L’ultima notizia del figlio è che si era unito ai manifestanti. È scomparso nella rivolta. I genitori l’hanno cercato ovunque potevano. Infine al cimitero di Teheran, e non c’era. Da lì sono stati mandati a Kahrizak, a cercare tra i sacchi neri, tra i morti non identificati, uccisi in massa. Lo hanno trovato. Aveva ferite da arma da fuoco, sangue secco addosso. Il ragazzo ha riconosciuto le voci care, il pianto. Sono vivo, ha detto. Per tre giorni era stato senza acqua e cibo dentro il sacco. Quando sentiva avvicinarsi qualcuno tratteneva il respiro, per evitare il colpo di grazia. Non è l’unico caso.
Altre testimonianze di familiari – le poche che riescono a filtrare – parlano di manifestanti feriti ma ancora vivi gettati in fosse comuni. Durante le identificazioni alcuni presentavano deboli segni di vita. Erano caldi, ma incoscienti. La Repubblica islamica fa anche questo. Raccolgo storie dalla voce di Somayeh Haghnegahdar. È una regista venuta a studiare a Bologna nel 2022 e poi rimasta. È attiva nel movimento Donna, vita, libertà e nell’Iifma, l’associazione dei cineasti indipendenti iraniani. Ci sentiamo nel giorno del suo compleanno, tra un tentativo e l’altro di sua madre e suo fratello di farle gli auguri. Telefonate che si interrompono di continuo. Lei mi richiama, ma mi sento di troppo, vorrei rinviare. Somayeh dice di no, tanto non festeggia adesso. Festeggerà solo quando l’Iran sarà libero.

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati