Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio 2016 nel numero 1154 di Internazionale.

Mentre il Venezuela si avvicina sempre più velocemente al collasso economico, i leader politici continuano a litigare. Sia il governo chavista sia il parlamento controllato dall’opposizione vogliono portare i cittadini in piazza. I deputati cercano di convocare quanto prima un referendum per destituire il presidente Nicolás Maduro, ma l’esecutivo sta rallentando la procedura. Ci sono tutti gli ingredienti per far salire la tensione alle stelle.

Il referendum di revoca del mandato presidenziale, previsto dalla costituzione, è l’ultimo colpo di scena in questo braccio di ferro che va avanti da mesi. L’opposizione è risoluta e cerca di perseguire lo scopo che si era prefissa dopo aver vinto le elezioni legislative il 6 dicembre 2015: interrompere il mandato di Maduro, che scade nel 2019.

Il 2 maggio gli avversari del governo chavista hanno annunciato di aver raccolto 1,85 milioni di firme in due giorni, molte più delle 195.721 (l’1 per cento dell’elettorato) necessarie per chiedere il referendum. Il promotore della consultazione popolare è Henrique Capriles, il candidato dell’opposizione sconfitto da Hugo Chávez alle elezioni del 2012 e da Maduro nel 2013. Capriles è uscito rafforzato da quest’iniziativa proprio quando cominciava a perdere potere all’interno della coalizione d’opposizione Mesa de la unidad democrática (Mud).

Percorso a ostacoli

La procedura, però, è ancora lunga. Per convocare il referendum, l’opposizione dovrà raccogliere 3.914.420 firme, pari al 20 per cento dell’elettorato. Maduro sarà poi rimosso dal suo incarico se voteranno contro di lui almeno 7.505.440 venezuelani, cioè gli stessi che lo hanno votato alle presidenziali del 2013 più uno. È una sfida che l’opposizione può vincere, visto che ha perso le ultime elezioni presidenziali solo per duecentomila voti. Tra l’altro, all’epoca nel paese era ancora forte l’emozione per la morte di Chávez e la crisi economica non aveva raggiunto i livelli attuali.

Se il referendum si svolgesse prima del 10 gennaio 2017 e i venezuelani decidessero di destituire il presidente, si andrebbe di nuovo alle urne. Se invece la consultazione si tenesse dopo quella data, Maduro sarebbe sostituito dal vicepresidente Aristóbulo Istúriz. Per ora il Consiglio nazionale elettorale (Cne), incaricato di convalidare le firme raccolte, non sembra intenzionato ad affrettare i tempi.

Yunni Pérez con la famiglia. - Carlos García Rawlins, Reuters/Contrasto
Yunni Pérez con la famiglia. (Carlos García Rawlins, Reuters/Contrasto)

L’opposizione spera di accelerare il processo puntando sulla mobilitazione dei cittadini. Ma i venezuelani sono alle prese con problemi molto più urgenti, per esempio trovare i beni di prima necessità. “Il governo e l’opposizione non si rendono conto dell’enorme malcontento sociale. Nessuno ascolta i cittadini: la gente vuole un accordo politico che aiuti il paese a uscire dalla crisi”, afferma l’economista Víctor Álvarez, ministro dell’industria e del commercio dal 2005 al 2006 durante il governo Chávez.

Nelle strade della capitale e delle altre città del paese i venezuelani si sentono lontani dal braccio di ferro tra il governo e l’opposizione. Aspettano pazienti nelle file che da mesi si snodano davanti ai supermercati. Sperano di trovare i prodotti che ormai sono diventati rari: farina di mais, olio, ma anche shampoo e medicine.

Nel 2015 l’inflazione ufficiale del Venezuela era al 180,9 per cento, ma il Fondo monetario internazionale (Fmi) prevede che, entro la fine di quest’anno, raggiungerà il 700 per cento. Il 700 per cento? “Sì, è possibile”, spiega Arnoldo Pirela, un economista dell’università centrale del Venezuela. “L’inflazione dei prodotti alimentari e delle bevande ha già superato il 200 per cento e continua ad aumentare”, aggiunge Pirela.

“Con un deficit pubblico di più del 20 per cento rispetto al pil, finanziato attraverso l’emissione di denaro stampato senza il sostegno della Banca centrale del Venezuela (Bcv), il paese si trova a un passo dall’iperinflazione”, precisa Álvarez. Il Venezuela produce solo petrolio e la caduta del prezzo del greggio ha aggravato la crisi. Secondo l’Fmi, i redditi sono passati da 80 miliardi di dollari nel 2013 a circa 25 miliardi nel 2015. Senza i soldi provenienti dal greggio diventa sempre più difficile importare altri prodotti. Secondo l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec), il Venezuela ha le riserve più grandi del mondo, ma per mancanza d’investimenti non riesce ad aumentare la sua produzione (circa tre milioni di barili al giorno).

A questa situazione si aggiunge la siccità legata al fenomeno climatico del Niño. Il problema è che il 70 per cento dell’elettricità del paese è prodotta dalle centrali idroelettriche. Il governo cerca in ogni modo di ridurre il consumo di energia: in alcuni stati del paese l’elettricità viene razionata, i funzionari pubblici lavorano solo due giorni alla settimana e il 1 maggio le lancette sono state spostate avanti di mezz’ora per ridurre la domanda di elettricità nel tardo pomeriggio. Alcuni analisti, come Álvarez, chiedono al governo e all’opposizione di trovare un accordo e di adottare un programma condiviso per uscire dalla crisi.

Tuttavia sembra una richiesta difficile da accontentare, visto che i chavisti e gli antichavisti hanno lo stesso obiettivo: eliminare l’avversario. La sorte del ministro dell’alimentazione, Rodolfo Marco Torres, illustra bene questa situazione. Il 28 aprile i deputati dell’opposizione hanno votato la sua destituzione, ma il 2 maggio un decreto di Maduro, pubblicato sulla gazzetta ufficiale, ha annullato la decisione. Da un lato l’opposizione cerca di destituire i ministri e il presidente, dall’altro il governo impedisce al parlamento di legiferare.

Una soluzione possibile

Il governo cerca di limitare i danni. Il salario minimo viene regolarmente rivisto, e il 1 maggio Maduro lo ha aumentato del 30 per cento. Si parla di 15.051 bolívar forti mensili (13 euro al mese al tasso di cambio non ufficiale), ai quali bisogna aggiungere un buono alimentare di 18.585 bolívar. Ma con un chilo di carne che supera i quattromila bolívar e un chilo di pomodori che ne costa 700, non ci vuole molto per capire che questi soldi non bastano a riempire il carrello della spesa per tutto il mese.

Sia l’opposizione sia il governo sanno bene qual è la soluzione che può aiutare il paese sul lungo periodo: produrre di più e industrializzare. In altre parole, diversificare l’economia. Questi punti sono ripetuti spesso nei discorsi dei ministri e dei parlamentari. Del resto era proprio per rilanciare la produzione che Hugo Chávez promosse un’economia mista, nazionalizzando alcune industrie o trasformando le proprietà agricole in cooperative. Ma per l’ex ministro Álvarez, Chávez “ha confuso statalizzazione e socializzazione”. Queste aziende “sono fallite a causa della burocrazia, della corruzione e dello pseudosindacalismo. Di conseguenza né i lavoratori né la comunità si sono sentiti proprietari”.

Fino a quando il prezzo del petrolio è stato alto, le importazioni hanno compensato l’incapacità di rilanciare la produzione nazionale. Ma poi il governo non ha saputo adattare alla nuova situazione l’asfissiante politica di controllo dei cambi e dei prezzi di alcuni prodotti (fissati dallo stesso governo).

In ogni modo il Venezuela non immagina di avere un’economia indipendente dal petrolio. Governo e opposizione vogliono raddoppiare la produzione di greggio per arrivare a sei milioni di barili al giorno. “Seguono lo stesso modello estrattivista”, osserva Álvarez, con la sola differenza che l’opposizione è vicina al settore privato.

Davanti a questa crisi, economica e politica, il rischio è che aumentino le rivolte popolari. Nel 1989 l’inflazione e i provvedimenti liberali del presidente Carlos Andrés Pérez provocarono una protesta, nota come Caracazo. La rivolta popolare fu duramente repressa dall’esercito e dalla polizia: si parla di 279 o tremila morti, a seconda delle fonti. Chávez vide nel Caracazo l’origine della rivoluzione bolivariana, che nel 1999 lo portò al governo.Oggi il leader messianico potrebbe arrivare dalla destra.

Questo articolo è stato pubblicato il 20 maggio 2016 nel numero 1154 di Internazionale.

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