Il titolo del quinto album da solista di Vieux Farka Touré, Les racines, si traduce in “le radici”. Nel disco il musicista, figlio del leggendario Ali Farka Touré, scava in profondità nella musica songhai del Mali settentrionale. Lui è cresciuto con questi suoni, ma nei suoi lavori precedenti sconfinava spesso nel jazz e nel rock, mentre stavolta si dedica completamente al blues del deserto. Il brano d’apertura, Gabou ni tie, si muove direttamente in quei paesaggi spazzati dalla sabbia con un suono circolare e ipnotico, mentre Adou e Ndjehene direne insistono sullo stile di chitarra che attirerà subito i fan di artisti tuareg come Bombino e Mdou Moctar. Tra tutti spicca il brano che dà il titolo al disco, uno strumentale con parti di chitarra brillanti, simili al flamenco, che si susseguono a cascata attorno alla kora suonata splendidamente da Madou Sidiki Diabaté, con l’aggiunta di percussioni scattanti. Un pezzo stupendo e universale. Touré aggiunge la sua dolce voce alla beata Lahidou, che mette in mostra nuovamente anche il lavoro alla kora di Diabaté. Vieux Farka Touré lavora duramente per collegare i temi dell’album con la sua terra natale e la sua storia personale nella scintillante Flany Konare, dedicata a sua zia, mentre lo spirito del padre è onnipresente nel disco. Il musicista maliano continua la tradizione degli artisti che l’hanno preceduto, forgiando la propria strada. Les racines è un inno al passato, ma Touré lavora costantemente per un futuro migliore.
Shawn Donohue, Glide Magazine

Questo articolo è uscito sul numero 1465 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati