02 marzo 2019 10:14

A prima vista la testimonianza di Michael Cohen davanti al congresso, avvenuta il 27 febbraio, ha tutto per diventare un momento spartiacque della storia politica statunitense. L’ex avvocato di Donald Trump, l’uomo che ne conosce meglio di chiunque altro i difetti, i segreti e i potenziali comportamenti criminali, decide di raccontare tutto. E lo fa con una dovizia di particolari (e, secondo alcuni, con un livore) che ha sorpreso perfino i critici più aggressivi del presidente; denunciando i limiti caratteriali del presidente (è “un truffatore”, “un razzista” e “uno interessato solo al suo brand”), ma soprattutto dando alla vicenda una prospettiva da “insider” che mancava nei documenti e nelle testimonianze emerse finora.


Cohen ha smentito il presidente due volte: prima dicendo che Trump sapeva che il suo consigliere e amico Roger Stone era in contatto con WikiLeaks per pubblicare informazioni, avute dalla Russia, in grado di danneggiare la candidata democratica Hillary Clinton; e poi sostenendo che le trattative con alcuni funzionari russi per la costruzione di un grattacielo a Mosca siano andate avanti anche quando Trump era candidato alla presidenza.

Cohen ha anche fornito elementi nuovi, che probabilmente porteranno all’apertura di altri procedimenti giudiziari contro il presidente o contro persone a lui vicine. In questo momento sotto i riflettori c’è Allen Weisselberg, il principale consulente finanziario di Trump, che nella deposizione del 27 febbraio è stato nominato più di venti volte. Non è difficile capire perché: il procuratore speciale Robert Mueller e i democratici sono convinti da sempre che le prove della presunta collusione con i russi vadano cercate nelle transazioni finanziarie e negli interessi economici di Trump. Lo stesso presidente ha fatto aumentare questi sospetti rifiutandosi ostinatamente di rendere nota la sua dichiarazione dei redditi.

Per questi motivi non è sbagliato dire che dopo la deposizione di Cohen Trump rischia ancora di più. E non è fuori luogo paragonare la deposizione di Cohen a quella di John Dean, l’avvocato dell’ex presidente Richard Nixon, che nel 1973 rivelò al congresso di aver parlato con Nixon dell’insabbiamento dello scandalo Watergate, accelerando il processo che 14 mesi dopo portò alle dimissioni del presidente.

Acque agitate
Anzi, per certi versi la posizione di Trump è anche peggiore di quella di Nixon, perché il suo indice di popolarità è più basso e perché l’opposizione ha da poco riconquistato la maggioranza alla camera (l’organo che può avviare una procedura di messa in stato d’accusa del presidente), portando al congresso una schiera di candidati giovani e radicali che non vedono l’ora di mandare a casa un presidente che considerano una minaccia per la democrazia. E tutto questo succede in pieno dibattito sullo stato d’emergenza, che Trump ha deciso di dichiarare nonostante l’opposizione della maggioranza dell’opinione pubblica e di una parte dei parlamentari repubblicani (qualche giorno fa la camera ha approvato una mozione per bloccare il provvedimento di Trump, e sembra che nei prossimi giorni il senato possa fare lo stesso, visto che almeno quattro repubblicani sembrano pronti a votare contro il presidente).

I repubblicani non hanno nessun interesse a voltare le spalle al presidente

Eppure, nonostante tutti questi fattori, la drammatica testimonianza di Cohen potrebbe modificare poco o nulla a livello politico. Innanzitutto perché i calcoli dei repubblicani e dei democratici non cambieranno, almeno non nell’immediato.

