Uno degli aspetti più interessanti di The bad guy, la serie di Prime Video scritta da Ludovica Rampoldi, Davide Serino e Giuseppe G. Stasi, che l’ha diretta con Giancarlo Fontana (davanti a un prodotto tarato così bene i nomi degli autori vanno ribaditi), è come riesce ad “americanizzare-del-sud” un marchio fondativo dell’immaginario criminale globale, che ha subìto infinite reiterazioni: la mafia siciliana.

C’è tanta euforia quanta inquietudine nel rendersi conto che quel mondo di piovre e padrini nella serie interpretata da Luigi Lo Cascio si tropicalizza, e smette gli abiti fatti di tessuti tradizionali per indossarne di sintetici (non si possono definire vintage dato che al sud le stampe a fiori o acide non sono mai passate di moda).

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Il risultato è un’atmosfera grave ma diurna, lontana dalle sequenze al neon dei Mokadelic in Gomorra o da brani epici come Nuje vulimme ’na speranza di Ntò e Lucariello, basata su una scaletta più spensierata e allo stesso tempo amara: da Attenti al lupo di Lucio Dalla all’inevitabile Bandiera bianca di Franco Battiato, per passare alle intuizioni di Conchiglie di Andrea Laszlo De Simone a Omm i mmerd di Speranza.

Sulla presenza di Speranza vale fare un appunto nell’ambito della colonna sonora, curata dal compositore e produttore Francesco Cerasi, dato che The bad guy un po’ gli somiglia. Come in Chiavt a mammt del rapper italo-francese, in The bad guy c’è una reinvenzione ludica del lessico troppo familiare con sonorità solo falsamente lontane. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1493 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati