29 dicembre 2020 11:55

Un aereo in arrivo da Beirut sta per atterrare sulla pista dell’aeroporto internazionale di Yaoundé-Nsimalen. A bordo circa cinquanta donne di ogni età intonano l’inno nazionale camerunese mentre piangono a dirotto. Stanno tornando a casa dopo mesi passati a lottare per sfuggire al pantano libanese, vittime collaterali di un paese in fase terminale.

Passata l’euforia della thawra (la rivoluzione, termine con cui si indicano le proteste contro il governo cominciate nell’ottobre del 2019), il Libano sta sprofondando in una grave crisi economica che scuote l’intero sistema. I più vulnerabili, già precari, sono a rischio e non hanno nessuno a cui rivolgersi. Migliaia di lavoratrici domestiche sono buttate per strada dai loro datori di lavoro che non possono più permettersi di pagarle. Questa manodopera retribuita in dollari (circa il 75 per cento delle famiglie libanesi paga le dipendenti non più di 300 dollari al mese, secondo Kafa, un’ong per i diritti delle donne) è considerata ormai un lusso.

Attraverso lo sguardo di queste lavoratrici si può leggere la storia di un paese dai mille difetti che sta cadendo a pezzi, il collasso di un modello di cui il lavoro domestico ha costituito uno dei tanti pilastri. Molte di loro già avvertivano che qualcosa non andava per il verso giusto, che questo sistema sconcertante per il suo superfluo e i suoi eccessi avrebbe finito per esplodere in faccia a tutti. “La crisi sarebbe arrivata prima o poi. In una famiglia con cinque figli, ognuno ha la sua auto. È davvero necessario?”, osserva Pauline (il nome è di fantasia).

Stringere i denti
Dopo sette mesi di battaglia e tre settimane passate ad aspettare giorno e notte davanti all’ambasciata del Camerun, questa madre di famiglia finalmente è potuta tornare a casa grazie a un lasciapassare, abbandonando il passaporto nelle mani dei suoi ex datori di lavoro. Ma altre donne, in Libano da anni, continuano a stringere i denti sperando che la situazione migliori. Nel paese sono registrati più di 250mila lavoratori migranti, in gran parte provenienti da Etiopia, Filippine, Nepal, Bangladesh o Sri Lanka, ma non ci sono dati ufficiali sulle partenze legate alla crisi del 2020. Le immagini di decine di migranti che si accalcano davanti alle proprie ambasciate in questi ultimi mesi testimoniano la portata del fenomeno.

Per alcune famiglie il lockdown è stato un pretesto per limitare ancora di più la libertà delle domestiche

Quando nell’ottobre 2019 decine di migliaia di libanesi sono scesi in strada, Myriam, una filippina di 49 anni che lavora in proprio, non ha resistito alla tentazione di unirsi al movimento di protesta. Tutte le sere usciva dalla casa del suo datore di lavoro nei pressi della circonvallazione per incamminarsi in direzione di piazza dei martiri al grido di “Thawra, thawra!”. Alcuni la fissavano, forse giudicando che fosse fuori posto. Altri le sorridevano, orgogliosi che partecipasse al movimento al loro fianco. “Con la thawra ancora più libanesi hanno cominciato a capire la nostra lotta contro la kafala”, dice riferendosi al sistema di sponsorizzazione che lega l’arrivo e la presenza dei lavoratori e delle lavoratrici immigrate in Libano a sponsor locali (il più delle volte i loro datori di lavoro) e li inquadra in una relazione di vera e propria subalternità.

Come la sua collega, anche Pauline comprendeva le ragioni dietro lo scoppio della rivolta. Ma non le considerava necessariamente un motivo per fare causa comune con i manifestanti. Non lavorando più a tempo pieno, le sue ore di pulizie, così come i suoi risparmi, si sono man mano ridotti. Appena il necessario a pagare la stanza in cui viveva stipata con altre quattro immigrate. Nel 2011 Pauline aveva lasciato marito e figli per un paese che non conosceva, ma dove le veniva promesso in cambio del lavoro da collaboratrice domestica uno stipendio mensile di 200 dollari, il 40 per cento in più del salario medio in Camerun. “Mi dissero: vedrai, sarai rispettata, potrai parlare con i tuoi figli, avrai cibo e biancheria pulita e potrai finalmente cambiare la vita dei tuoi cari”.

