Dietro la notizia

Giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro sul blog dell’Agence France-Presse.

Le due torri del World trade center, l’11 settembre 2001. (Henny Ray Abrams, Afp)

L’11 settembre negli appunti di un cronista

Le due torri del World trade center, l’11 settembre 2001. (Henny Ray Abrams, Afp)
12 settembre 2016 16:13

Sono le 8.40 dell’11 settembre 2001. Una bella mattinata ancora estiva a New York. La vista è splendida dalle finestre degli uffici dell’Afp, al trentaquattresimo piano di un grattacielo di uffici nel centro di Manhattan: le gargouille (le grondaie a forma di mostri) in cima al Chrysler building, ripulite da alcuni acrobati dei cieli la settimana prima, brillano nel cielo blu intenso. Ah sì, devo rispedire un fax per ottenere l’autorizzazione per salire a vederli, scrivere un articolo, è più di un anno che provo senza successo.

Poso il mio casco sulla moquette, saluto Christophe Voigt, concentrato sulle borse e i giornali economici. Accendo la televisione e appare il logo blu e bianco di New York One (Ny1), la rete d’informazione non stop che informa in diretta sui cinque quartieri della Grande mela. Tolgo il coperchio al cappuccino di Starbucks – double shot, extra hot, please – rimesto il fondo con la mia penna verde per far risalire il miele, come faccio sempre.

“Ci segnalano un incendio nei piani alti di una delle torri del World trade center”, annuncia il presentatore, nel momento in cui il canale passa in diretta alle immagini di una delle telecamere che, dai tetti dei grattacieli più alti, riprendono senza sosta la parte di Manhattan a sud di Central park.

Lanciare la notizia
Da due anni sono corrispondente dell’Afp a New York: abbastanza per capire che quando succede qualsiasi cosa riguardi uno dei cosiddetti landmark, uno dei luoghi-simbolo della città, come l’Empire state building, il ponte di Brooklyn, la Statua della Libertà o le torri gemelle del World trade center, occorre non esitare e lanciare una notizia.

Fidandomi delle immagini (non abbiamo una vista diretta sulle torri, che si trovano nella punta meridionale dell’isola di Manhattan), comincio a scrivere un comunicato semplice, un “fattuale” secondo il vocabolario dell’agenzia. Titolo: “Incendio in cima a una delle torri del World trade center”. Primo paragrafo, secondo. L’enorme buco provocato dal Boeing sulla facciata della torre è nascosto dal fumo. Filmato da una distanza simile sembra davvero un incendio. Il giornalista di Ny1 spiega che “alcuni testimoni incontrati dai nostri collaboratori e arrivati sul luogo parlano dell’impatto di un aereo contro la torre”. Sto pensando “Un aereo? Com’è possibile che un pilota si schianti contro le torri gemelle, con tutto lo spazio che c’è lì intorno? Si sarà sentito male?”, quando suona il telefono. È l’Afp di Washington, linea diretta. Francis Kohn, caporedattore.

“Michel? Stai guardando la Cnn?”.

“No, New York One”.

“Metti la Cnn”.

La telecamera di Ny1 stava filmano da nord verso sud. Non aveva registrato le immagini del volo 11 di American Airlines che penetrava nella torre nord.

Il primo bollettino che arriva all’Afp alle 8.58, ora di New York, dice: “Le reti televisive americane riferiscono che un aereo si è schiantato martedì mattina in cima a una delle torri del World trade center a New York”.

Persone fuggono dal crollo della prima torre del World trade center, l’11 settembre 2001. (Doug Kanter, Afp)

Un aereo di linea? Penso all’“operazione Bojinka”, un piano immaginato nel 1995 dagli islamisti radicali Ramsi Yousef e Khaled Sheikh Mohamed, che aveva previsto di dirottare alcuni aerei di linea statunitensi nei cieli del Pacifico per farli schiantare contro alcuni edifici, poi sventato dalla polizia delle Filippine. Qualche mese prima avevo raccontato da un tribunale statunitense il primo processo “Usa versus Osama bin Laden”, relativo agli attentati contro le ambasciate statunitensi in Kenya e in Tanzania del 1998, e nel quale era stato evocato l’uso di Boeing come missili.

Ore 9.03: in diretta sulla Cnn, il volo 175 della United Airlines si schianta sui piani superiori della torre nord. Oddio, è proprio vero… La giornata sarà lunga. E anche la notte.

Washington decide d’inviare sul posto i nostri due corrispondenti presso la sede delle Nazioni Unite, Michel Leclercq e Robert Holloway, che saltano sull’ultima corsa della metropolitana prima che il servizio sa interrotto. Con gli occhi incollati sul teleschermo, e collegato al telefono con la redazione principale, comincio a scrivere un comunicato dopo l’altro. Il primo dice: “Due aerei si schiantano sulle due torri del World trade center”.

