L’ambasciata italiana a Tripoli, 10 gennaio 2017.

In Libia la nostra vita ormai è in mano alle milizie

L’ambasciata italiana a Tripoli, 10 gennaio 2017.
05 aprile 2017 15:10

Avrei dovuto essere in Italia il 20 marzo per lavorare con Andrea Segre sul set del film L’ordine delle cose. Il 20 febbraio avevamo richiesto il visto all’ambasciata italiana in Tunisia, che quindi avrebbe dovuto darcelo in tempo, ma a giorni alterni ci chiedevano di fornire altri documenti. Finalmente, il 23 marzo siamo stati convocati e siamo rimasti lì per quattro ore dopo l’orario di chiusura solo per sentirci dire che per avere il visto dovevamo fornire un estratto conto bancario.

Quand’anche fossi riuscito a tornare a Tripoli per ottenere il documento, sarebbero servite comunque altre due settimane per avere un altro appuntamento in ambasciata. Il punto cruciale però è che al momento ottenere un estratto conto bancario a Tripoli è impossibile.

Un mese fa un caro amico e collega mi ha chiesto se ci fosse un modo per accreditarmi un pagamento a Tripoli. Gli ho spiegato che a causa della crisi bancaria in corso in Libia era impossibile. Purtroppo, da allora non posso accedere al mio conto in banca, e anche alla banca vera e propria, incendiata e distrutta negli scontri scoppiati il mese scorso a Tripoli.

Un’attività armata e redditizia
Gli scontri sono cominciati a Gurji, nella zona occidentale della città, precisamente vicino alla filiale principale della Aman bank (che paradossalmente vuol dire “banca sicura”). La banca non è molto lontana da dove vivo (non dirò molto altro sulla mia casa; mi scuserete se sono paranoico, ma sono pur sempre libico). C’è stato un diverbio tra uno dei residenti in fila alla banca e una delle “guardie di sicurezza”, che ha sparato e ucciso l’uomo.

I suoi vicini e familiari hanno raccolto le armi che sono riusciti a trovare e hanno attaccato la milizia di guardia alla banca. Presto gli abitanti delle aree vicine si sono uniti alla battaglia; ne avevano abbastanza delle milizie in generale e di quella in particolare! Gli scontri sono andati avanti per tutto il giorno e parte della notte. Alla fine sono riusciti a scacciare la milizia e a bloccare l’arrivo dei rinforzi, e nel frattempo hanno distrutto la banca.

I funzionari dei due governi tollerano queste entità armate, sostenendo che operano seguendo le direttive dei ministeri come forze governative ufficiali

Dopo pochi giorni gli scontri si sono estesi alle aree vicine e si sono concentrati soprattutto contro le milizie di Misurata. In breve tempo l’intera città di Tripoli è stata coinvolta in una battaglia tra i residenti e le milizie provenienti da fuori città. A quel punto, alcune formazioni armate locali si sono unite alla gente fornendo armi e munizioni, e la battaglia si è fatta ancora più folle. Mi sono tornati in mente gli scontri del 2014.

George Carlin una volta ha detto: “Solo perché ti sei tolto la scimmia dalla schiena non vuol dire che il circo ha lasciato la città”. Perciò le cose non cambieranno granché: le altre milizie di Tripoli si sono schierate con gli abitanti per eliminare gli avversari, ma quando servirà ai loro interessi tutte si uniranno di nuovo. In fondo si tratta di un’attività redditizia.

Milizie diverse garantiscono la sicurezza in tutte le banche di Tripoli, e quando dico garantiscono la sicurezza intendo gestiscono l’attività. Poiché le milizie garantiscono la sicurezza per entrambi i governi a Tripoli, i funzionari non esercitano su di loro un vero potere né una vera autorità. Piuttosto, continuano a tollerare queste entità armate vagamente organizzate, sostenendo che operano seguendo le direttive dei ministeri come forze governative ufficiali. Le milizie sono leali ai loro comandanti, animati dalle più diverse motivazioni tribali, politiche e finanziarie.

Dal momento che i governi libici e l’Unione europea non sono stati in grado di mantenere la pace tra le milizie della sola Tripoli, capirete perché sono scoppiato a ridere leggendo in un articolo su un giornale italiano di come le tribù abbiano accettato di fare la pace a Roma per garantire la sicurezza dei confini contro i migranti africani. Ho pensato che fosse un pesce d’aprile, peccato fossimo già al 2 aprile.

Il vuoto di potere mai colmato
Poco dopo l’inizio della rivolta, nel 2011, si erano svolti degli incontri a est del paese. Guidati dall’ex ministro della giustizia Mustafa Abdul Jalil, quegli incontri avevano lo scopo di dare alla rivoluzione una struttura organizzata. Dopo 24 ore di dibattiti nasceva il Consiglio nazionale di transizione (Cnt), “l’unico a essere rappresentativo di tutta la Libia”.

Il ruolo del Cnt era quello di un governo di transizione che sarebbe rimasto in carica fino a quando non fossero state organizzate le elezioni per un parlamento nazionale. Dopo la liberazione spettava al Cnt guidare il paese in modo saggio, seguendo i passi annunciati assieme alla dichiarazione costituzionale. Il compito del Cnt era quello di colmare il vuoto di potere finché non avessimo eletto il primo parlamento e formato un governo, tornando a essere un unico stato.

Quello che Abdul Jalil ha fatto in seguito, a parte annunciare che ogni uomo libico poteva avere quattro mogli, è stato offrire una ricompensa a tutti i combattenti per la libertà e ai rivoluzionari. In quel momento li ha trasformati in mercenari e in cacciatori di taglie.

Il giorno dopo quasi tutti i libici si sono registrati come combattenti presso i consigli locali militari. Le milizie che si erano formate a Tripoli dopo la liberazione superavano il numero di quelle che avevano combattuto nel 2011.

Molti comandanti di milizia sono stati scarcerati all’inizio della rivolta; altri erano tecnici, ex appartenenti a movimenti terroristici, spacciatori, negozianti, tassisti e insegnanti

Tra la fine del 2011 e il 2013 mettere insieme una milizia era un affare redditizio ed era molto più semplice che avviare una nuova attività. Non si doveva fare altro che raccogliere armi, riunire amici e parenti, fare irruzione in un edificio e piazzarsi dentro, andare al locale consiglio militare, firmare i documenti necessari per registrare la propria brigata e fornire una lista dei componenti al capo di stato maggiore. E in men che non si dica, si finiva sul libro paga.

Molti comandanti di milizia sono stati scarcerati all’inizio della rivolta; altri erano tecnici, ex appartenenti a movimenti terroristici, spacciatori, negozianti, tassisti e insegnanti. Alcuni erano solo disoccupati. Con l’incalzare degli eventi, le milizie hanno dovuto adattarsi ed evolvere: servono molti soldi per comprare armi e munizioni e per pagare i salari. Molte formazioni minori alla fine sono sparite e si sono sciolte, altre si sono accorpate.

I partiti politici hanno cominciato ad appoggiarne alcune, e questo ha provocato scissioni faziose sfociate in una lotta armata che ha coinvolto l’intera città nel 2014. Le milizie hanno creato alleanze a scopo di autodifesa.

Riprendere fiato
La situazione non è mai migliorata perché tutti i tentativi nazionali e internazionali per stabilizzare il paese si sono basati sull’idea di trattare con le milizie come entità ufficiali. La settimana prima che andassi a ritirare il visto, nella mia strada c’erano i carri armati, ma non incolpo gli impiegati dell’ambasciata italiana che non mi capivano quando gli spiegavo che non posso avere un estratto conto bancario. Forse avrei dovuto mostrare agli impiegati tunisini all’ambasciata, che mi parlavano con maleducazione, una foto dei carri armati e della banca distrutta che avevo scattato con il mio telefono.

Invece, stanco e frustrato, mi sono limitato a chiamare il “produttore esecutivo” della JoleFilm per spiegargli la situazione. “Non ti preoccupare, Kelly”, mi ha detto. Non so cosa abbia fatto, ma grazie a lui sono riuscito ad arrivare a Palermo il 25 marzo. Appena tornerò a casa farò stampare la sua foto su una maglietta, perché ora per me lui è un supereroe.

Giunto a Mazara Del Vallo, pensavo di avercela fatta: avrei visto i personaggi del film nascere sul set. Era ora che lasciassero il copione, si sgranchissero le gambe e cominciassero a camminare e parlare.

Avevo inoltre l’opportunità di riprendere fiato: mi serviva una pausa dalla guerra che mi ero lasciato alle spalle a Tripoli. Sul set del film mi sono sentito a casa, nel vero senso della parola. E questo non solo per i magnifici paesaggi, il caffè meraviglioso e i volti amichevoli, ma anche perché Andrea e il suo esercito selezionato stavano facendo un lavoro straordinario per trasformare quel posto in una riproduzione della Libia. Erano così esigenti riguardo i dettagli che nel giro di pochissimo mi sono ritrovato in mezzo alle milizie che ero stato felice di lasciarmi alle spalle per un po’.

Ho imparato che ogni componente della troupe ha le sue personalissime motivazioni per voler girare questo film e che tutti stanno usando la loro passione per superare gli ostacoli. Lealtà e rispetto sono due valori che ammiro moltissimo, e in queste persone li ho trovati entrambi. Alcune lavorano Andrea da molto tempo, altre sono con lui per la prima volta, ma distinguerli era difficile, perché nell’aria c’era una grande armonia. Ho detto ad Andrea che sono persone straordinarie, ho sentito che era fiero di loro come un padre e sorridendo mi rispondeva, “Sì, ma non le ho scelte solo perché sono brave persone”.

L’obiettivo è fare il film, ma in questo caso chi fa il film è altrettanto importante e affascinante per me. E naturalmente anche il perché, ma questa è un’altra storia.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

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