11 settembre 2020 16:37

Fino alla fine d’agosto, l’estate di Paul Rusesabagina non aveva avuto niente d’eccezionale. Per mesi quest’uomo di 66 anni non aveva fatto molto più che sedersi nella veranda della sua casa in Texas, annaffiare le piante, telefonare ai figli e chiacchierare con i vicini. Dopo essere guarito da un cancro, era preoccupato per il covid-19 e osservava scrupolosamente le misure raccomandate per evitare di essere infettato dal virus. Le sue settimane sono passate senza problemi.

Ma dall’altra parte del mondo, nel Ruanda in cui è nato, le agenzie di sicurezza stavano architettando dei piani per portare questo ex imprenditore nella capitale Kigali e costringerlo ad affrontare delle accuse di terrorismo, un processo, la prigione.

L’operazione segreta – definita dagli avvocati di Rusesabagina un’“estradizione illegale” – ha portato l’attenzione del mondo sulla storia traumatica di questo paese africano, sugli spietati tentativi di mettere a tacere i dissidenti da parte del suo leader storico, su una regione che danza sull’orlo di un catastrofico conflitto, e su una famiglia sotto shock.

Sorvegliati da Kigali
“Siamo sotto pressione e preoccupati, ma siamo forti. Nostro padre ci ha insegnato a essere così, ad aspettarci l’imprevedibile in ogni momento. Vogliono mettere a tacere la sua voce”, ha dichiarato il figlio di Rusesabagina, Filston.

Rusesabagina non aveva più messo piede in Ruanda dai tempi del genocidio che provocò la morte di circa ottocentomila persone nel 1994, ma con il passare degli anni si è sempre più impegnato in attività volte a rovesciare Paul Kagame, che da vent’anni è presidente del paese.

Per mesi, forse anni, i servizi di sicurezza ruandesi hanno tenuto sotto osservazione Rusesabagina, la cui famiglia sapeva da molto tempo di poter essere oggetto d’intimidazioni e sorveglianza. “Per tutta la vita siamo stati prudenti (…), sempre consapevoli di poter essere pedinati o intercettati”, ha spiegato Filston Rusesabagina.

Per questo la sua famiglia è stata colta di sorpresa quando Rusesabagina, a metà agosto, ha comunicato che sarebbe andato a Dubai per alcuni “incontri”. “Doveva trattarsi di una cosa incredibilmente importante. Altrimenti non avrebbe mai neppure pensato di andarci. Da molto tempo non usciva dagli Stati Uniti”, ha detto suo figlio.

Partito il 26 agosto con un volo Emirates che ha fatto scalo a Chicago, Rusesabagina è atterrato a Dubai nella prima serata del 27, e ha chiamato a casa alle 23 circa per dire che era arrivato sano e salvo.

Quello che è accaduto dopo rimane un mistero. E le autorità ruandesi sperano che rimanga tale.

La ricostruzione
I registri di volo hanno identificato un jet privato decollato dall’aeroporto Al Maktoum di Dubai alle 00.55 del 28 agosto e atterrato a Kigali alle 6 del mattino. Gli avvocati che rappresentano la famiglia di Rusesabagina hanno dichiarato di ritenere “molto probabile” che lui fosse su quell’aereo, un Bombardier Challenger usato da una compagnia di voli charter di cui spesso si serve il governo del Ruanda.

Secondo i documenti ottenuti dal sito Africa Confidential, gli aerei usati da quella compagnia privata hanno effettuato cinque viaggi d’andata e ritorno verso la capitale ruandese a partire da giugno. Le autorità degli Emirati Arabi Uniti hanno negato di essere a conoscenza dell’accaduto.

Quattro giorni dopo la telefonata di Rusesabagina alla sua famiglia, le autorità ruandesi hanno comunicato al Belgio di aver sottoposto a fermo un cittadino belga. Solo quando hanno mostrato l’uomo da loro detenuto a Kigali, in manette e di fronte ad alcuni giornalisti selezionati, la sua identità è risultata chiara.

Le autorità ruandesi hanno spiegato che Rusesabagina è accusato di essere “fondatore, leader, finanziatore e membro di formazioni terroristiche armate ed estremiste (…) attive in varie zone della regione e al di fuori di esse”, e che era stato arrestato ai sensi di quello che hanno definito “un mandato internazionale”.

Ma Jeannot Ruhunga, capo dell’agenzia investigativa del Ruanda, ha dichiarato a un sito d’informazione locale che Rusesabagina era stato arrestato all’arrivo a Kigali. Fonti dell’opposizione ruandese si sono dette convinte che Rusesabagina sia stato vittima di un inganno.

Un altro piano
Rusesabagina, che nel 2010 si è espresso pubblicamente contro l’incarcerazione di un leader dell’opposizione e quattro anni fa ha annunciato una campagna politica contro il governo, da lui definito una dittatura, non era un oppositore come gli altri.

Quando era direttore di un albergo di lusso a Kigali, durante il peggior momento delle violenze genocidarie del 1994, aveva accolto più di 1.200 persone, salvandole dalla morte. La sua storia è stata raccontata nel film Hotel Ruanda e ha ottenuto la più alta onorificenza civile degli Stati Uniti, che gli è stata consegnata dall’allora presidente George W. Bush nel 2005.

Alla fine del 2018 le autorità ruandesi hanno inviato a quelle del Belgio un documento di 14 pagine, con cui richiedevano un mandato d’arresto per Rusesabagina, cittadino belga, presso la sua residenza a Bruxelles. Il documento accusava il suo movimento di decine di azioni violente. Ma quando l’abitazione del dissidente è stata perquisita, non è stato trovato niente e non sono state condotte altre indagini. A quanto pare, i servizi di sicurezza ruandesi hanno elaborato un altro piano.


Vari esponenti di spicco dell’opposizione ruandese vivono a Dubai e alcuni dissidenti ipotizzano che Rusesabagina possa essere stato convinto a incontrare una persona di cui si fidava, ma che potrebbe averlo tradito. “È la cosa che più ci spaventa… Queste persone possono rapirti, nasconderti, e farti scomparire. Alcuni finiscono uccisi, ad altri viene detto cosa dire e sono risparmiati”, ha spiegato uno di loro, preferendo rimanere anonimo.

I servizi di sicurezza sono ritenuti responsabili di aver ucciso, rapito, aggredito e minacciato decine di personaggi pubblici ruandesi in Kenya, Uganda, Sudafrica, Regno Unito e altrove.

Uno dei casi più famosi è stato l’omicidio di Patrick Karegeya, oppositore ed ex capo dei servizi di spionaggio, che fu attirato nella stanza di un albergo di lusso a Johannesburg nel 2014 e strangolato. “Qualsiasi persona ancora viva che stia complottando contro il Ruanda, ovunque si trovi, pagherà un caro prezzo”, ha dichiarato Kagame dopo l’omicidio.

Nel 2019 Callixte Nsabimana, leader di un gruppo armato legato all’organizzazione politica creata da Rusesabagina, è scomparso nelle isole Comore ed è riapparso due settimane dopo a Kigali, arrestato dalla polizia con accuse di terrorismo. Era stato condotto lì su un aereo privato, hanno spiegato questa settimana al Guardian alcuni dissidenti.

Nsabimana era il leader delle Forze di liberazione nazionale (Fln), che negli ultimi anni hanno effettuato una serie di attacchi mortali in Ruanda. L’Fln era il braccio militare del partito politico Movimento ruandese per il cambiamento democratico (Mrcd), che Rusesabagina ha contribuito a fondare.

Le autorità ruandesi sostengono che Rusesabagina stesse finanziando alcune operazioni del Fln attraverso la sua fondazione filantropica. I suoi familiari sostengono che l’accusa sia priva di fondamento, e che da anni la fondazione non disponga di risorse.

Kagame si è espresso con toni volutamente criptici nel corso di un’intervista rilasciata il 6 settembre. Ha negato che Rusesabagina sia stato rapito, lasciando però intendere che l’uomo sarebbe stato vittima di una sorta di trappola, e che sarebbe bastato che qualcuno gli raccontasse una “storia falsa che calzava a pennello con l’immagine di sé che l’uomo voleva avere. Nel farlo arrivare qui non sono state commesse azioni illecite. È arrivato spinto da ciò in cui credeva e voleva fare. È come se avesse chiamato un numero sbagliato… Non c’è stato nulla d’irregolare”, ha dichiarato Kagame.

Figura controversa
Il presidente ruandese, che ha ottenuto un terzo mandato con il 98 per cento dei voti alle elezioni del 2017, è una figura controversa. Gli viene riconosciuto il merito dello sviluppo e della stabilità di cui il Ruanda ha goduto dopo il genocidio, ma è anche accusato di non tollerare alcuna critica, nazionale o internazionale.

Gli analisti ritengono che processare Rusesabagina potrebbe essere un esercizio delicato per il governo ruandese, poiché i pubblici ministeri dovrebbero presentare prove convincenti alla comunità internazionale, senza rivelare troppo dei metodi usati dalle forze di sicurezza locali.

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Da tempo il governo ruandese mette in discussione il racconto di Rusesabagina sul suo salvataggio di vite umane durante il genocidio, e Ibuka, un gruppo di sopravvissuti al genocidio, ha affermato che Rusesabagina avrebbe ingigantito il suo ruolo personale nella vicenda.

Secondo Dino Mahtani, vicedirettore del programma per l’Africa dell’organizzazione International crisis group, l’episodio rivela problemi molto più ampi, che affliggono l’irrequieta regione dei grandi laghi africani, dove gli scontri tra poteri locali rivali si sta facendo sempre più aspra.

“La cosa non riguarda solo Rusesabagina… Ma più in generale la destabilizzazione in corso di una regione, divenuta ormai una polveriera”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è uscito sul quotidiano britannico The Guardian.

Da sapere
La guerra e il genocidio in Ruanda
  • Nel 1994 in Ruanda è in corso una guerra tra i ribelli tutsi del Fronte popolare ruandese (Fpr), fondato dai profughi ruandesi in Uganda per far cadere il governo a maggioranza hutu di Kigali, e le forze del presidente Juvénal Habyarimana. Il 7 aprile, il giorno dopo che l’aereo su cui viaggiava Habyarimana viene abbattuto da un missile, la radio Mille collines lancia l’appello alle milizie estremiste hutu interahamwe a sterminare “gli scarafaggi tutsi”. A Kigali cominciano i massacri di tutsi e hutu moderati, che si ripetono in tutto il paese. Nei successivi cento giorni vengono uccise almeno 800mila persone, in gran parte tutsi, e 250mila donne vengono stuprate.
  • Dopo il dispiegamento dei soldati francesi dell’operazione Turquoise, comincia l’esodo di 1,4 milioni di hutu, in gran parte civili ma anche génocidaires (militari, politici e imprenditori istigatori dei massacri) che si fermano nell’allora Zaire, oggi Repubblica Democratica del Congo. La guerra in Ruanda finisce ufficialmente il 17 luglio, ma si sposta nel territorio congolese, quando il nuovo esercito tutsi ruandese comincia a dare la caccia ai génocidaires. In Ruanda cominciano i primi processi per genocidio, ma il sistema giudiziario è allo stremo e il numero degli imputati è altissimo.
  • Nel 1997 ad Arusha, in Tanzania, cominciano i processi del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (Tpir), creato nel 1995 per perseguire i responsabili del genocidio. In dieci anni il Tpir prenderà in esame circa novanta casi. Nel 2001 in Ruanda vengono istituiti i tribunali gacaca, ispirati a forme di giustizia tradizionale, per far emergere la verità sui massacri e promuovere la riconciliazione nazionale. Alla loro chiusura, nel 2012, avranno giudicato quasi due milioni di persone. –Le Monde, Onu.