06 ottobre 2017 14:18

È inevitabile mettere a confronto Blade runner 2049 di Denis Villeneuve con Blade runner di Ridley Scott. Ma non è giusto. Il film del pur generoso regista canadese non solo non si avvicina a quel capolavoro, ma non gioca neanche nello stesso campionato. Nel 1982, quando uscì Blade runner, tiepidamente accolto da critica e pubblico, Ridley Scott aveva appena fatto Alien e tutti si preoccupavano per il futuro della galassia dopo i due primi film della saga di Star wars. Il cinema di fantascienza viveva un momento entusiasmante (su cui ancora si specula). Oggi siamo alle infinite declinazioni di quelle invenzioni.


Blade runner 2049 non è male, è pieno di immagini belle, alcune molto belle, c’è qualche momento in cui ci si scalda (quasi esclusivamente grazie ai tributi al film del 1982 sparsi qua e là) e una bella invenzione (una scena d’amore, pensate un po’). Ma Jared Leto, che sarebbe il cattivo di turno, è abbastanza inutile, il futuro immaginato da Villeneuve lo abbiamo più o meno già visto altrove e non mi ricordo momenti memorabili della sceneggiatura (che tra l’altro, come accadeva in Arrival, a un certo punto praticamente ci pianta in asso). I bastioni di Orione, per capirci, non sono mai stati così lontani. Magari sono io che sono invecchiato, ma dubito che fra 35 anni ci sarà qualche battuta di Blade runner 2049 che sarà entrata nel nostro immaginario collettivo. Ridley Scott immaginava cose che noi umani non possiamo immaginare, Villeneuve non immagina nulla che non possa immaginare Ridley Scott mentre si prepara un piatto di spaghetti.

Non si può dire niente sulla trama. Niente spoiler. Lo ha chiesto esplicitamente Denis Villeneuve. Va bene, nessun problema. Ma questa ossessione per gli spoiler ha stufato. È l’ennesimo strumento del marketing per cui ogni film, compresi Baywatch e il quinto episodio dei Pirati dei Caraibi, dev’essere un capolavoro e tutti dobbiamo assolutamente andarlo a vedere senza saperne nulla prima. Ma sempre per tornare al 1982, come scrive A.O. Scott sul New York Times, su certi grandi film non è neanche possibile fare spoiler. Nessuno all’epoca si sarebbe preoccupato di farlo. Anche dopo aver visto il film di Ridley Scott varie volte (nelle sue varie versioni) ancora siamo pronti a discutere di cosa abbiamo effettivamente visto e, se dovessimo fare spoiler, non sapremmo bene cosa raccontare. Ma soprattutto (attenzione, spoiler alert): era davvero così importante sapere se Rick Deckard è un replicante?

Ecco, il fatto che sia stato chiesto di non rivelare nulla indica non solo che Blade runner 2049 non è un capolavoro, ma anche quanto è cambiato il cinema delle grandi produzioni, come tutto sia marketing invece che di colpi di genio di sceneggiatori, registi e creativi vari. A costo di sembrare un po’ nostalgico, è segno (uno dei segni) di un cinema più triste, più seriale e meno avventuroso di quello che creò un capolavoro come Blade runner.


Intanto su un altro pianeta esce 120 battiti al minuto di Robin Campillo. Il film racconta una storia d’amore tra ragazzi sieropositivi. Siamo alla fine degli anni ottanta e i due ragazzi sono attivisti di Act up Paris, associazione nata sulla scia dell’omonima associazione statunitense. Le azioni di Act up cercavano di sensibilizzare opinione pubblica, mezzi d’informazione e istituzioni sull’isolamento in cui vivevano, alla fine degli anni ottanta, le persone sieropositive e i malati di aids. Viene immediatamente chiarito che non si trattava di un’associazione di sostegno ai malati, ma di un’associazione che con le sue azioni voleva squarciare il velo di silenzio, ipocrisia e disinformazione su una malattia che avrebbe cambiato per sempre il mondo.

Con queste premesse si potrebbe pensare a un film devastante, ma 120 battiti al minuto non lo è. Al contrario è commovente, coinvolgente e in alcuni momenti anche divertente. Mai avrei potuto pensare di commuovermi sentendo un pezzo di musica dance fine anni ottanta. E Campillo forse è al film della vita (visto che è stato anche un attivista di Act up). Ma per una recensione più approfondita vi rimando alla critica di Francesco Boille, pubblicata su questo stesso sito.


Esce anche Ammore e malavita, il musical napoletano dei Manetti bros di cui ci parla Marco Manetti in un’Anatomia di una scena.