Oltre ogni aspettativa
Un minuto prima delle dieci, dopo aver bruciato per 56 minuti, la torre sud vacilla leggermente e poi crolla su sé stessa, come al rallentatore, lasciando in cielo il suo fantasma di polvere. Terrificante. Ci metto trenta secondi a capire quel che sto vedendo e a inviare il “bollettino”. Ventotto minuti dopo, anche la torre nord scompare. Avrei dovuto aspettarmelo, prepararmici… Ma come tutti quanti sono pietrificato, incredulo, immobilizzato dalla paura.

Urgente: “La seconda torre del World trade center, colpita da un aereo, si è disintegrata ed è crollata martedì, un’ora dopo la prima, stando alle immagini apocalittiche diffuse in diretta dalle reti televisive americane”.

In ufficio è arrivata Valérie Leroux, l’altra giornalista della sezione economica. Appena prima di Matthieu Rabelchault, lo studente che, tra un anno e l’altro della scuola di giornalismo, sta effettuando uno stage in ufficio. Insieme a Christophe raccogliamo le informazioni, le testimonianze e le informazioni che poi inviamo a Washington dove, alle ore 9.37, un altro aereo di linea si schianta sul Pentagono.

Quanti aerei dirottati si trovano ancora nei cieli? Quanti bersagli ci sono? La Casa Bianca? Il Campidoglio? La sede dell’Onu che si trova a tre strade da qui? Quanti altri morti ci saranno? Mi viene in mente che il progetto Bojinka prevedeva il dirottamento di undici aerei di linea.

Gli autori del complotto ce l’hanno fatta, il loro piano è andato senza dubbio oltre ogni più folle aspettativa. Sull’isola, le metropolitane sono ferme, la circolazione automobilistica cessa o quasi. Obbedendo agli ordini del sindaco Rudy Giuliani, la popolazione della punta, a sud di Canal street, comincia a risalire verso nord. Una folla silenziosa, inebetita, talvolta ricoperta di uno spesso strato di polvere grigia, si è messa in marcia.

La rete cellulare è satura, non è più possibile parlare con Robert, Michel o con il nostro fotografo Stan Honda. Le loro mogli chiamano regolarmente, ma non so cosa dire, incapace di rassicurarle del fatto che, no, non si trovavano all’interno delle torri quando queste sono crollate. Ci metteranno varie ore per risalire, anche loro a piedi, fino alla quarantaseiesima strada e l’ufficio dell’agenzia, dove li accogliamo come degli eroi. E dove cominciano a scrivere i loro articoli.

Tra le macerie delle due torri a New York, l’11 settembre 2001. (Stan Honda, Afp)

Loro sono lì, tocca a me prendere il testimone sul campo. Arrivando negli Stati Uniti, ho dovuto rifare il mio esame per la patente, pagare con soldi miei un parcheggio dal costo esagerato, ma non sono mai stato tanto felice d’essere uno dei rari motociclisti di Manhattan. Ci sono solo alcuni veicoli della polizia o dei pompieri, con le sirene urlanti, che percorrono la Terza avenue. Alcuni rari taxi si dirigono verso Harlem, senza rispondere alle chiamate. I marciapiedi sono stracolmi di pedoni. Al terminal di Canal street, un poliziotto mi punta la sua arma per obbligarmi a fermarmi. “Nessuno a sud di Canal!”. In un paese che ignora le tessere di giornalista, il permesso rilasciato dalla polizia di New York è invece un passe-partout efficace.

“Se parcheggio lì, nella stazione di servizio, e poi vado a piedi, va bene?”.

“Ok, ma faccia attenzione”.

In un silenzio tombale, che a New York esiste solo nei giorni delle tempeste di neve, cammino verso la nuvola nera e i riflessi d’incendio che s’indovinano davanti a me, al di sopra dei tetti.

Il mantello bianco
Non è neve quella che comincia ad accumularsi sulle strade e sui marciapiedi, ma una strana materia, un misto di cenere, polvere e fogli di carta. All’angolo tra Greenwich e Harrison, lo strato si fa più spesso, copre tutto. Strade, auto, cartelloni pubblicitari, cassette della posta, bocche da incendio, cestini dell’immondizia, edicole, semafori, impalcature, un cane che dovrebbe essere nero e si scuote senza successo, tutto scompare sotto quindici centimetri di talco grigiastro, dal quale emergono milioni di fogli. Questo mantello bianco soffoca i suoni e i passi. Solo le sirene della polizia e dei pompieri risuonano da lontano. Dappertutto ci sono scarpe, soprattutto femminili, con i tacchi alti, lasciate in strada per correre più velocemente.

