Raramente si è vista una proiezione deviata della psiche maschile, e dell’inconscio collettivo, migliore di questa. L’esordio del francese Antoine Maillard è un thriller-noir folgorante in una stagione ricca di ottimi titoli. Evidente l’influenza di David Lynch, in particolare per le atmosfere. Ma con il suo sguardo da “estraneo” europeo che penetra nella provincia statunitense per raccontare l’alienazione della gioventù senza schematismi o caricature, e non privo in una certa misura di uno sguardo umano, Maillard crea quella che potremmo chiamare un’atmosfera-mondo. Ci riesce sia lavorando sulla dimensione volumetrica del raffinato disegno in bianco e nero sia spingendo sulla contemplazione complessiva delle sequenze e delle tavole, creando dei veri e propri climax. Anzi, un climax continuo, una macro-atmosfera resa ancora più intensa grazie al lavoro di découpage che veicola una narrazione estremamente scorrevole. In un racconto rarefatto, il lavoro sui silenzi mette in evidenza immagini tanto espressione dell’inconscio quanto astratte: il serial killer delle notti cittadine è una proiezione psichica interscambiabile, inesistente eppure reale. Assurge così a entità metafisica una maschera vuota che è il riflesso del vuoto esistenziale degli Stati Uniti in cui gli adolescenti sono soli, di fatto abbandonati, e in cui non si vedono quasi adulti. Un mondo (ormai) a sé.

Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1461 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati