25 giugno 2020 13:01

Fino al 10 giugno l’Umbria era una delle poche regioni italiane a consentire l’accesso all’aborto farmacologico – con la pillola RU486, cioè il mifepristone, introdotto in Italia nel 2009 – in regime di day hospital. Una delibera della giunta presieduta da Donatella Tesei, della Lega, ha abrogato questa possibilità, ripristinando la necessità di un ricovero di tre giorni. La decisione ha raccolto il plauso di gruppi ed esponenti politici dichiaratamente contro l’aborto, e ha provocato le proteste di movimenti femministi e associazioni di medici per la libertà di scelta.

La presidente Tesei, che prima dell’elezione lo scorso autunno aveva firmato il “manifesto valoriale” sottoposto dalle associazioni del Family day ai candidati alla regione Umbria, ha difeso la sua scelta parlando di “tutela della salute della donna”, ma non è stata in grado di fornire dati scientifici a supporto.

“È chiaramente una decisione ideologica, presa solo per rendere l’aborto farmacologico più complicato per le donne”, afferma Marina Toschi, ginecologa di Pro-choice Rica e parte della Rete umbra per l’autodeterminazione, che ha promosso una manifestazione di protesta a Perugia domenica 21 giugno per lanciare una presa di coscienza nazionale. “Il vero problema sono le linee di indirizzo sulla RU486”.

Il caso umbro è solo l’ultimo dei passi indietro compiuti durante e dopo la pandemia sui diritti sessuali e riproduttivi. L’emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus ha esasperato aspetti critici che esistevano già prima e peggiorato una situazione già drammatica in molte aree del paese. La decisione della giunta Tesei non è un prodotto diretto di quest’ultima crisi, è una scelta politica, che però si inserisce nel nuovo quadro disegnato dall’epidemia. Per questo vale la pena soffermarsi un attimo su quello che è avvenuto in Umbria per poi allargare lo sguardo al resto dell’Italia.

Il caso umbro
La delibera della regione si rifà alle indicazioni emanate dal ministero della salute nel 2010, che prevedono la somministrazione della pillola abortiva entro la settima settimana di gravidanza con un ricovero ospedaliero di tre giorni, a differenza dell’aborto chirurgico che si risolve in una giornata. Negli anni, solo Umbria, Lombardia, Emilia-Romagna, Lazio e Toscana (che recentemente si è impegnata per la somministrazione nei consultori) hanno organizzato il servizio in day hospital: si va due volte in ospedale a distanza di 48 ore per la somministrazione dei farmaci, e poi una terza dopo 14 giorni per la visita di controllo.

Secondo diverse associazioni scientifiche di ginecologia e ostetricia, questa previsione unita al termine delle sette settimane – e non nove come negli altri paesi, che peraltro non chiedono il ricovero – sono limitazioni che andrebbero superate, perché ostacolano inutilmente l’accesso a questa modalità di interruzione di gravidanza, che in Italia è usata appena nel 20,8 per cento dei casi. In Francia la percentuale è del 66 per cento, nei paesi scandinavi supera il 90 per cento.

Qualche giorno fa il ministro della salute Roberto Speranza ha chiesto un nuovo parere al Consiglio superiore di sanità, aprendo alla possibilità di aggiornare le linee di indirizzo e favorire il ricorso all’aborto farmacologico in regime di day hospital e ambulatoriale, valutando anche l’ipotesi della telemedicina.

“La richiesta del ministro può essere uno spiraglio”, afferma Anna Pompili, ginecologa dell’Associazione medici italiani contraccezione e aborto (Amica). “Finalmente può passare l’idea che serve una maggiore attenzione ai diritti sessuali e riproduttivi”, dice. Anche perché, aggiunge, “fino a questo momento tutte le raccomandazioni sull’emergenza covid-19 da parte delle istituzioni hanno riguardato un solo aspetto, e cioè la maternità. Su interruzione di gravidanza, contraccezione, niente”.

I servizi durante e dopo il lockdown
Nonostante l’aborto sia per legge un servizio indifferibile ed essenziale, nelle prime fasi della crisi sanitaria molti ospedali hanno sospeso, trasferito o limitato i servizi di interruzione volontaria di gravidanza. A causa della necessità di ricovero, queste decisioni hanno riguardato anche l’aborto farmacologico, che invece in paesi come Francia o Regno Unito è stato incentivato e deospedalizzato. Molte donne, come testimoniano le storie raccolte dal gruppo femminista Obiezione Respinta, sono state costrette a cercare un ospedale disposto a farle abortire anche a diversi chilometri da casa, tra le difficoltà di movimento per le misure di lockdown, la paura del contagio e pochissime informazioni disponibili.

Dopo mesi di emergenza, la situazione sta tornando alla normalità. Come afferma Toschi, però, questa “non è necessariamente una buona notizia. In generale sarei contenta che non ci fosse un ritorno alla normalità, ma che venisse superata. Perché su diritti sessuali e riproduttivi delle donne ciò che per noi è normalità non va bene”.

