L’ex europarlamentare olandese Marietje Schaake, che da tempo denuncia il “colpo di stato delle big tech”, ha scritto sul Financial Times che è il momento del botlash, cioè di boicottare i servizi delle aziende digitali di cui non si condividono obiettivi e pratiche. La vicinanza della OpenAi e della Meta a Donald Trump, l’uso di Grok (della xAi di Elon Musk) per “spogliare” utenti inconsapevoli con l’intelligenza artificiale (ia): sono molte le ragioni dietro al botlash.
Più che un boicottaggio, però, è uno sciopero, perché si rinuncia a strumenti di lavoro e conoscenze che (forse) servono a mantenerci competitivi. In certe professioni rifiutare ChatGpt ormai equivale a pretendere di scrivere articoli con la penna. C’è un costo economico potenzialmente importante. Ed è una novità, visto che boicottare TikTok o Instagram fa aumentare la produttività, perché i social media riducono la concentrazione e sottraggono tempo prezioso.
I giganti dell’intelligenza artificiale, inoltre, possono vendicarsi. La Palantir, per esempio, ha querelato la rivista online svizzera Republik per aver rivelato il botlash dell’esercito svizzero, che non ha voluto comprare i servizi dell’azienda perché li considerava un problema di sicurezza nazionale. La libertà nell’età dell’ia ha un prezzo, siamo disposti a pagarlo? ◆
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1654 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati




