Una sagoma del presidente Rodrigo Duterte su una strada del centro di Davao, nelle Filippine, il 13 maggio 2016. (Andrew RC Marshall, Reuters/Contrasto)

Nelle Filippine il nuovo presidente sostiene gli squadroni della morte

Una sagoma del presidente Rodrigo Duterte su una strada del centro di Davao, nelle Filippine, il 13 maggio 2016. (Andrew RC Marshall, Reuters/Contrasto)
30 maggio 2016 14:13

Il 14 maggio, cinque giorni dopo che Rodrigo Duterte, ex sindaco di Davao, ha vinto le elezioni nelle Filippine, due sicari a volto coperto hanno girato in moto le periferie della città alla ricerca della loro vittima.

Gil Gabrillo, commerciante e tossicodipendente di 47 anni, stava tornando da un combattimento di galli quando i due aggressori l’hanno raggiunto. Uno di loro ha sparato quattro pallottole alla testa e al corpo di Gabrillo, uccidendolo sul colpo. Poi la moto si è allontanata.

L’omicidio non ha trovato molto spazio sulla stampa di Davao. In città, per quasi vent’anni, Rodrigo Duterte ha dato il suo appoggio pubblico alle centinaia di esecuzioni sommarie di consumatori di droga e criminali, una posizione che ha contribuito a fargli raggiungere la carica più alta del paese.

I gruppi per la difesa dei diritti umani hanno documentato almeno 1.400 omicidi a Davao, che sarebbero stati commessi dal 1998 a oggi da gruppi paramilitari. La maggior parte delle vittime sono tossicodipendenti, piccoli criminali e bambini di strada.

In un’inchiesta del 2009, Human rights watch (Hrw) ha documentato che la polizia si è regolarmente rifiutata di fare indagini approfondite su questi omicidi. Nel rapporto è scritto che i poliziotti in attività o in pensione hanno “consegnato” le vittime ai sicari degli squadroni della morte, fornendo loro nomi e foto dei bersagli. La polizia di Davao nega quest’accusa.

Un’altra inchiesta su questi omicidi, portata avanti dal National bureau of investigation (Nbi), l’equivalente filippino dell’Fbi, non ha portato ad alcuna incriminazione. Un ufficiale d’alto grado dell’Nbi ha dichiarato alla Reuters che l’indagine verrà probabilmente archiviata, ora che Duterte diventerà presidente.

Una simile impunità, insieme agli inviti di Duterte delle scorse settimane per una maggiore giustizia sommaria, potrebbero dare forza agli squadroni della morte in tutto il paese, denunciano le associazioni religiose e quelle per la difesa dei diritti umani. Si è già verificata un’ondata di omicidi irrisolti nelle città vicine, con altri sindaci che hanno imitato Duterte nel dare il loro sostegno pubblico alle uccisioni.

“È successo a Davao e abbiamo visto che la cosa si è ripetuta altrove con le stesse modalità”, ha dichiarato alla Reuters Chito Gascon, presidente della Commissione sui diritti umani (Chr), un organo di vigilanza indipendente delle Filippine. “Riuscite a immaginare cosa significhi il fatto che Duterte sia presidente e che la città di Davao diventi il modello nazionale per la lotta al crimine?”.

A questa domanda Clarita Alia, una donna di 62 anni che vive nei bassifondi di Davao, dove sono stati uccisi i suoi quattro figli, risponde con un sorriso amaro: “Il sangue scorrerà a fiumi”.

Duterte nega le accuse

Rodrigo Duterte, 71 anni, è un ex pubblico ministero. È stato sindaco o vicesindaco di Davao per buona parte degli ultimi trent’anni. Ha sempre negato ogni coinvolgimento negli omicidi compiuti dai gruppi paramilitari. Anche un indagine dell’ufficio del difensore civico non ha rilevato alcuna prova del suo coinvolgimento.

Tuttavia Duterte ha ripetutamente giustificato questi episodi di giustizia sommaria. Per esempio, rivolgendosi alla stampa nel 2009, ha dichiarato: “Se hai delle attività illegali nella mia città, se sei un criminale o fai parte di un’organizzazione che colpisce i cittadini innocenti, finché io sarò sindaco, sarai un obiettivo legittimo di omicidio”.

Duterte vuole ripristinare la pena di morte nelle Filippine e ha promesso d’impiccare due volte i criminali più odiosi

Il 15 maggio, durante una conferenza stampa, il nuovo presidente ha promesso di spazzare via il crimine nelle Filippine in sei mesi, uccidendo i criminali, gli spacciatori e i “figli di puttana”. “Ucciderò chi prova a distruggere il mio paese”, ha aggiunto.

Duterte inoltre vuole ripristinare la pena di morte nelle Filippine e ha promesso d’impiccare due volte i criminali più odiosi: la prima per ucciderli, e la seconda per “staccargli completamente la testa dal corpo”.

Gli abitanti ricordano la città di Davao prima di Duterte come un campo di battaglia senza regole, dominato dalle forze di sicurezza e dai ribelli comunisti. Il quartiere di Agdao era così violento da essere stato ribattezzato “Nicaragdao” in riferimento al paese centroamericano, allora in guerra.

