Alcuni giorni fa sono stato a Guadalajara per intervistare un uomo originario dello stato del Michoacán che è diventato una sorta di re nello stato di Jalisco e famoso in tutto il mondo. Non parlo di Nemesio Oseguera, detto El Mencho, ucciso il 22 febbraio dall’esercito messicano a Tapalpa. L’uomo che ho intervistato è il pugile Saúl “Canelo” Álvarez. In palestra, dove il ritmo è segnato dai colpi secchi contro il sacco, il campione mi ha spiegato che disciplina, strategia e mentalità sono fondamentali nel suo sport, in cui non vince chi colpisce per primo ma chi sa distinguere tra il momento di attaccare e quello di difendersi.
Nel 2021 avevo chiesto al narcotrafficante Ismael “El Mayo” Zambada di parlarmi di El Mencho. Zambada mi aveva risposto che non lo conosceva di persona, ma lo rispettava, e aveva usato lo stesso tono cerimonioso con cui mi ha parlato di alcuni ex presidenti.
La violenza che si è scatenata in Messico dopo l’uccisione di El Mencho ha già superato quella del cosiddetto Culiacanazo, lo scontro a fuoco tra esercito e cartello di Sinaloa del 2019
A differenza di altri del suo livello, El Mencho apparteneva a una famiglia senza legami storici con il narcotraffico. Ho sentito nominare il cartello Jalisco nueva generación (Cjng) per la prima volta tra il 2010 e il 2011, in modo quasi casuale. Era una creatura nata dal connubio tra il cartello del Milenio e la rete della famiglia Valencia, in piena fase di ricomposizione dopo la guerra al narcotraffico dichiarata nel 2006 dal presidente Felipe Calderón.
Mentre i grandi gruppi criminali si frammentavano, il Cjng aveva capito che il narcotraffico non va gestito come un feudo, ma come una rete. Quando ho chiesto a una persona vicina al segretario alla sicurezza Omar García Harfuch di spiegarmi il potere della nuova organizzazione, mi ha detto che si tratta di una specie di “Oxxo (franchising) del narcotraffico”, una catena caratterizzata da un’espansione aggressiva e dalla diversificazione del prodotto: metanfetamina, cocaina, fentanyl, estorsione, controllo del territorio.
Il Cjng ha saputo costruirsi un’immagine spettacolare. Nel 2015 gli uomini dell’organizzazione hanno abbattuto un elicottero militare durante un’operazione nello stato di Jalisco. Nel 2016 hanno rapito i figli del Chapo Guzmán a Puerto Vallarta, liberandoli solo dopo la mediazione di Zambada.
Nel 2020, quando l’attentato contro il politico García Harfuch ha trasformato il paseo de la Reforma – uno dei viali più importanti di Città del Messico – in una zona di guerra, la violenza reale e simbolica del Cjng ha smesso di essere periferica e si è spostata al centro della scena. Nel 2021 un video diffuso dall’organizzazione ha minacciato la giornalista Azucena Uresti, mentre nel 2022 l’attentato contro Ciro Gómez Leyva ha evidenziato nuovamente i rischi a cui erano esposti i mezzi d’informazione.
Negli ultimi sei anni la dottrina “abrazos, no balazos” (abbracci, non proiettili) ha privilegiato la moderazione rispetto allo scontro. L’obiettivo è diventato quello di evitare che la guerriglia urbana metta alle corde lo stato: gestire il round, non cercare il colpo del ko.
Cinque anni fa un funzionario dell’intelligence aveva spiegato a me e ad altri giornalisti che le autorità sapevano perfettamente dove si trovava El Mencho, ovvero in una zona tra il Jalisco e il Michoacán da cui il capo del Cjng non poteva uscire. Le forze dell’ordine lo monitoravano e potevano arrestarlo o ucciderlo in qualsiasi momento, ma non volevano correre il rischio di una risposta incontrollabile. L’ondata di violenze che si è scatenata dopo la sua uccisione il 22 febbraio ha già superato quella del cosiddetto Culiacanazo, lo scontro a fuoco tra esercito e cartello di Sinaloa del 2019.
Ancora non conosciamo i dettagli dell’operazione di Tapalpa, ma già emergono sfumature istituzionali importanti: a gestire l’iniziativa è stato l’esercito e non la marina, tradizionalmente più collaborativa con gli Stati Uniti. In un momento di pressione da parte di Donald Trump, il messaggio che il Messico vuole inviare è duplice: efficacia e sovranità.
A questo punto l’impostazione del governo appare chiara: dall’abbraccio politico si è passati al combattimento tattico. Ed è inevitabile ricorrere a un’altra metafora: la presidente Claudia Sheinbaum è salita sul ring. La violenza che colpisce il Messico è sistemica. La rete criminale non gira attorno a un unico uomo. Al contrario, è un’architettura capitalista e, mentre questa si riconfigura, nello stesso paese i popoli e le comunità difendono l’acqua, le foreste e il territorio dai progetti estrattivi legali e illegali.
Sheinbaum deve gestire una battaglia cominciata quasi vent’anni fa. Tapalpa non segna la fine dello scontro, ma l’inizio di un nuovo round. Il pugile Canelo mi ha spiegato che nella boxe cambiare strategia non sempre implica andare allo scambio di colpi. A volte significa capire quanto si riesce a incassare e come resistere quando ci si trova all’angolo. ◆ as
Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.
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Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





