Pyongyang, il 15 aprile 2019. (Ed Jones, Afp)

Un’italiana a Pyongyang

Pyongyang, il 15 aprile 2019. (Ed Jones, Afp)
03 ottobre 2019 13:16

Vivere quattro anni da expat in Corea del Nord può voler dire, tra le altre cose, infilare una serie di record che per chi segue le vicende di quel paese sono indubbiamente notevoli. Assistere alla partita di basket che nel 2014 ha suggellato l’amicizia tra Kim Jong-un e Dennis Rodman, per esempio. Vedere dal vivo a Pyongyang il concerto dei Laibach, la band slovena che nel 2015 è stata il primo gruppo occidentale a esibirsi nel paese. O “vivere dal di dentro la terribile crisi nucleare del 2013”, e anche quella del 2016 e, in mezzo, “pure quelle forse meno intense ma altrettanto memorabili del 2014 e 2015”. O perfino trovarsi per caso, nel caos di una parata, a cinque metri da Lui (Kim Jong-un non va nominato invano, in Corea del Nord).

Significa, insomma, avere vissuto da una prospettiva unica molti eventi che gli osservatori della Corea del Nord ricordano bene. Ma, naturalmente, vuol dire tanto di più, e Carla Vitantonio, molisana arrivata a Pyongyang nel 2012 come insegnante di italiano e rimasta lì fino al giugno 2016 a fare la cooperante, ce lo racconta molto bene in Pyongyang Blues, appena uscito per l’editore Add nella collana Asia, curata da Ilaria Benini.

Un memoir sulla sua esperienza di vita e lavoro in un paese che attraverso i suoi racconti risulta alla fine un po’ meno alieno. Nessun romanzo, resoconto di viaggio o saggio approfondito era finora riuscito così bene nell’impresa. Mentre noi, da fuori, ci allarmavamo per i ciclici picchi di tensione provocati dai test e dai missili nordcoreani o ci divertivamo guardando le foto surreali di Kim Jong-un, in Corea del Nord l’autrice di Pyongyang Blues si destreggiava nella quotidianità: ambientarsi, conoscere i vicini e i colleghi, imparare le regole e i trucchi per sopravvivere al gelo dell’inverno nordcoreano senz’acqua calda (o a volte senz’acqua e basta), fare i conti con gli scaffali dei negozi lasciati vuoti da una distribuzione a singhiozzo, prendere le misure con il proprio guardiano, fare nuove amicizie, innamorarsi.

Solo un colpo di scena esistenziale e un master in diplomazia l’hanno portata, nel giugno del 2012, a Pyongyang

È una vera fortuna che Carla Vitantonio sappia osservare e descrivere così bene quel che le capita di vedere e vivere. Non era scontato. E la Corea del Nord non era affatto scritta nel suo percorso: ex ventenne impegnata nei centri sociali del nordest e con un’esperienza di vita nelle “case okkupate” (che le sarebbe poi tornata utile); una laurea con Cesare De Michelis (“quand’ero lì mi mandava libri per i miei studenti”, ci racconta, “molti li ho poi donati alla biblioteca dell’Università di Pyongyang”), attrice di provincia con una carriera mai decollata e infine trentenne “vagamente fallita”, di certo “senza la benché minima motivazione antropologica o sociopolitica”. Solo un colpo di scena esistenziale, la decisione di dare alla sua vita una piega inattesa e un master in diplomazia a Bologna con Antonio Fiori (il massimo esperto di Coree in Italia) l’hanno portata, nel giugno del 2012, a Pyongyang. Kim Jong-un era da poco succeduto al padre Kim Jong-il, morto pochi mesi prima.

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Ho conosciuto Carla Vitantonio nel 2013 attraverso una delle letterine settimanali che durante gli anni a Pyongyang mandava a una cerchia ristretta di amici. Avevo appena visitato il centro di Hanawon, fuori Seoul, dove i nordcoreani che fuggono al Sud devono trascorrere tre mesi prima di poter diventare cittadini sudcoreani. Una sorta di camera di decompressione e rieducazione per prepararsi alla “vita nel mondo capitalista”. Il coreanista che mi aveva accompagnato e fatto da interprete era tra gli amici eletti di Carla e nel viaggio di ritorno in taxi verso Seoul aveva cominciato a leggere l’email appena ricevuta. Parlava di sesso in Corea del Nord, mi pare, e faceva molto ridere. Mi aveva colpito per l’ironia e l’efficacia della scrittura, oltre che per l’unicità della testimonianza in sé. Inevitabile che tutto quel materiale diventasse prima o poi un libro.

Tre anni dopo ci siamo incontrate nella hall dello Yanggakdo hotel di Pyongyang, soprannominato “Alkatraz” dagli stranieri che vivono nella capitale per la posizione isolata in mezzo al fiume Taedong che lo rende una specie di fortezza. Di lì a due giorni la sua esperienza nordcoreana si sarebbe conclusa.

Carla Vitantonio sarà al festival di Internazionale il 5 ottobre per presentare il suo libro, Pyongyang Blues, insieme a Junko Therao.

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