Quello che è successo in questi mesi non è stata una situazione imprevedibile, ma l’esacerbarsi di problemi esistenti e noti. A cominciare dall’operatività a macchia di leopardo dei servizi di interruzione volontaria di gravidanza, con metodo sia chirurgico sia farmacologico, complice la diffusione dell’obiezione di coscienza. Secondo l’ultima relazione del ministero della salute sulla legge 194, sono obiettori il 69 per cento dei ginecologi, il 46,3 per cento degli anestesisti e il 42,2 per cento del personale non medico. Le donne che vivono in aree dove le percentuali sono più alte tendenzialmente si spostano per accedere al servizio, specialmente per l’aborto oltre il primo trimestre.

I consultori sono pochi e in sofferenza da tempo in tutta Italia

Anche la maggior parte dei consultori è rimasta chiusa durante la fase emergenziale, o hanno lavorato in maniera ridotta, con grandi difficoltà per le donne che avevano bisogno del certificato per l’interruzione volontaria di gravidanza o di accedere alla contraccezione di emergenza.

Daniela Fantini, ginecologa e presidente del consultorio autogestito Centro di educazione matrimoniale e prematrimoniale (Cemp) di Milano, per più di due mesi ha ricevuto chiamate da ogni parte d’Italia: “Il numero si trova online, mi hanno telefonato anche da Caltanissetta per avere informazioni. Qui a Milano ci sono stati giorni in cui ce n’erano aperti due in tutta la città”. Eppure, secondo Fantini, i consultori sarebbero dovuti rimanere attivi, per evitare che le persone si recassero in ospedale. “È quello che è mancato in tutta l’emergenza covid-19, la medicina del territorio”, aggiunge.

I consultori sono pochi e in sofferenza da tempo in tutta Italia. Tutto questo ha effetti sulla salute delle donne nella fase post lockdown. “Adesso facciamo visite ogni 40 minuti, perché bisogna disinfettare, misurare la febbre, fare il pretriage telefonico. Ci vuole più tempo, quindi i posti sono ancora di meno. A chi non ha urgenza diciamo di tornare più avanti”, spiega Fantini. Non essendoci sufficienti centri di prossimità, la conseguenza è che chi può permetterselo va dal privato, le altre restano escluse o intasano gli ospedali.

I movimenti femministi stanno denunciando la mancata riapertura o l’attività a singhiozzo dei consultori in diverse parti d’Italia, mettendo anche in atto iniziative di auto organizzazione. A La Spezia il gruppo locale di Non una di meno ha lanciato un crowdfunding per finanziare nelle strutture dell’Aied (Associazione italiana educazione demografica) le visite per le donne che resteranno fuori dalle lunghissime liste d’attesa dei consultori pubblici, rimasti completamente chiusi per tre mesi, e non potranno permettersi di farle privatamente.

Contraccezione e comunicazione
“La pandemia ha reso ancora più evidenti le disuguaglianze esistenti. Di questi tempi si parla tanto di servizi territoriali pubblici, verrà speso un euro per i consultori?”, denuncia Toschi di Pro-choice Rica. “La legge 194 prevedeva dei finanziamenti, ma sono spariti. I consultori sono luoghi abbandonati nella maggior parte dei casi, retti da operatori e operatrici bravissimi che fanno miracoli”.

Le disparità economiche e territoriali esistono anche per quanto riguarda la contraccezione. “L’accesso è problematico e molto costoso, per una donna è praticamente un lusso”, afferma Irene Donadio di International planned parenthood federation (Ippf).

A eccezione di sei regioni, e solo per alcune fasce della popolazione, dal 2016 in Italia non esistono più pillole anticoncezionali gratuite su base nazionale, nonostante nel 1975 la legge istitutiva dei consultori lo prevedesse espressamente. Nelle altre sono le donne a dover sostenere i costi della contraccezione, in particolare di quella ormonale che è molto onerosa, in media tra i 100 e i 200 euro l’anno. Una spirale, invece, può costare anche 270 euro.

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Con la crisi economica che seguirà quella sanitaria, secondo Pompili di Amica, “avere una contraccezione gratuita sarebbe fondamentale. Dovrebbe essere garantita. Non solo la pillola, ma le spirali anche per le ragazzine, i sistemi a lunga durata”.

La pandemia ha poi esasperato i ritardi nell’informazione e nella comunicazione su tutti questi temi. “Il ministero non ha un sito che parli di contraccezione, di aborto. Se io sono una ragazza, vado su internet e scrivo ‘consultorio più vicino’? Non trovo niente”, afferma Toschi, secondo cui andrebbe istituito un numero verde che dia informazioni, “perché è un diritto e va garantito”.

Le poche notizie sui servizi attivi sono state date alle donne da gruppi come Obiezione Respinta (che ha attivato un canale Telegram apposito), o reti di ginecologhe volontarie come Amica, Pro-choice Rica, Laiga o Vita di donna. Quest’ultima porta avanti da anni un servizio telefonico dalla Casa internazionale delle donne di Roma.

Le stesse associazioni hanno lanciato un appello al ministero della salute riguardante la salute sessuale e riproduttiva, chiedendo contraccezione gratuita, rifinanziamento dei consultori, diffusione di informazioni e rimozione delle barriere per l’aborto farmacologico. Sono richieste che da anni vengono portate avanti, ma finora sono rimaste inascoltate.