01 aprile 2015 18:38
Un lago naturale nella foresta amazzonica, in Brasile. (Reuters/Contrasto)

Il 70 per cento delle foreste del mondo è a rischio perché si trova a meno di un chilometro da strade o insediamenti umani. Le aree boscate ancora integre si trovano soprattutto nella zona tropicale, in Amazzonia, nel bacino del Congo, in parte del Sudest asiatico e nella Nuova Guinea. Rimangono lontane dall’influenza antropica anche alcune aree di foresta boreale, in Canada e Russia.

Secondo lo studio di Nick Haddad e colleghi, pubblicato sulla rivista Science Advances, la costruzione di strade e il disboscamento sono tra le principali cause del degrado delle foreste, che una volta frammentate possono perdere in una ventina d’anni il 50 per cento della biodiversità, e vedere quindi molto diminuito il numero di specie vegetali e animali che ospitano.

Attualmente c’è una forte richiesta di beni che sono ottenuti dalla distruzione, spesso illegale, delle foreste tropicali. Secondo il rapporto Stolen goods dell’associazione Fern, l’Unione europea importa grandi quantità di olio di palma, soia, carne di manzo e cuoio, prodotti in seguito a deforestazione. Tra il 2000 e il 2012, ogni due minuti è stata disboscata un’area pari a un campo di calcio per produrre i beni esportati nell’Unione. Spesso le licenze di sfruttamento sono concesse in contrasto con le leggi locali e i diritti di proprietà, e a un prezzo troppo basso. Brasile e Indonesia sono tra i paesi con il più alto export di prodotti ottenuti illegalmente, mentre Paesi Bassi, Francia, Regno Unito e Italia sono tra i maggiori importatori.

A parte la perdita di biodiversità, la distruzione delle foreste indebolisce anche la lotta al cambiamento climatico, almeno in Amazzonia. Infatti, è noto che questa area verde del Brasile assorbe molta anidride carbonica, uno dei gas serra responsabili del mutamento del clima. L’anidride carbonica viene infatti incorporata nelle piante che crescono, e sottratta dall’atmosfera. Questa capacità si è però attenuata negli ultimi anni, scrivono Roel Brienen e colleghi su Nature, a causa della maggiore mortalità delle piante, forse dovuta alla variabilità climatica.