Per i primi è facile capire perché. Nonostante gli screzi su singoli provvedimenti (dal muro al confine con il Messico alla politica estera), i repubblicani non hanno nessun interesse a voltare le spalle al presidente. Mentre si avvicinano le elezioni presidenziali e legislative del 2020, Trump è ancora piuttosto popolare tra gli elettori conservatori, e in questi due anni ha dimostrato di poter vincere le battaglie che stanno più a cuore alla destra (come la riforma fiscale e la nomina di giudici molto conservatori alla corte suprema). Se mai c’è stata una guerra per l’anima del Partito repubblicano, il presidente l’ha vinta a mani basse tanto tempo fa: i suoi più feroci critici o hanno deciso di non ricandidarsi nelle elezioni di metà mandato dello scorso anno o sono diventati una silenziosa minoranza. John McCain, il critico più influente del presidente, è morto, e i dirigenti del partito sanno ormai che il loro destino politico dipende da quello del presidente. La linea seguita sulla vicenda Cohen ne è la dimostrazione. I repubblicani in commissione si sono rifiutati anche solo di prendere in considerazione le accuse di Cohen, e hanno invece cercato di dipingerlo come un bugiardo mosso dal livore e dal bisogno di vendetta. Un quadro facile da vendere all’opinione pubblica, visto che mesi fa Cohen è stato condannato a tre anni di carcere anche per aver mentito al congresso sui suoi rapporti con i russi.

Saldamente al comando
La scarsa credibilità di Cohen è un freno anche per i democratici. Nelle prossime settimane l’ala più radicale e combattiva del partito, tra cui spiccano le neoelette Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib, chiederà di cavalcare le rivelazioni di Cohen per colpire Trump e magari arrivare a una messa in stato d’accusa, ma i leader del partito difficilmente la accontenteranno. Cercare di spodestare un presidente sull’onda della testimonianza rilasciata da un personaggio evidentemente poco affidabile potrebbe essere non solo inutile (non riuscirebbero mai ad avere i voti repubblicani necessari per mandare avanti una procedura di impeachment) ma anche controproducente a livello di consenso. Intervistato dall’Atlantic, un leader democratico che ha chiesto di restare anonimo ha detto: “La testimonianza di Cohen è stata ottima televisione, ma non credo che cambi minimamente la situazione”.

Su questi calcoli influisce anche un altro dato di fatto: quella di Donald Trump non è una presidenza normale. Sotto qualsiasi altra amministrazione le accuse di Cohen – pagamenti illegali a prostitute, minacce a scuole e università per nascondere i brutti voti, contatti con funzionari di governi ostili – avrebbero causato un terremoto politico. Ma negli Stati Uniti di oggi l’asticella dell’indignazione per comportamenti umani e politici censurabili si è alzata così tanto che è difficile anche solo concordare su quale sia una condotta scandalosa. In campagna elettorale Trump disse: “Potrei andare per strada a Manhattan, sparare a qualcuno e non perdere voti”. Con il senno di poi non è un’affermazione folle come era sembrata all’epoca.

È un elemento da tenere bene a mente nei prossimi giorni, quando dovrebbero essere rese note le conclusioni dell’inchiesta di Robert Mueller sui rapporti tra il comitato elettorale di Trump e il governo russo. Finora il procuratore speciale ha incriminato più di trenta persone, tra cui molti ex collaboratori stretti di Trump, ma per quanto ne sappiamo l’inchiesta non ha toccato direttamente il presidente né attuali funzionari dell’amministrazione.

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Quello che è certo è che con il passare dei mesi sono cresciute le aspettative per i risultati dell’indagine sia tra gli elettori antitrumpiani sia tra i democratici, che si aspettano rivelazioni in grado di far tremare l’amministrazione Trump. Quindi bisogna farsi una domanda: cosa succede se Mueller non presenterà prove definitive di collusione tra Trump e i russi ma solo di violazioni di leggi sui finanziamenti elettorali, di ostruzione della giustizia o di altri reati “meno” gravi? Cosa succede, in altre parole, se Mueller non ha trovato la cosiddetta pistola fumante?

In questo caso probabilmente ci troveremmo di fronte a reazioni simili a quelle che vediamo nel caso di Cohen: sostenitori e critici di Trump si arroccherebbero ulteriormente sulle loro posizioni, valutando la vicenda attraverso le lenti dei rispettivi estremismi; Trump continuerebbe ad avere uno zoccolo duro di sostenitori (quelli che non l’hanno certo votato aspettandosi trasparenza e correttezza politica), i repubblicani resterebbero dalla sua parte e i democratici non avrebbero nessuna sponda al congresso – né nell’opinione pubblica – per mettere fine alla sua presidenza.