Oggi, grazie alle campagne di Duterte contro la droga e il crimine, Davao è molto più sicura, secondo i suoi abitanti. Ma è ancora la prima su 15 città filippine per numero di omicidi e la seconda per numero di stupri, secondo la polizia nazionale.

Vivere nel terrore

Le interviste condotte dalla Reuters con le famiglie di quattro delle vittime a Davao, una delle quali aveva 15 anni, hanno dimostrato che gli omicidi sono proseguiti anche mentre Duterte faceva campagna per la presidenza.

Tutte e quattro le uccisioni hanno avuto luogo negli ultimi nove mesi e sembrano opera di un gruppo paramilitare che gli abitanti del luogo chiamano Squadrone della morte di Davao.

Reymar Tescon, 19 anni, è stato ucciso ad agosto mentre dormiva ai bordi di una strada

Le vittime sono state uccise con armi da fuoco in pieno giorno o al tramonto, tre di loro nella stessa strada di un quartiere povero e molto popolato che si trova sulla riva del fiume. Gli assassini erano alla guida di motociclette senza targa e avevano il volto coperto da caschi e maschere.

Reymar Tescon, 19 anni, è stato ucciso ad agosto mentre dormiva ai bordi di una strada. Una settimana dopo Romen Bantillan, 15 anni, è stato assassinato mentre giocava a un videogioco a pochi passi di distanza. La famiglia di Tecson ha dichiarato che Reymar era un tossicodipendente, ma quella di Bantilian ha risposto che Romel era pulito.

Romel aveva un fratello gemello e il loro padre, Jun Bantilan, sostiene di aver sentito delle “voci” secondo le quali la prossima vittima designata sarebbe proprio Jun. La maggior parte del tempo Jun se ne sta seduto in strada per controllare il possibile arrivo degli assassini.

Lì vicino, nella sua baracca cadente, Norma Helardino si chiede ancora perché suo marito Danilo, 53 anni, sia stato ucciso a gennaio. Non consumava droga, spiega la donna, “anche se forse lo facevano i suoi amici”.

Clarita Alia, 62 anni, vive nei bassifondi di Davao, dove sono stati uccisi i suoi quattro figli. La foto è stata scattata il 14 maggio 2016. (Andrew RC Marshall, Reuters/Contrasto)

La polizia ha aperto un’inchiesta ma Helardino sostiene che non si è trattato di vere e proprie indagini: “Non si è fatto avanti alcun testimone”. Alla domanda su chi potessero essere gli assassini di suo marito, indica il suo tetto di lamiera e risponde: “Lo sa solo dio”.

I tre uomini uccisi nel quartiere erano “noti trafficanti di droga”, ha dichiarato Milgrace Driz, portavoce della polizia di Davao. “Hanno scelto di diventare dei criminali, essere uccisi è il loro destino”, ha spiegato. “Il sindaco ha già detto che non c’è posto per loro in questa città”.

Driz ha descritto il quindicenne Bantilan come un “recidivo” dotato di “attitudini criminali” che aveva ricevuto numerosi inviti a cambiare vita. Il ragazzo, ha affermato, aveva consegnato della droga per conto di una gang che probabilmente lo ha ucciso per un litigio legato ai soldi. Data l’assenza di testimoni, i tre omicidi sono rimasti irrisolti nonostante gli sforzi investigativi, ha spiegato Driz.

Rispondendo alle affermazioni di Human rights watch, secondo le quali la polizia collabora attivamente con gli squadroni della morte, Driz ha detto che la polizia ottiene i nomi dei criminali locali grazie a un numero verde pubblico ma non li uccide.

Mancano le prove

Gli attivisti per i diritti umani sostengono che le indagini ufficiali sugli omicidi degli squadroni della morte siano state ostacolate dall’assenza di testimonianze, l’apatia burocratica e le pressioni politiche.

Il rapporto di Human rights watch ha invitato la Commissione sui diritti umani (Chr) a indagare sul coinvolgimento o la complicità di Duterte e di altri funzionari negli omicidi.

Ma in una lettera del gennaio del 2016 ottenuta dalla Reuters, il Difensore civico ha spiegato alla Chr che le sue indagini erano “chiuse” poiché non aveva trovato alcuna prova del coinvolgimento di Duterte o della polizia negli omicidi. La lettera definiva l’esistenza di squadroni della morte il prodotto di “voci e pettegolezzi”.

Il rapporto del Chr ha anche dato avvio a un’inchiesta dell’Nbi. Quattro anni dopo l’inchiesta è ancora in corso, secondo quanto riferisce un portavoce dell’agenzia. Tuttavia il ministro della giustizia Emmanuel Caparas, che sovrintende all’Nbi, il 20 maggio ha dichiarato alla stampa che lo stato dell’inchiesta non è chiaro poiché un testimone chiave, un ex sicario, era stato rilasciato dal carcere preventivo. “Tutto è legato al fatto che il testimone ricompaia o meno”, ha dichiarato.

Un’altra fonte dell’Nbi, che ha chiesto di rimanere anonima non avendo ricevuto l’autorizzazione a parlare con la stampa, ha rivelato che ora l’inchiesta verrà sospesa. “Chi avrà mai il coraggio di fare indagini sul presidente?”, ha aggiunto.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’agenzia britannica Reuters.

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