Al suo arrivo Pauline, come altre lavoratrici immigrate arrivate dall’Africa o dall’Asia, ha capito presto in cosa si era cacciata ma, in mancanza di meglio, ha finito per accettare le regole di un gioco a somma zero. Fino al giorno in cui hanno smesso di pagarla.

Prima che il sistema crollasse, Saru, una lavoratrice autonoma di origine nepalese, si concedeva l’acquisto di qualche vestito o gioiello online, un piccolo piacere che ha dovuto abbandonare. Da dodici mesi non riesce più a mandare denaro alla sua famiglia in Nepal. Così, il suo anziano padre ha dovuto riprendere in mano gli attrezzi da muratore e tornare a spezzarsi la schiena giorno e notte per continuare a pagare le spese universitarie dei figli. Intanto Saru per sbarcare il lunario fa le pulizie a casa di una cooperante giapponese che vive a Gemmayzeh. “Solo gli stranieri ci trattano bene in Libano. Lei è molto gentile e non vuole che io mi affatichi troppo”, racconta. L’ambasciata del Nepal non dà segni di vita. A settembre solo una quarantina di nepalesi sono riuscite a tornare nel paese.

Molte immigrate in Libano trovano nell’impegno sociale un vero e proprio strumento di emancipazione

Al contrario, le Filippine si sono fatte carico del rimpatrio dei propri emigrati. Myriam, che ha la fortuna di essere pagata in dollari facendo la baby sitter in una famiglia europea, vede le amiche partire ogni settimana. “La nostra ambasciata ci aiuta e fa un buon lavoro. È un privilegio per i filippini senza documenti qui. Ma che tristezza per le altre comunità straniere!”, esclama. A causa dell’inflazione, alcuni datori di lavoro altrimenti generosi non esitano a controllare i consumi personali delle proprie dipendenti. “Alcune signore dicono alle mie amiche: ‘Ehi, vacci piano con il riso’ oppure ‘Dovresti smetterla con il Nescafé’”, racconta.

Per alcune famiglie il lockdown dovuto alla pandemia di covid-19 è servito da pretesto per restringere ulteriormente la libertà delle domestiche. “Gli dicono che non hanno il diritto di uscire, ma loro continuano a invitare gente a cena e a vedere gli amici. Che ipocrisia”, s’indigna Myriam. “Il coronavirus colpisce tutto il mondo, ma il Libano riunisce comunque tutti i problemi del pianeta”, osserva Saru.

Rete di solidarietà
Negli ultimi mesi si sono moltiplicate le chiamate e le richieste di aiuto rivolte alle associazioni che si occupano di sostegno agli immigrati. Centinaia di persone sono state cacciate dai propri alloggi o non possono più permettersi un pezzo di pane. Chi come Myriam non è stata danneggiata dalla situazione si presta ad aiutare i più poveri distribuendo alimenti, per esempio alle decine di operai indiani impiegati in nero in una fabbrica e abbandonati a loro stessi senza nulla da mangiare. “Il mese scorso abbiamo aiutato anche famiglie siriane e irachene”, racconta. Situazioni troppo spesso drammatiche, come quella di una donna filippina sposata con un libanese detenuto a Roumieh, che non può più permettersi di comprare il latte per suo figlio piccolo.

Come Myriam, molte immigrate in Libano trovano nell’impegno sociale un vero e proprio strumento di emancipazione, in un contesto generalmente sprezzante se non ostile. Myriam, che ha quasi cinquant’anni, dal 2007 è attiva a favore dei diritti delle lavoratrici domestiche e partecipa alla realizzazione di spazi di socialità e di relax per loro, attraverso gli incontri della domenica, le gite al mare o le escursioni in montagna. Dal 2017 porta avanti la lotta all’interno dell’Alleanza per i lavoratori domestici del Libano (The alliance of migrant domestic workers in Lebanon). “Sono molto fiera di me, perché posso difendermi. Voglio essere la voce di chi non ha voce, in particolare di chi è prigioniera”, afferma Myriam. Insieme ad altre organizzazioni, l’Alleanza ha fornito un supporto prezioso a tutte le donne che nell’ultimo anno sono state abbandonate a loro stesse, private di un lavoro e impossibilitate a tornare nel loro paese per mancanza di denaro.

Lavoratrici domestiche manifestano davanti al consolato del Gambia a Beirut, il 20 agosto 2020. (Anwar Amro, Afp)

La crisi attuale non ha creato le difficoltà vissute dalla gran parte delle lavoratrici domestiche, ma le ha aggravate. Negli anni queste donne hanno condiviso l’intimità delle famiglie, vivendo fianco a fianco con i loro datori di lavoro senza che la familiarità prevalesse davvero sulla distanza sociale. L’abitazione è stata spesso sinonimo di una contraddizione, perché non è mai davvero come stare a casa. Eppure, in alcuni casi nel tempo si è creato un vero legame affettivo con il Libano, con la sua cucina e con i suoi quartieri, dove ci si ritrova nei fine settimana con le amiche per prendere una boccata d’aria. A casa sua Myriam conserva gelosamente dentro delle scatole 27 anni di ricordi. “Con le amiche uscivamo tutte le domeniche, ci facevamo delle foto che poi portavamo a sviluppare”, racconta rievocando l’epoca in cui non esistevano internet e gli smartphone.

Levata di scudi
Saru s’intrufola nelle viuzze affollate di Bourj Hammoud, dove abita da qualche anno. “Negli ultimi mesi ci sono sempre più bambini che fanno l’elemosina. Mi spezza il cuore. Potrebbero essere i miei figli”, dice.

Da quando ha messo piede a Beirut nel 2009 non ha più rivisto suo figlio e sua figlia, che oggi hanno 19 e 16 anni, rimasti in Nepal con i nonni. È per loro che Saru “si ammazza di lavoro”, perché non abbiano il suo stesso destino. Quando le hanno promesso un impiego da collaboratrice domestica in Libano la donna, che aveva 37 anni ed era divorziata, non ha esitato e ha colto al volo l’occasione. “Vedrai, lì non è come in Arabia Saudita, gli stranieri sono davvero rispettati”, le avevano detto.

“Ho capito subito che il Libano era diventato la mia prigione”, confessa. Con il sistema della kafala quasi ogni aspetto della vita delle lavoratrici dipende dalla benevolenza dei datori di lavoro. A settembre però l’ex ministra del lavoro Lamia Yammine aveva presentato un nuovo contratto che avrebbe in qualche misura migliorato le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori immigrati nel paese, fissando un salario minimo nazionale e sancendo il diritto di dare le dimissioni senza il consenso del datore di lavoro. Ma la proposta si è scontrata con una levata di scudi da parte del sindacato dei proprietari delle agenzie di collocamento e il progetto è stato congelato dal consiglio di stato, e rinviato a data da destinarsi.

Dietro gli usci
Perfino nelle case più “aperte”, concedere un giorno di permesso alla settimana alla propria dipendente non è sempre una cosa semplice. “Ma dove andrà?”, “Non conosce nessuno”, o peggio ancora “Potrebbe approfittarne per scappare”, sono alcune delle scuse usate dai datori di lavoro. Anche l’orario di lavoro spesso non è rispettato. “Alcuni libanesi non ci vedono come esseri umani e pensano che siccome siamo povere possiamo essere sfruttate a loro piacimento. Otto ore di lavoro al giorno come da contratto? La signora mi ha detto: è tutta scena, quello è solo un pezzo di carta”, racconta Saru.

Appena letto il contratto, Pauline ha capito subito che la sua vita “non le apparteneva più”. Le lavoratrici domestiche entrano nelle case libanesi come si entra in convento. “Il tuo datore di lavoro decide tutto, anche l’orario in cui puoi lavarti. Per tre anni non ho mai avuto il diritto a un cellulare, il signore mi accompagnava una volta al mese a telefonare ai miei figli da una cabina telefonica. Una volta al mese! E mi assillava perché facessi in fretta”, racconta.

In un paese in cui l’immagine esteriore ha una grande importanza, per molto tempo assumere una domestica per le faccende di casa è stato un simbolo di successo e di status sociale, anche per chi non poteva permettersi di accoglierla in condizioni decenti. “Mi facevano dormire sul balcone perché avevano una casa piccola”, dice Pauline ricordando il suo primo impiego.

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Dietro gli usci di una casa può dilagare la violenza, a volte eclatante, a volte più strisciante. Appena arrivata in Libano Myriam, che aveva 18 anni, è andata a vivere da una famiglia nel quartier di Mar Elias. Per un motivo futile come aver risposto al telefono hanno cominciato a piovere le botte. “Un giorno ero in cucina, e la signora e suo figlio mi hanno tirato i capelli e schiaffeggiato per quello”, ricorda. Una “colpa grave”, secondo la capofamiglia.

A volte si tratta di insulti lanciati in faccia alle lavoratrici, come se la barriera linguistica potesse attutire il colpo. “La padrona usava parole terribili contro di me. Io non sapevo l’arabo ma capivo le espressioni del suo viso”, racconta Saru, a cui in seguito un’amica ha spiegato il senso di quel linguaggio offensivo che prendeva di mira i suoi genitori.

Bisogna fare i conti anche con un razzismo saldamente radicato nei costumi tradizionali. Durante il suo primo lavoro durato tre anni, Pauline doveva occuparsi di una bambina particolarmente difficile quando entrambi i genitori erano al lavoro. “Aveva l’età di mia figlia più piccola, e mi chiamava negra. Diceva che ero brutta e mi sputava addosso in pubblico”, racconta disgustata.

Le storie da raccontare
Non avendo scelta, spesso queste donne hanno finito per tacere. Testimoni silenziose, a volte anche divertite, di conversazioni tra le quattro mura, di abitudini e modi di fare per loro non sempre piacevoli, e di quella trasandatezza tipica dello stare in casa. Piccole storie da conservare nella mente e poi raccontare alle amiche per farle ridere.

“La figlia del mio capo girava per casa senza reggiseno, a volte anche davanti ai suoi genitori. Perfino in mutande. All’epoca ne ero sconvolta. Mi faceva troppo ridere!”, ricorda Saru con malizia. Di storie, a volte molto meno divertenti, ne ha una marea. Come quella volta che il suo datore di lavoro le ha fatto delle avance. “Mi ha detto che gli piacevo, ha provato a toccarmi. Io avevo la stessa età della sua figlia minore. Mi diceva: ‘Tu sei povera, devi fare tutto quello che voglio io’”, racconta con ribrezzo. Oppure quando si era creata una tacita competizione con la padrona di casa per entrare nelle grazie dei bambini. “I suoi figli mi volevano molto bene. Aspettavano che gli dessi la buonanotte, era un loro rituale. La madre non arrivava in tempo per metterli a letto, e questo la faceva ingelosire”. Nel nido familiare, gli uomini sono assenti. “Noi lavoriamo dentro le case, e l’interno rientra sempre nelle responsabilità della donna. All’uomo non interessa, finché gli prepari da mangiare non ha problemi”, spiega Myriam.

Il 4 agosto Saru è uscita dall’appartamento di Gemmayzeh pochi minuti prima della seconda esplosione che ha devastato il porto di Beirut. Fortunatamente la padrona di casa era partita per il Giappone il giorno prima e ha potuto constatare i danni materiali solo un mese e mezzo più tardi. Negli ultimi mesi Pauline si sentiva estremamente provata, al punto, dice, da avvertire che qualcosa di grave avrebbe concluso questo anno maledetto.

Al momento della tragedia aveva appena lasciato il Forum de Beyrouth, un grande centro fieristico, per dirigersi verso casa. Il suo appartamento è stato distrutto e molte sue amiche sono rimaste ferite. Per giorni non ha dormito, sobbalzando al minimo rumore. “Mi aspettavo una guerra. Ma vivere questa esplosione mi ha traumatizzato più che mai”, racconta con un nodo alla gola.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

Questo articolo è stato pubblicato dal quotidiano libanese L’Orient-Le Jour