Si prova sempre un po’ di pena per i portavoce. Come dice la parola, non hanno voce propria ma portano in giro la voce d’altri – un gruppo, un partito, il governo, la proprietà di giornali o tv – come se fosse la loro. Il compito è recitare a pappardella formulette collaudate altrove. Compito che diventa particolarmente duro quando il portavoce, per vivace intelligenza, per buona cultura, anche solo per buon senso, direbbe volentieri tutt’altro. Le difficoltà del mestiere si notano in tutti, ma negli uomini e donne-megafono della destra si notano di più. Non parlo dei portavoce grezzi, ma dei fini, di coloro che ormai sono meritatamente i divi televisivi dell’era meloniana. Hanno un uso accattivante dei toni e del gesto, un modo di portare la voce altrui che è distaccato come se l’avessero sottoposta a pensose verifiche. Chi ha fatto l’insegnante li riconosce subito: già da ragazzini sapevano l’arte di riuscire volenterosi, bendisposti, anche quando non avevano studiato e dicevano prolissamente sciocchezze. Be’, ora sono lì in televisione e senti lo stridore delle unghie mentre perdono la presa sugli specchi su cui si arrampicano. Declamano battute decise altrove, difendono ad arte l’indifendibile, diffondono spropositi fingendo certezze. A volte, da casa, si vorrebbe aiutarli, dirgli: questa no, è troppo stupida, prova a riformulare in modo più convincente.

Questo articolo è uscito sul numero 1497 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati