Una francese nel campo profughi di Al Hol, nel nordest della Siria, 17 febbraio 2019. La donna è fuggita dai territori siriani controllati dal gruppo Stato islamico. (Bulent Kilic, Afp)

Finita l’utopia jihadista, le giovani occidentali vogliono tornare a casa

Una francese nel campo profughi di Al Hol, nel nordest della Siria, 17 febbraio 2019. La donna è fuggita dai territori siriani controllati dal gruppo Stato islamico. (Bulent Kilic, Afp)
25 febbraio 2019 14:29

Le donne straniere del gruppo Stato islamico (Is) stanno uscendo allo scoperto nei campi tenuti dalle forze curde nel nordest della Siria. Vengono dai Paesi Bassi, dal Canada, da Trinidad e Tobago, dalla Russia o dall’Alabama, e da qualche settimana parlano con i mezzi d’informazione di mezzo mondo. La questione è assolutamente inedita per i governi occidentali. Come giudicare queste donne? Che fare dei loro bambini?

In seguito all’annuncio della costituzione di un “califfato” da parte di Abu Bakr al Baghdadi, nel 2014, circa diecimila militanti stranieri avrebbero raggiunto la Siria e l’Iraq. E, fenomeno mai registrato prima di questo conflitto, anche un migliaio di donne occidentali hanno risposto all’appello.

Dopo le sconfitte delle ultime settimane, il gruppo Stato islamico è confinato in qualche casa della piccola cittadina di Baghouz, tra l’Eufrate e il confine iracheno. Le famiglie dei jihadisti rimaste indietro sono radunate in diversi campi. Un reportage esclusivo della tv France24 dal campo di Al Hawl racconta questa strana torre di Babele dei jihadisti tutta al femminile. Si sentono voci tedesche, russe, americane, olandesi, francesi sotto le abaye nere: denunciano condizioni di vita terribili e – in alcuni casi – il loro rimpianto di essersi unite all’organizzazione.


Le forze curde, da parte loro, sono stanche di combattere contro l’Is e temono il ritiro imminente degli Stati Uniti. Ripetono da mesi che sono sopraffatte dalla gestione di queste popolazioni straniere, spiega il sito siriano per i diritti umani Syriahr, e non vogliono chiaramente diventare i carcerieri delle forze occidentali. Vista dal mondo arabo, la palla è ora nel campo occidentale: il quotidiano egiziano Al Youm Al Sabaa riassume: “Sembra che la vittoria della coalizione internazionale in Siria crei una nuova crisi per i paesi occidentali, sta a loro gestirla”.

Ci sono molti punti in comune nella terribile storia di queste donne. Sono spesso donne partite molto giovani, convertite o “rinate”, con il sentimento di essere state discriminate in occidente in quanto musulmane. Al sito curdo Kurdistan24, Leonora, sposata a 15 anni come terza moglie di Martin Lemke, un importante membro tedesco del gruppo Stato islamico, spiega: “Sono arrivata due mesi dopo la mia conversione: provengo da una famiglia cristiana, volevo venire qua per essere libera di essere una vera musulmana, potermi coprire il capo, pregare; è molto difficile farlo in Germania”.

L’incontro con il jihad globale è avvenuto quasi sempre online con il reclutamento finale su Facebook

La definizione “mogli dell’Is” è alquanto riduttiva, perché non include la forte impronta ideologica che le ha fatte partire. Solo un terzo delle donne occidentali è partito su spinta dell’ambito familiare; i due terzi hanno invece fatto il viaggio volontariamente, da sole, e l’incontro con il jihad globale è avvenuto quasi sempre online con il reclutamento finale su Facebook, spiega Le Monde in base a un rapporto della direzione criminale francese.

L’americana Hoda Muthana ha incontrato la propaganda dell’Is online. Il cellulare che suo padre le regalò per la laurea “diventò la porta verso il mondo dell’islam estremo”, spiega al New York Times. Stesso scenario per Kimberly Gwen Polman che ha lasciato il Canada nel 2015 per sposare un miliziano dell’Is, anche lui incontrato online.

I loro racconti parlano di matrimoni di brevissima durata con i jihadisti – sono diventate vedove in fretta – e del fatto che spesso in questi anni si sono sposate due o tre volte. Parlano di una vita normale, uguale a quella che facevano prima, “badare ai figli e occuparci della casa”. Delle atrocità commesse dall’Is, dalle decapitazioni alla schiavitù delle donne yazidi, ricordano poco. E tuttavia, questi racconti di semplice vita casalinga sono spesso in contrasto con le loro attività online precedenti alla caduta dell’Is.

I tweet dell’americana Hoda Muthana non lasciano molti dubbi sulla sua convinzione che gli attentati in occidente potessero essere giustificati: “Americani svegliatevi! Avete tanto da fare mentre vivete nel nostro più grande nemico, basta dormire! Andate, guidate autobus e spargete il loro sangue, o affittate un camion e passategli sopra”.

Nuh Suwaidi ha lasciato Colonia, in Germania, con suo marito. Parla di una semplice vita casalinga, ma l’Is ha postato foto di lei mentre spara. Si difende spiegando che lo ha fatto per noia e che si trattava di allenamento, semplicemente “non aveva ancora figli e rimaneva a casa da sola mentre suo marito era al fronte”.

Se la dottrina propagandistica dell’Is era molto chiara sul fatto che le donne non possono combattere, alcune di loro hanno invece avuto ruoli importanti nella Hisba, la polizia islamica inventata dall’organizzazione. Erano anche usate spesso per svolgere un’intensa attività di propaganda sui social network.

I servizi occidentali riconoscono che all’inizio hanno avuto un “pregiudizio di genere al contrario” ritenendole solo delle casalinghe, spiega ancora il rapporto esaminato da Le Monde. Il sociologo Farhad Khosrokhavar e lo psicologo Fethi Benslama nel loro libro Le jihadisme des femmes (Il jihadismo delle donne) spiegano anche come molte di loro abbiano aderito al progetto rifiutando la condizione moderna della donna occidentale: “Tra lavoro e famiglia considerano il carico delle donne occidentali come una vera schiavitù, e paradossalmente gli è sembrato più comodo avere una vita di famiglia con più costrizioni e dei codici chiari”.

Un’eredità pesante
Ora, dai campi, le mogli straniere dei jihadisti vogliono far valere il loro passaporto e chiedono di essere rimpatriate, anche se significasse “trent’anni di prigione, se è l’unica soluzione per andare via dalla guerra”, dice Um Asma ai microfoni di radio Npr. Per loro, l’essenziale ora è di potere offrire un futuro ai loro figli, magari tornando nelle famiglie di origine mentre le madri sono in prigione.

La questione dei loro bambini è ancora più tragica: spesso traumatizzati della guerra, a volte ancora molto indottrinati della propaganda dell’Is, come annunciava due anni fa il documentario di Francesca Mannocchi e Alessio Romenzi, Isis tomorrow. Lost souls of Mosul. Legalmente, la loro situazione è un rompicapo: nati in Siria sono apolidi, e spesso – dato che le loro madri si sono risposate più volte dopo essere rimaste vedove – nella stessa famiglia si trovano bambini nati da padri di diverse nazionalità. “Questi bambini non hanno un’identità né un futuro molto chiaro. Non si può ancora capire che cosa hanno preso dei loro padri jihadisti”, spiega lo psicologo Wasal Nassif, che lavora in un centro terapeutico in Europa.

Secondo Sonia Khush, direttrice di Save the children in Siria, “tutti i bambini di famiglie con legami, presunti o reali, con l’Is sono solo vittime innocenti del conflitto e devono essere considerati come tali. Tutti gli stati i cui connazionali si ritrovano intrappolati in Siria devono prendersi cura dei propri cittadini”. Secondo l’organizzazione nei campi ci sono circa 2.500 bambini stranieri.

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Per queste donne dell’Is e i loro bambini, le opzioni sono poche per ora: se i loro paesi di origine non le rimpatriano, le forze curde potrebbero consegnarle al regime di Assad, oppure potrebbero essere processate dai tribunali iracheni.

In Iraq i processi ci mettono circa dieci minuti per dare un ergastolo. Secondo l’articolo 4 della legge antiterrorismo irachena del 2004, chiunque assiste o sostiene terroristi nei loro crimini può essere condannato a morte e dovrà scontare la stessa pena del terrorista. Il tribunale che si occupa di terrorismo a Baghdad avrebbe già 500 donne da giudicare per i loro legami con l’Is, provenienti per la maggior parte da Russia, Turchia, Azerbaigian, Tagikistan, Francia e Germania. Secondo il presidente della corte irachena avrebbero, tra tutte, più di 1.100 figli.

Come e dove giudicare queste donne in Europa e negli Stati Uniti? E se i processi ci devono essere, come procedere con l’inchiesta? Il Regno Unito ha deciso di togliere la nazionalità a Shamima Begum, che era andata in Siria ad appena 15 anni con tre amiche di scuola. Il Bangladesh, paese di origine dei suoi genitori, afferma di non poterla riconoscere come cittadina. E negli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato con un tweet il ritiro della cittadinanza a Hoda Muthana.


Oltre gli annunci a effetto, però, rendere apolide un cittadino resta una grave violazione del diritto internazionale e non può rappresentare una soluzione per migliaia di donne e bambini bloccati in Siria. I tribunali occidentali si trovano dunque davanti a non poche difficoltà. Molti temono soprattutto di non avere la capacità investigativa per trovare prove inequivocabili contro le “casalinghe dell’Is” e quindi potrebbero doverle liberare ben presto. E questa eventualità non sarebbe certamente ben vista dalle opinioni pubbliche occidentali.

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