare per grandi latifondisti, supersfruttati. “Ma era nato un movimento perché la terra fosse assegnata a chi la lavorava”, ricorda Araújo. Muovevano i loro primi passi i sindacati rurali per difendere la piccola agricoltura a conduzione familiare. “Nel 1985 la mia famiglia ha vinto”, cioè le erano state assegnate delle terre da coltivare.

Più tardi Araújo si è trasferita ad Anapu per continuare gli studi ed è allora che ha conosciuto Stang, la suora nordamericana che parlava di riforma agraria. “Era una grande educatrice. È stata descritta come ambientalista perché sosteneva la piccola agricoltura a conduzione familiare che usa in modo sostenibile la foresta, ma era molto di più: lavorava per il diritto alla terra e perché le donne si costruissero vite libere, oltre che per il diritto all’istruzione e alle cure”. Stang aveva raccolto intorno a sé gruppi di giovani e studenti. “Quando avevo 17 anni mi propose di lavorare nella sua pastorale. Ero felice. I miei genitori no, dicevano che era pericoloso. Risposi che non c’era alcun pericolo finché non ti mettevi contro i padroni della terra, e partii”. Ride: “Beh, combattere i padroni della terra è proprio quello che faccio ora”.

Oggi Sandra Araújo è avvocata e dirigente della Commissione pastorale della terra, l’organizzazione creata dalla chiesa cattolica nel 1975, in piena dittatura, per sostenere le lotte dei senza terra. Per anni ha seguito Stang da un villaggio all’altro, “a volte camminavamo quindici chilometri, zaino in spalla, per visitare le comunità più sperdute”. Dice che non sarebbe diventata una suora se non fosse stato per quella signora dai capelli bianchi: “Non mi attirava l’idea di chiudermi nelle regole di un ordine. Ma mi piaceva quello che faceva lei”. Ha lavorato nei quilombo, le comunità create dai discendenti degli schiavi africani fuggiti dalle piantagioni della costa per rifugiarsi nella foresta profonda: nel Brasile moderno sono rimasti ai margini, non più schiavi ma neanche cittadini a pieno titolo. Solo dopo il 1985, finita la dittatura militare, quando il paese si è dato una nuova costituzione, solo allora queste comunità si sono viste riconoscere dei veri diritti, come anche i popoli indigeni e le altre comunità tradizionali della foresta.

Conflitti più violenti
Le comunità rurali degli anni ottanta erano povere e sfruttate, ma davano battaglia, osserva Sandra Araujo: “Oggi qui invece vedo grande passività”. Parla della favela urbana, ma anche del conflitto agrario. Per la Commissione pastorale della terra Araujo è responsabile di una zona immensa, posti lontani diversi giorni di battello e canoa. “Noi interveniamo dove ci chiamano. Quando scoppia un conflitto cerchiamo di dargli visibilità, far circolare le notizie, e se è possibile proviamo a organizzare azioni legali”.

In questo momento sta seguendo tre casi. Uno riguarda delle imprese di disboscamento che hanno invaso una zona protetta. Poi ci sono due comunità che lavorano terre in concessione dallo stato, ma sono state usurpate da imprese agroindustriali. “È una zona lontana almeno due giorni di battello da Breves, dove stanno nascendo grandi piantagioni: per decine di chilometri vedi solo palma di açaí”, un frutto divenuto molto popolare (usato per fare succhi, gelati e una pasta che ha vari usi alimentari). “La monocoltura mette in pericolo la sopravvivenza di migliaia di famiglie”.

“L’intero territorio del Marajó è demanio dello stato”, spiega l’avvocata. “Ma arrivano imprenditori con pochi scrupoli, esibiscono documenti di proprietà pretestuosi e cacciano via le piccole comunità fluviali: contano sul fatto che la povera gente non sa che quei titoli sono usurpati”. Si chiama grilagem, parola che indica l’appropriazione indebita di terra. Gli imprenditori ricevono una concessione ma disboscano e coltivano aree molto più ampie, oppure titoli di proprietà falsificati. Come le famiglie di Breves che si sono attribuite grandi piantagioni. “Ci troviamo davanti a persone sicure della propria impunità”, dice Araujo, “quando abbiamo cercato di negoziare hanno risposto in modo chiaro che non hanno nulla da trattare”. È chiaro che contano su protezioni politiche, osserva Araujo. Del resto, a Breves le due famiglie si alternano anche nella carica di sindaco.

Il conflitto per la terra non è certo una novità, ma nell’era del presidente Jair Bolsonaro è diventato più violento. “Tutte le istituzioni di controllo sono state depotenziate”, riassume Fabiane Nascimento, insegnante e attivista della Commissione giustizia e pace, incontrata alla casa parrocchiale di Breves. Spiega che all’Istituto per l’ambiente e le risorse naturali (Ibama), alla fondazione per la protezione dei popoli indigeni (Funai) e a tutte le istituzioni di ricerca sono stati tagliati i fondi e sono stati tolti incarichi. Un esempio si è avuto in agosto: quando l’Istituto nazionale di ricerca spaziale (Inpe), che monitora la deforestazione grazie ai suoi satelliti, ha diffuso i primi allarmi sull’aumento di incendi in Amazzonia, il presidente Bolsonaro ha licenziato il direttore accusandolo di creare allarme. “Quando delegittimi le istituzioni di controllo il messaggio è chiaro”, insiste Nascimento. I disboscatori contano sull’impunità. I conflitti per la terra aumentano, e anche la violenza. La Pastorale della terra, che tiene un registro dei conflitti agrari in Brasile, ha contato 71 persone uccise nel 2018 in tutto il paese, leader di comunità rurali o sindacati della terra o comunità indigene: una morte violenta ogni cinque giorni. Il record è proprio nello stato del Pará.

Ogni conflitto per la terra, ogni villaggio sfrattato per far posto a nuove piantagioni, finisce per ingrossare favelas come quella di Breves. “Molti arrivano dalle comunità fluviali sperando di trovare migliori occasioni in città. Ma non riusciranno a studiare né a trovare un lavoro stabile”, osserva Michéle Araújo, giovane attivista di Breves, che nonostante il cognome non ha alcuna relazione con l’avvocata della Pastorale della terra. Per chi cresce nelle periferie urbane amazzoniche non ci sono grandi opportunità, spiega. Descrive una vita precaria: “L’alternativa più attraente per un giovane è il piccolo spaccio di droga: se sopravvive magari entrerà in una gang”. A Breves ce ne sono due, piccole, ma affiliate a quelle più grandi e potenti a livello nazionale. “Poi c’è la polizia che non fa processi ma esecuzioni sommarie, con la scusa di combattere il narcotraffico”, dice Michéle Araújo.

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“Anche la prostituzione è molto diffusa”, osserva Lou Ribeiro. Il delta amazzonico è un crocevia, le chiatte del legname e le navi oceaniche viaggiano verso il terminal appena a monte di Belém, dove si caricano la soia e i minerali, mentre i traghetti commerciali e quelli del narcotraffico discendono il rio delle Amazzoni fino all’Atlantico. “A volte sono i padri stessi che offrono le ragazze agli equipaggi delle navi di passaggio”.

Qualcuno ce la fa a sfuggire a questo destino di miseria e violenza? Sandra Araújo cita ragazze di questa favela che sono riuscite a studiare, tra mille difficoltà; una si sta laureando. E la parrocchia locale, vi sostiene? Ridono: “Non ci ostacola”. Parlano di una chiesa che “si limita alla carità”, senza aggredire i problemi strutturali della povertà. Riemerge la tensione, anche questa antica, tra una chiesa che si batte per la giustizia sociale e una più conservatrice. L’avvocata osserva che la chiesa è tra le poche organizzazioni sociali che hanno una presenza capillare in Amazzonia. Insieme al sindacato dei lavoratori rurali, ai movimenti per la terra, le reti di popoli indigeni, queste attiviste delle favelas restano un presidio di resistenza democratica nel Brasile di Jair Bolsonaro.

Forse è per questo che il presidente brasiliano ha duramente attaccato i vescovi che parteciperanno al sinodo sull’Amazzonia, convocato da papa Francesco, che si aprirà il 6 ottobre in Vaticano. Il governo Bolsonaro li accusa di voler “promuovere un programma di sinistra” e di favorire “l’interferenza straniera”. Come durante la crisi degli incendi, riecheggia lo slogan che fu della dittatura militare: “L’Amazzonia è nostra”. Le attiviste della favela di Breves si chiedono: “Nostra di chi?”.

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