Tebu, un indigeno del popolo uru-eu-wau-wau in una zona colpita dalla deforestazione nella riserva vicino a Campo Novo de Rondônia, in Brasile, 1 febbraio 2019.

In Brasile i territori indigeni sono sotto attacco

Tebu, un indigeno del popolo uru-eu-wau-wau in una zona colpita dalla deforestazione nella riserva vicino a Campo Novo de Rondônia, in Brasile, 1 febbraio 2019.
12 marzo 2019 11:16

In Brasile, dieci giorni dopo l’insediamento del presidente di destra, Jair Bolsonaro, decine di uomini sono entrati in territori indigeni protetti in uno sperduto angolo di Amazzonia, aprendosi un sentiero attraverso la giungla. Ispirati dalla promessa di Bolsonaro di destinare una maggiore quantità di terreno indigeno allo sviluppo commerciale, gli uomini, armati di machete, motoseghe e armi da fuoco, si sono attivati per reclamare quei terreni.

Il risultato è stato un teso confronto con il popolo uru-eu-wau-wau, che è stato ripreso con un cellulare e mostrato ai giornalisti della Reuters. Gli intrusi avrebbero minacciato di incendiare i villaggi degli indigeni per cacciarli, secondo quanto dichiarato da alcune persone della tribù. Gli indigeni si sono preparati a rispondere con i loro archi armati di frecce avvelenate.

Gli invasori si sono ritirati. Ma un cartello crivellato di colpi all’ingresso della loro rigogliosa riserva serve oggi da monito per il futuro. Sul cartello si legge l’acronimo Funai (Fundação nacional do índio), l’agenzia incaricata di proteggere i diritti alla terra degli indigeni, e osteggiata dai grandi interessi agricoli. “È una minaccia, significa che torneranno”, sostiene Awip Puré, un uru-eu-wau-wau di 19 anni, alcune settimane dopo lo scontro, avvenuto nello stato nordoccidentale di Rondônia.

Vaste risorse naturali
La vicenda rientra nell’aumento di minacce e incursioni illegali che, secondo i popoli indigeni e i gruppi di difesa dei loro diritti, hanno accompagnato l’ascesa al potere di Bolsonaro. Le invasioni territoriali sono cresciute del 150 per cento da quando è stato eletto a fine ottobre, secondo il Consiglio missionario indigeno (Cimi), un’associazione di rappresentanza dei popoli indigeni.

La notte della vittoria di Bolsonaro, un centro medico e una scuola sono stati incendiati nei territori dei pankararu, nello stato nordorientale del Pernambuco, ha riferito il Cimi. Nello stato centroccidentale del Mato Grosso do Sul, ha riferito l’associazione, convogli di agricoltori hanno sparato alle comunità guaraní kaiowá per intimidirle.

In Brasile vivono circa 850mila indigeni, suddivisi più o meno in trecento popoli. Le zone dove vivono, che rappresentano quasi il 13 per cento del territorio brasiliano, sono da tempo fonte di conflitto con chi, dall’esterno, è attirato dalle loro vaste risorse naturali.

“Se diventerò presidente, non ci sarà un centimetro quadro di territorio designato come riserva indigena”, aveva dichiarato Bolsonaro nel 2017

Bolsonaro si è scagliato contro quella che ritiene l’eccessiva protezione del governo federale nei confronti di queste popolazioni. Ha paragonato i loro abitanti ad animali negli zoo, suggerendo che starebbero meglio se si assimilassero e godessero di una fetta dei profitti che deriverebbero dall’apertura dei loro terreni all’allevamento, all’agricoltura, al taglio del legname e all’estrazione. Ha etichettato le riserve come un ostacolo per le attività delle aziende agricole, sue grandi sostenitrici. “Se diventerò presidente, non ci sarà un centimetro quadro di territorio designato come riserva indigena”, aveva dichiarato nel 2017 in una delle tappe della sua campagna elettorale, nello stato agricolo del Mato Grosso.

I sostenitori dei diritti delle popolazioni indigene ritengono che una simile retorica abbia alimentato un risentimento che covava da tempo, mettendo in pericolo le vite degli indigeni. “I suoi discorsi in campagna elettorale sono diventati una licenza d’invadere i territori indigeni”, ha dichiarato Ivaneide Bandeiras, direttrice di Kanindé, una ong di difesa delle popolazioni e dell’ambiente amazzonico.

Accentramento di potere
Una delle prime azioni di Bolsonaro da presidente è stata sottrarre alla Funai il suo ruolo nella determinazione dei confini delle riserve, trasferendo tale autorità al ministero dell’agricoltura, che è dominato da interessi di sfruttamento rurale.

Il funzionario incaricato oggi delle questioni fondiarie è Nabhan Garcia, un rappresentante degli interessi agricoli di destra che da decenni combatte le riserve. “L’estensione dei terreni delle riserve è mostruosa, e oggi è nelle mani di pochissimi indios”, ha dichiarato Garcia nel corso di un’intervista.