In mezzo a Barclay street, un agente di polizia trasformato in spettro bianco avanza a piccolissimi passi. Guarda davanti a sé ma sembra non vedere più niente, con le spalle cadenti, i passi strascicati, la bocca aperta e le mani lungo il corpo. La fondina della sua arma è vuota, il suo manganello penzola al contrario sulla sua schiena. Gli chiedo se va tutto bene, se vuole un po’ d’acqua, se posso continuare a scendere verso il World trade center. Si volta, il suo sguardo mi trafigge, non dice nulla. Si siede su qualcosa, forse una cassa, si toglie il cappello, che batte contro la sua coscia, e scoppia a piangere singhiozzando in silenzio.

Il rumore rauco degli aerei a reazione squarcia l’aria serale. Due puntini luminosi brillano sopra la mia testa: sono dei jet militari. “Oddio, spero proprio che siano i nostri”, mormora un poliziotto che non ho sentito avvicinarsi dietro di me. Controlla i miei documenti della polizia di New York, mi lascia passare. Lo vedo mentre porge una bottiglia al suo collega seduto su una cassa. La beve d’un fiato e gli mette la mano sulla spalla per ringraziarlo.

Giro a destra su West Broadway. E lì, in fondo al viale, delle due torri di 110 piani che si vedevano da tutti gli angoli di New York, che servivano da punto di riferimento quando mi perdevo in mezzo al Bronx o in una zona industriale del New Jersey, che con le loro luci accese anche di notte erano come dei fari la notte di nebbia, non resta altro che questo. Un caos fumante, del quale fatico a vedere i contorni.

Vigili del fuoco tra le macerie del World trade center, l’11 settembre 2001. (Doug Kanter, Afp)

Le luci d’emergenza illuminano dall’alto delle immense colonne di fumo. Alcune fiamme si alzano dal groviglio di metallo. Travi piegate, pezzi di muro crollato, strutture distrutte, macerie. A che altezza saranno? Conto i piani di un edificio vicino, stranamente intatto. Quattro, cinque, sei… Centodieci piani compattati in soli sei. Il fuoco esce da tutte le parti, esplode e poi scompare. I fiotti d’acqua giganti dei pompieri cadono come pioggia, alcuni installati sui tetti di piccoli palazzi. A destra un camion rosso è stato appiattito, trasformato in crêpes di metallo di 90 centimetri di spessore. Accanto, alcune auto della polizia sono come fuse.

Il punto zero
“Ehi lei, non si muova. Documenti della polizia di New York? Me ne frego. Si allontani, non vede che è pericoloso? Guardi, stanno alzando delle barriere. Si allontani subito o l’arresto!”.

Arrivano i rinforzi della polizia, e piano piano fanno indietreggiare giornalisti, cameraman e fotografi. Esitiamo tutti tra la paura d’assistere a scene simili e l’esaltazione, che alcuni troveranno malsana ma che fa parte del mestiere, di trovarsi lì, a ground zero, il “punto zero” di questa giornata. Sappiamo che entrerà nella storia. Per un giornalista, è lì che bisogna essere.

Fare il pieno d’immagini, di sensazioni. Qualche frase, un odore, un gesto, una scena, una parola o un sinonimo. L’articolo si fa strada nella tua testa, si scrive quasi da solo. Semplice, la semplicità è la chiave. La storia è talmente forte, talmente incredibile, talmente al di là di tutto, che non c’è bisogno di appesantire, di cercare uno stile particolare. Fare di meno è meglio.

Dopo un’ora passata a girare intorno al sito, a incrociare pompieri stravolti, poliziotti scioccati o volontari della Croce rossa smarriti di fronte all’assenza di feriti da soccorrere, guardo il mo orologio. È ora di rientrare in ufficio, per avere il tempo di scrivere e rispettare le scadenze europee.

Ritrovo la mia Suzuki sotto la pensilina della stazione di servizio, tenuta d’occhio da un giovane poliziotto dal sorriso triste. Faccio alcune deviazioni per la piazza del comune, deserta, per Union square, dove vengono accese le prime candele, dove degli sconosciuti s’abbracciano, dove risuonano i primi accordi di chitarra, per l’ingresso del ponte di Brooklyn, dove la folla di pedoni comincia a diradarsi. In ufficio tutte le tv sono accese. L’atmosfera è grave, tesa ma serena. I miei amici e colleghi sono sollevati nel vedermi arrivare. Inutile rileggere i miei appunti. “Ferita, sconvolta, inebetita, New York s’appresta a vivere martedì sera, al termine di una giornata d’orrore, la peggiore notte della sua storia”.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Questo articolo è stato pubblicato sul blog Making-of dell’Agence France-presse. Nel blog, giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

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