26 agosto 2020 17:31

Appena quattro anni fa, la popolazione birmana sfinita dalla guerra poteva sperare che un giorno i cannoni avrebbero taciuto. Era l’agosto del 2016 e Aung San Suu Kyi stava organizzando il primo di vari incontri pensati per mettere fine alle numerose rivolte etniche che hanno devastato il paese fin dalla sua fondazione, nel 1948.

Il processo di pace era stato avviato dal precedente leader birmano, un ex generale, ma Suu Kyi, premio Nobel per la pace, suscitava la sincera speranza che potesse essere raggiunta una tregua duratura. Da allora, tuttavia, quella fragile speranza si è affievolita. Le discussioni sono in stallo.

Sporadici scontri armati continuano ad avvenire negli stati di Kachin, Kayin e Shan, mentre nuovi conflitti sono esplosi dal 2018 in quelli di Rakhine e Chin, dove ci sono state quasi mille vittime civili e almeno ottantamila sfollati.

Mentre il governo di Suu Kyi, l’esercito birmano e varie minoranze etniche si sono incontrate tra il 19 e il 21 agosto nella capitale, Naypyidaw, per le ultime trattative prima delle elezioni generali di novembre, la domanda nella testa di tutti è: che cosa è andato storto? Tutti sapevano che non sarebbe stato facile.

Suu Kyi ha ereditato quella che è spesso descritta come la più lunga guerra civile del mondo. Il processo di pace da lei avviato è stato ribattezzato la “conferenza di Panglong del ventunesimo secolo”, in riferimento alla prima “conferenza di Panglong” convocata nel 1947 dal padre, Aung San, leader dell’indipendenza birmana. Già da allora erano emersi conflitti tra l’esercito e una lunga lista di forze armate etniche in varie regioni di confine del paese. Suu Kyi ha dovuto fare i conti con “uno dei più intricati processi di pace della storia”, afferma il Transnational Institute, un istituto di ricerca internazionale. Thein Sein, il suo predecessore, aveva raggiunto un Accordo di cessate il fuoco nazionale (Nca) che prometteva di creare un sistema federale.

Da quando Aung San Suu Kyi ha preso il potere, non è stata in grado di fare progressi concreti nelle trattative di pace

Quanti lo hanno sottoscritto sono stati ammessi alla fase successiva, quella del dialogo politico. Ma l’esercito ha fatto inferocire le formazioni ribelli più numerose e potenti quando, nel 2015, ha dichiarato che sei di queste non avrebbero potuto firmare l’Nca. Inizialmente solo otto gruppi armati, che rappresentavano il 20 per cento dei ribelli della Birmania, hanno firmato l’accordo, rendendo indifendibile l’idea che l’Nca abbia portata nazionale. Questo ha creato un processo di pace complicato e su due binari distinti: da una parte il dialogo interno ai firmatari dell’Nca; dall’altra le trattative bilaterali per il cessate il fuoco tra chi non ha firmato. Da quando Suu Kyi ha preso il potere, non è stata in grado né di convincere chi non ha firmato ad aderire al Nca, né di fare progressi concreti nelle trattative di pace.

Contro il federalismo
L’esercito non sta aiutando. Suu Kyi non può costringerlo a porgere un ramoscello d’ulivo ai suoi nemici. La costituzione attribuisce all’esercito, o Tatmadaw, il controllo dei ministeri della difesa, delle frontiere e dell’interno, e un quarto dei seggi in parlamento, il che gli attribuisce di fatto un potere di veto sulle riforme costituzionali. L’esercito non “ha né preso alcun impegno né fatto reali concessioni ai gruppi etnici durante il processo di pace”, dice Tom Kramer del Transnational institute. In realtà ha deliberatamente sabotato i tentativi di pace, per esempio entrando in conflitto con due dei firmatari dell’Nca – l’Unione nazionale Karen (Knu), un gruppo etnico karen (o kayin), e il Consiglio per la restaurazione dello stato Shan (Rcss), un gruppo etnico shan – mentre le trattative erano in corso. Nell’ottobre del 2018 entrambi i gruppi si sono ritirati dal processo di pace.

Dal gennaio del 2019 l’esercito ha anche intensificato i combattimenti con l’esercito Arakan, un gruppo etnico rakhine, uno dei sei a cui era stato vietato di aderire all’Nca nel 2015, il che aveva portato ad alcuni tra i più sanguinosi scontri degli ultimi decenni in Birmania. “Non hanno cercato la pace, ma il conflitto”, dice Priscilla Clapp, consulente dell’Asia Society, un centro studi statunitense. Il comandante in capo dell’esercito considera Suu Kyi come una rivale e, per quanto gli è possibile, non vuole concederle alcuna vittoria politica. Inoltre il Tatmadaw è sempre stato visceralmente opposto all’idea di federalismo. Crede infatti a un’idea di Birmania come stato unitario, dominato dal gruppo etnico maggioritario, i bamar, una visione che è ben felice d’imporre con la forza alle minoranze più insofferenti. “Non credo vogliano davvero la pace”, sostiene Naw K’nyaw Paw, attivista pacifista e segretaria generale dell’Organizzazione delle donne karen.

Il Tatmadaw lascia a Suu Kyi poco spazio di manovra. Ma anche lei ha fatto molti passi falsi. All’inizio si è dedicata con entusiasmo ad avviare velocemente il processo di pace. Secondo un rapporto del centro studi International crisis group, la sua speranza era che un accordo fosse la strada più rapida per una riforma costituzionale: l’unico modo di limitare il potere dell’esercito, una cosa che la leader birmana desidera ardentemente. Ma per l’esercito risolvere le ostilità è una condizione necessaria per avviare le riforme.

Il governo ha trascurato le trattative di pace e ha anche infiammato i rapporti con le minoranze etniche

Quando mediare una pace si è rivelato un’impresa sempre più titanica, l’entusiasmo è scemato e Suu Kyi si è concentrata su altre questioni. È diventato chiaro che “la priorità del governo della Lega nazionale per la democrazia (Nld, il partito di Suu Kyi) è stata quella di cercare una riconciliazione con l’esercito, non con i gruppi etnici”, dice Tom Kramer. La speranza era che, se l’esercito non si fosse sentito minacciato dall’amministrazione civile, avrebbe potuto acconsentire alle riforme costituzionali. Invece, l’esercito ha cercato di dominare il processo di pace.

Il governo ha trascurato le trattative di pace e ha anche infiammato i rapporti con le minoranze etniche. A marzo ha rifiutato di dare ai parlamenti statali, alcuni dei quali dominati da partiti etnici, il diritto di scegliere i loro capi regionali. Suu Kyi non è stata capace di riconoscere le rivendicazioni di vecchia data delle minoranze etniche, né di rispondere alle preoccupazioni dei firmatari dell’Nca, preoccupati per le violazioni dell’accordo da parte dell’esercito e per l’incapacità di questo di trattare i gruppi etnici come partner di un’unione federale, o d’immaginare quale forma quest’unione potrebbe assumere. “Un sacco di elettori dei diversi gruppi etnici si sentono traditi”, dice Kramer. “Suu Kyi ci ha deluso”, conferma Naw K’nyaw Paw.

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La prospettiva di non aver niente da mostrare agli elettori alle elezioni di novembre, dopo anni di trattative di pace, ha spinto la leader birmana a dare nuova energia alla sua azione. Ci sono segni promettenti. A gennaio il Knu e l’Rcss sono tornati ai tavoli delle trattative, apparentemente rassicurati dalla volontà del governo di affrontare alcune delle loro preoccupazioni. Ma nessuno dei princìpi sui quali verosimilmente si troverà un accordo va oltre quanto già esiste nella costituzione o nelle leggi in vigore: “Non dà niente di nuovo a questi gruppi”, dice Krame. E come sostiene Naw K’nyaw Paw, se tutti i gruppi armati non sono inclusi nel processo di pace, “stiamo sprecando un sacco di tempo”. Naw K’nyaw Paw teme che il governo abbia convocato la conferenza della scorsa settimana solo per “salvare la faccia” in vista delle elezioni. Non farà niente per fermare gli scontri armati che, dice, sono “una costante” nel suo paese.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale britannico The Economist.