Il popolo uru-eu-wau-wau è stato decimato dalle malattie negli anni settanta del novecento, con l’arrivo degli agricoltori e l’apertura di una strada che attraversa lo stato di Rondônia. Oggi i circa 150 sopravvissuti del gruppo vivono in una riserva che copre 1,9 milioni di ettari, vicino al confine con la Bolivia, una superficie superiore a quella del Connecticut, negli Stati Uniti.

Anche se alcuni indossano jeans e usano telefoni cellulari acquistati con i sussidi del governo e la vendita di noci brasiliane e farina di manioca, la popolazione vive perlopiù come i suoi antenati, cacciando tapiri e cinghiali.

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Non è la prima volta che il popolo uru-eu-wau-wau deve fare i conti con agricoltori e taglialegna di frodo. Ma gli uomini dello scorso gennaio erano diversi: hanno dipinto dei numeri sugli alberi posizionati a precisi intervalli di sessanta ettari, segno che stavano definendo dei lotti per la vendita ai futuri colonizzatori.

Il popolo uru-eu-wau-wau ha convocato un’assemblea d’emergenza dei suoi sei villaggi alla fine di gennaio. Capi e guerrieri si sono dipinti il corpo, hanno indossato i copricapo a forma di pappagallo ara e messo in scena una danza di guerra. Hanno poi scritto una lettera invocando la protezione del governo, avvertendo che avrebbero utilizzato le loro frecce e i loro archi, se costretti. “Questa terra e questi alberi devono restare intatti, se vogliamo sopravvivere come popolo”, ha dichiarato uno dei capovillaggio, Tangae Uru-eu-wau-wau.

All’assemblea era presente il nuovo capo della Funai, Franklimberg Ribeiro, un generale dell’esercito di origine indigena amazzonica in pensione, che ha assicurato che la sua agenzia proteggerà il loro territorio. “Prenderemo provvedimenti per mettere fine a queste invasioni”, ha dichiarato Ribeiro dopo l’incontro con i capi. Ma sono passate varie settimane senza che nessuno sia stato punito e gli uru-eu-wau-wau temono il peggio.

Inversione di tendenza
I loro rappresentanti hanno mostrato le immagini scattate con i telefoni alla polizia federale, che ha sorpreso un sospetto mentre s’introduceva nel territorio. Ma il giudice ha rifiutato di spiccare un mandato d’arresto. Le autorità hanno dichiarato di essere ancora alla ricerca di David Elias da Silva, un agricoltore locale che secondo loro avrebbe guidato l’invasione di gennaio.

La Reuters ha visitato il domicilio dell’uomo, appena fuori della riserva. Sua moglie si è rifiutata di rivelare dove si trovasse, dichiarando che il marito è innocente e dando agli indigeni la colpa dei disordini. “Gli indios non lavorano. Non fanno niente. Per questo ci sono tutti questi problemi”, ha dichiarato.

I conflitti con taglialegna e minatori illegali si sono intensificati negli stati amazzonici di Pará e Maranhão, ha dichiarato la Funai. Adesso che le forze dell’ordine hanno ridotto la loro presenza, alcune popolazioni hanno formato delle milizie armate per proteggere le loro terre. Anche le dispute legali si stanno intensificando. La costituzione del Brasile del 1988 garantisce ai popoli indigeni il diritto ai loro terreni ancestrali.

Il 31 gennaio il Partito socialista brasiliano (Psb) ha presentato un esposto alla corte suprema contro la decisione di Bolsonaro di attribuire al ministero dell’agricoltura l’autorità di determinare i confini delle riserve. Il tribunale deve ancora pronunciarsi al riguardo.

Pericoli senza precedenti
Il piano di Bolsonaro di assimilare i popoli indigeni rappresenta un’inversione di tendenza rispetto alle politiche federali che ne proteggono habitat, lingue e costumi, secondo Cleber Buzatto, segretario esecutivo dell’associazione Cimi. Buzatto teme che i cambiamenti possano portare a un etnocidio. È preoccupato anche l’etnografo Sydney Possuelo, una delle principali autorità in materia di popoli indigeni.

A dicembre si trovava nella riserva della valle di Javari, nell’estremo occidente del Brasile, una regione dove vive il più alto numero di popoli mai entrati in contatto con il mondo esterno. Gli abitanti del luogo hanno riferito a Possuelo di aver visto varie centinaia di uomini “bianchi” armati, a bordo di imbarcazioni, entrare nella riserva sul fiume Javari, dove danno la caccia a pesci e tartarughe, tagliano alberi e cercano minerali.

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Una notte alcuni di questi infiltrati hanno sparato contro la piccola sede della Funai costruita nella riserva. Sono stati respinti da quattro poliziotti che per caso si trovavano lì per la loro visita annuale. Gli agenti della Funai hanno confermato l’attacco. Nessuno è stato arrestato. “La vita dei popoli indigeni brasiliani non è mai stata facile. Ma sono 42 anni che lavoro in Amazzonia, e non ho mai visto una situazione così pericolosa”, ha dichiarato al telefono Possuelo. “Taglialegna, minatori, cacciatori e pescatori che invadono le riserve sono ormai convinti di avere il presidente dalla loro parte”, ha dichiarato.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato dall’agenzia Reuters.

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