Avvelenare la mente dello spettatore con un mondo popolato di mostri, angosciarlo ben oltre la notizia, quasi sempre pretestuosa e poco approfondita, è un’arte squisitamente televisiva. Non c’è motivo di andarne fieri, ma in fatto di distopie la tv può vantare anni di allenamento. Bastano pochi ingredienti: un fatto, un territorio di riferimento, inquadrature sfocate, sagome nella notte, una musica tensiva e una voce che racconta ciò che non siamo chiamati a capire, ma solo a percepire. In studio, gli ospiti discutono, più ispirati dalla speculazione andata in onda che dagli eventi stessi, producendo un ulteriore slittamento di senso che amplifica l’inquietudine. In Fuori dal coro (Rete4) questa specie televisiva si evolve. In coda a un servizio sulla cronaca di Rogoredo, dove alcuni agenti hanno sparato a un uomo armato, l’ispettore Paolo Macchi pronuncia un monologo sulla prerogativa dello stato a difendersi. Lo fa puntando una pistola verso la telecamera, cioè in faccia al pubblico a casa: come potrebbe accadere a ciascuno di voi, dice Macchi, per mano di un rapinatore. Un appello sospeso tra la richiesta di più tutele per la polizia e quella di un’implicita licenza di sparare. Questioni da parlamento, eppure l’arma resta puntata contro di noi, ingrati, non ancora abbastanza terrorizzati. E senza paura, di cosa parliamo? Mani in alto, dunque, e guai a chi cambia canale per fuggire da questo incubo. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1651 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati





