Nel suo ultimo romanzo, Verso il paradiso, Hanya Yanagihara tenta l’impossibile, cioè riportare una pandemia nell’ambito che le è sempre appartenuto: quello della distopia, o al massimo dell’allegoria. Ma quando un evento che abbiamo sempre immaginato viene defraudato dalla realtà, è difficile fare questa traduzione al contrario: qualsiasi fiction ci sembra posticcia ed esasperata. Come si comporta la musica che abbiamo sempre associato al post-qualcosa, agli avanzi di coscienza e di umanità, quando un paesaggio si è svuotato del suo significato originale?


Drone San, un progetto dei compositori Nicola Pedroni e Andrea Sanna uscito per la Horribly Loud Records e registrato in Sardegna (non solo in studio, ma anche dentro delle tombe preistoriche), viene definito post-jazz per post-umani. Le sette tracce del disco sono un lento affondare, come se fossimo in una serie televisiva che ha un solo o una sola protagonista smarrita tra gli archivi di una fondazione che si preoccupava di tenere traccia delle cose del mondo. E quel che c’è fuori dalla finestra della fondazione non è distruzione, ma solo qualcosa di mutato. C’è un incedere che da marziale si fa quasi meditativo (Drone) e la presenza della strumentazione analogica crea dei contrappunti di vita. Pedroni e Sanna sfruttano la loro sensibilità jazz per rendere la nostalgia che si può avvertire meno prevedibile, privandola di qualsiasi patina da colonna sonora dei videogiochi a cui tanta elettronica/drone è approdata, nel bene o nel male. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1451 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati