10 luglio 2020 16:46

Questo articolo è uscito nel numero 1240 di Internazionale.

Oggi sul fronte occidentale”, scriveva il sociologo tedesco Max Weber nel settembre del 1917, “ci sono orde di selvaggi africani e asiatici e una marmaglia di ladri e sottoproletari del mondo intero”. Weber si riferiva ai milioni di soldati e operai indiani, africani, arabi, cinesi e vietnamiti arruolati sul fronte occidentale, oltre che in altri teatri secondari della prima guerra mondiale. Per far fronte alla carenza di uomini, gli imperialisti britannici avevano reclutato 1,4 milioni di indiani. La Francia arruolò quasi 500mila soldati nelle sue colonie in Africa e in Indocina, mentre gli afroamericani chiamati alle armi negli Stati Uniti furono quasi 400mila. I veri militi ignoti della prima guerra mondiale sono questi combattenti non bianchi.

Il leader vietnamita Ho Chi Minh, che trascorse gran parte del periodo bellico in Europa, denunciò l’arruolamento forzato dei popoli subordinati che, scriveva, erano considerati “solo degli sporchi negri” finché non furono trasformati in carne da cannone per il mattatoio europeo. Molti altri antimperialisti, tra cui il leader pacifista indiano Mohandas Gandhi e il sociologo e attivista afroamericano W.E.B. Du Bois, furono invece accesi sostenitori degli obiettivi militari dei loro padroni bianchi, nella speranza di ottenere più dignità per i loro compatrioti nel dopoguerra. Non si rendevano conto che molti europei temevano e odiavano la vicinanza fisica con quei “popoli da poco sottomessi, riottosi”, come Rudyard Kipling definiva gli asiatici e gli africani colonizzati nella sua poesia del 1899 Il fardello dell’uomo bianco.

Nella storia popolare della prima guerra mondiale queste persone rimangono marginali. Nel Regno Unito sono quasi del tutto ignorate dal Remembrance day, il giorno in cui si ricorda l’armistizio dell’11 novembre 1918. Attraverso i rituali di questa commemorazione – la marcia cerimoniale dei più alti dignitari britannici fino al cenotafio di Whitehall, i due minuti di silenzio interrotti da un trombettiere che suona The last post, la deposizione di ghirlande di papaveri e il canto dell’inno nazionale – la prima guerra mondiale è presentata come un prodigioso atto di autolesionismo: una grande rottura nella civiltà moderna occidentale, un’inspiegabile catastrofe in cui si gettarono le potenze europee, seppure altamente civilizzate, dopo la “lunga pace” dell’ottocento. In seguito le conseguenze irrisolte di questa catastrofe avrebbero provocato un altro disastroso conflitto tra autoritarismo e democrazia, fino al ritorno di quest’ultima nella sua culla europea.

È tempo di ricordare il retroscena imperialista e razzista della prima guerra mondiale

Con più di otto milioni di morti e ventidue milioni di feriti, fu la guerra più sanguinosa nella storia europea fino al 1945. Dai villaggi più remoti ai cimiteri di Verdun, della Marna, di Passchendaele e della Somme, i monumenti ai caduti custodiscono un’esperienza di lutto straziante nella sua immensità. Molti libri e film presentano gli anni prima della guerra come un periodo di prosperità e felicità per l’Europa, e l’estate del 1913 è descritta come l’ultima estate d’oro. Ma ora che il razzismo e la xenofobia dilagano in tutto l’occidente, è tempo di ricordare il retroscena imperialista e razzista della prima guerra mondiale e i suoi effetti duraturi.

All’epoca tutte le potenze occidentali difendevano una gerarchia razziale costruita intorno a un progetto comune di espansione territoriale. Nel 1917, durante una riunione di gabinetto, il presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson affermò esplicitamente di voler “mantenere la razza bianca forte contro i gialli” e preservare “la civiltà bianca e il suo dominio del pianeta”. Le idee eugenetiche di selezione razziale erano molto diffuse, come erano condivisi i timori del quotidiano Daily Mail sulle donne bianche esposte al contatto con “nativi che sono peggio delle bestie quando le loro passioni si risvegliano”. Nella maggior parte degli stati americani le unioni miste erano proibite per legge. Negli anni precedenti l’inizio della prima guerra mondiale i rapporti sessuali tra donne europee e uomini neri (ma non tra uomini europei e donne nere) furono vietati in molte colonie europee in Africa. La presenza degli “sporchi negri” in Europa dopo il 1914 segnò la rottura di un tabù radicato.

Nel maggio del 1915 fece scandalo la fotografia, pubblicata dal Daily Mail, di un’infermiera britannica accanto a un soldato indiano ferito. Le amministrazioni militari provarono a richiamare le infermiere bianche dagli ospedali dov’erano curati i soldati indiani e vietarono a questi ultimi di uscire senza un accompagnatore bianco. Nel dopoguerra, quando la Francia dispiegò dei soldati africani (molti dei quali originari del Maghreb) nella Germania occupata, l’indignazione fu ancora più forte e diffusa. Anche la Germania aveva schierato migliaia di soldati africani nel tentativo di difendere le sue colonie d’Africa orientale, ma non li aveva usati in Europa, né si era abbandonata a quello che Wilhelm Solf, ministro degli esteri ed ex governatore delle Samoa, chiamò “il vergognoso uso razziale dei neri”. “Questi selvaggi sono un terribile pericolo”, avvertiva il parlamento in una dichiarazione congiunta rivolta alle “donne tedesche”. Scrivendo La mia battaglia negli anni venti, Adolf Hitler ricollegava la presenza di soldati africani sul territorio tedesco a un complotto ebreo per rovesciare la razza bianca “dalla sua elevatezza culturale e politica”. Nel 1937, ispirati dalle innovazioni statunitensi in materia di igiene razziale, i nazisti avrebbero sottoposto alla sterilizzazione forzata centinaia di figli di soldati africani. La paura e l’odio per i soldati “negri” (come li chiamava Weber) sul suolo tedesco non erano sentimenti esclusivamente tedeschi o della destra. Anche il papa protestò contro la loro presenza e, nel 1920, il quotidiano socialista britannico Daily Herald pubblicò un editoriale intitolato “Il flagello nero in Europa”.

Dominio bianco
Originariamente costruito intorno al concetto di esclusività bianca, quest’ordine razziale globale era rafforzato dall’imperialismo, dalle teorie pseudoscientifiche e dall’ideologia del darwinismo sociale. Oggi l’inarrestabile erosione dei privilegi associati a quest’ordine ha profondamente destabilizzato le istituzioni e le identità occidentali, rivelando come il razzismo sia ancora una forza politica vigorosa e dando spazio a pericolosi demagoghi nel cuore dell’occidente moderno. Oggi, mentre i suprematisti bianchi costruiscono freneticamente le loro alleanze transnazionali, dobbiamo chiederci, come fece Du Bois nel 1910: “Cos’è la bianchezza e perché è tanto desiderabile?”. E dobbiamo esaminare la prima guerra mondiale ricollocandola nel contesto di un progetto occidentale di dominio globale, un progetto che trascendeva gli evidenti antagonismi bellici. La prima guerra mondiale segnò il momento in cui le violente eredità dell’imperialismo in Asia e in Africa scatenarono, per la prima volta, un’esplosione di violenza autodistruttiva in Europa. E oggi il rischio che l’occidente precipiti in un caos su vasta scala è più alto di quanto non lo sia mai stato dall’inizio del lungo periodo di pace cominciato nel 1945.

Le analisi sulle origini della prima guerra mondiale si concentrano generalmente su una serie di fattori: le rigide alleanze, i piani militari, le rivalità imperialiste, la corsa alle armi e il militarismo tedesco. La guerra, sentiamo ripetere, fu il disastro fondamentale del ventesimo secolo, il peccato originale dell’Europa che rese possibili esplosioni di brutalità ancora più spaventose come la seconda guerra mondiale e la shoah. Gran parte dell’enorme letteratura sull’argomento (decine di migliaia di libri e di articoli accademici) si sofferma sul fronte occidentale e sulle conseguenze che quella reciproca carneficina ebbe su Regno Unito, Francia e Germania o – più precisamente e non a caso – sul cuore metropolitano di quelle potenze imperiali più che sulle loro periferie. In questa versione dominante della storia, interrotta nel 1917 dalla rivoluzione russa e dalla dichiarazione di Balfour, la guerra comincia con “i cannoni d’agosto” del 1914, quando le folle europee, in preda a un esultante patriottismo, spediscono i soldati nello stallo sanguinoso delle trincee. La pace arriva con l’armistizio dell’11 novembre 1918, solo per essere tragicamente compromessa dal trattato di Versailles del 1919, che getta le basi di un’altra guerra mondiale.

Secondo una versione ideologica della storia europea, diventata popolare con la guerra fredda, i conflitti mondiali, il fascismo e il comunismo sarebbero una spaventosa aberrazione nel progresso universale della democrazia liberale e delle sue libertà. Invece, sotto tanti aspetti, il periodo eccezionale corrisponde ai decenni successivi al 1945, quando l’Europa, privata delle sue colonie, emerse dalle rovine di due conflitti catastrofici. Mentre cresceva la stanchezza verso le ideologie militanti e collettiviste, le virtù della democrazia (in particolare il rispetto delle libertà individuali), così come i vantaggi pratici dello stato sociale e di un rinnovato contratto sociale, cominciarono ad apparire sempre più evidenti. Ma né questi decenni di relativa stabilità né il crollo dei regimi comunisti nel 1989 erano ragioni sufficienti per credere che i diritti umani e la democrazia si fossero radicati una volta per tutte in Europa.

(Illustrazione di Manuele Fior)

Come osserva Hannah Arendt nel suo saggio del 1951 Le origini del totalitarismo (uno dei primi grandi testi occidentali ad aver fatto i conti con questa dolorosa esperienza), furono gli europei, tutti insieme, a riordinare “l’umanità in razze di padroni e di schiavi” mentre conquistavano e sfruttavano gran parte dell’Asia, dell’Africa e dell’America, stabilendo insediamenti di coloni bianchi in tutto il mondo. Questa degradante gerarchia diventò necessaria perché la promessa di uguaglianza e di libertà, per essere anche solo parzialmente mantenuta in patria, richiedeva un’espansione imperialista oltre i confini nazionali. Tendiamo a dimenticare che alla fine dell’ottocento l’imperialismo, con la sua promessa di portare terra, cibo e materie prime, era spesso considerato un elemento chiave del progresso e della prosperità nazionali. Il razzismo era – e rimane – ben più di un brutto pregiudizio, da sradicare con divieti legali e sociali. Dall’Australia agli Stati Uniti, il razzismo fu un tentativo concreto, fondato sull’esclusione e sull’umiliazione, di ristabilire l’ordine politico e di calmare l’insofferenza dei cittadini in società agitate da rapidi cambiamenti sociali ed economici.

Il futuro di qualunque classe dirigente dipendeva dalla sua abilità di stringere un’alleanza riuscita tra “il capitale e la plebe”, per dirla con Arendt, “tra i troppo ricchi e i troppo poveri”. Ai primi del novecento l’impronta del darwinismo sociale era evidente in quasi tutte le visioni del mondo: le nazioni erano considerate organismi biologici condannati all’estinzione o alla degenerazione se non riuscivano a espellere o a contrastare i corpi alieni e ad assicurare uno spazio vitale ai loro cittadini. Le teorie pseudoscientifiche sulla differenza biologica tra le razze descrivevano un mondo in cui tutte le razze sembravano coinvolte in una lotta internazionale per la ricchezza e il potere. La bianchezza diventò “la nuova religione”, come poté constatare Du Bois, offrendo sicurezza nel turbinio dei cambiamenti economici e tecnologici, insieme alla promessa di esercitare potere e autorità su gran parte della popolazione mondiale. L’attuale rinascita di questa idea suprematista in occidente e la stigmatizzazione di intere popolazioni presentate come fondamentalmente violente, biologicamente inferiori o culturalmente incompatibili con i popoli bianchi occidentali, indicano che la prima guerra mondiale non segnò una profonda rottura storica. Fu invece, come aveva già capito nel 1918 il più importante intellettuale cinese moderno, Liang Qichao, “un passaggio intermediario che collega passato e futuro”.

Le liturgie del Remembrance day e l’evocazione della bella e lunga estate del 1913 negano sia la sinistra realtà di quel passato bellico sia il suo perdurare fino al ventunesimo secolo. Il nostro difficile compito, quasi cent’anni dopo la fine della prima guerra mondiale, è quello di individuare i tanti modi in cui quel passato si è insinuato nel nostro presente e minaccia di plasmare il nostro futuro, e di capire come l’indebolimento finale del dominio del pianeta da parte della civiltà bianca, unito all’assertività di popoli un tempo riottosi, abbia scatenato in occidente delle tendenze e degli atteggiamenti molto antichi.

Campi di battaglia
Molti resoconti della guerra – delle sue origini o delle sue ramificazioni politiche e culturali, come il fascismo e il modernismo – la presentano come una faccenda essenzialmente europea: quattro anni di carneficina che polverizzarono la lunga pace del continente e corruppero la lunga tradizione del razionalismo occidentale. Un secolo dopo la fine del conflitto, le esperienze e le prospettive dei suoi protagonisti e osservatori non europei rimangono in gran parte sconosciute. Si sa ancora poco di come la guerra accelerò le lotte politiche in Asia e in Africa; delle nuove opportunità che offrì ai nazionalisti arabi e turchi e agli anticolonialisti indiani e vietnamiti; o di come, mentre distruggeva i vecchi imperi in Europa, trasformò il Giappone in una minacciosa potenza imperialista in Asia.

Nell’ormai trito racconto delle conseguenze della guerra, Woodrow Wilson, che voleva “rendere il mondo sicuro per la democrazia” attraverso i suoi interventi militari e diplomatici, è un valoroso internazionalista democratico abbandonato dai crudeli statunitensi isolazionisti. Rimane ancora molto da dire su come il liberalismo wilsoniano servì da copertura alla supremazia bianca alla conferenza di pace di Parigi del 1919, quando le richieste di autodeterminazione degli anticolonialisti asiatici e africani furono liquidate con sdegno, e quando perfino il Giappone, alleato del Regno Unito e degli Stati Uniti, vide respinto il suo appello per l’uguaglianza razziale.

Negli ultimi tempi le commemorazioni della prima guerra mondiale hanno dato più spazio ai soldati e ai campi di battaglia non europei: in tutto più di quattro milioni di uomini non bianchi furono mobilitati negli eserciti europei e statunitensi per combattere, dalla Siberia e dall’Asia orientale al Medio Oriente e all’Africa subsahariana, e perfino nelle isole del Pacifico meridionale. In Mesopotamia i soldati indiani formarono la maggioranza delle forze alleate durante tutta la guerra. L’occupazione britannica della Mesopotamia o la sua campagna vittoriosa in Palestina non sarebbero state possibili senza il contributo indiano. I soldati indiani aiutarono perfino i giapponesi a cacciare i tedeschi dalla loro colonia cinese di Qingdao.

Gli studiosi hanno cominciato a interessarsi ai circa 140mila operai cinesi e vietnamiti ingaggiati dai governi di Regno Unito e Francia per la manutenzione delle infrastrutture belliche. Oggi ne sappiamo di più sui tanti movimenti anticolonialisti presenti in Europa nel periodo tra le due guerre. Ho Chi Minh e Zhou Enlai, che sarebbe diventato il primo premier della Cina comunista, fecero parte della comunità di espatriati dell’Asia orientale. In Europa molti di questi asiatici e africani subirono trattamenti crudeli, segregazione e schiavitù. Deng Xiaoping, che arrivò in Francia subito dopo la prima guerra mondiale, avrebbe in seguito evocato “le umiliazioni” inflitte ai suoi connazionali dai “lacchè dei capitalisti”.

Anche chi sperava che i padroni bianchi, dopo aver usato i popoli colonizzati come carne da cannone, si sarebbero mostrati più indulgenti, si sentì disonorato. Gli uomini neri, scriveva Du Bois dopo la fine della guerra, “chiedevano sempre più chiaramente: ‘Dov’è il nostro posto?’”. Negli Stati Uniti la risposta arrivò sotto forma di un’ondata di violenze di gruppo contro i neri (lo stesso Wilson temeva che “il negro americano di ritorno dall’estero” fosse incline a diffondere il bolscevismo negli Stati Uniti). Nel 1919 l’esercito britannico massacrò centinaia di manifestanti disarmati ad Amritsar, nel Punjab indiano, spingendo Gandhi a diventare, da solerte collaboratore dell’impero britannico, un suo deciso nemico. L’anno seguente, in Iraq, gli imperialisti britannici repressero una rivolta con il primo bombardamento aereo sistematico della storia.

Nel 1921 il poeta e scrittore Rabindranath Tagore, esprimendo la cocente disillusione dei progressisti asiatici e africani, scriveva che l’Europa aveva “completamente perso il prestigio morale del passato” ed era considerata “una sostenitrice della supremazia della razza occidentale”. Dopo aver fugacemente sedotto il Cairo, Pechino e Teheran, il liberalismo di Woodrow Wilson perse ogni fascino nel dopoguerra, quando la spontanea simpatia del presidente statunitense per il Ku klux klan si tradusse in un periodo d’oro per i vincitori imperialisti. Amareggiata dalla disonestà degli occidentali alla conferenza di Parigi, in cui l’autodeterminazione e la sovranità nazionale si rivelarono promesse vuote rivolte alle nazioni più deboli, la Cina si lanciò risolutamente nella costruzione di uno stato nazione capace di dominare invece che di essere dominato. Ideologie come il comunismo rivoluzionario e il fondamentalismo islamico acquisirono forza promettendo di dare un taglio netto alle illusioni della precedente generazione di leader collaborazionisti.

(Illustrazione di Manuele Fior)

Una ricostruzione della grande guerra attenta ai conflitti politici fuori dell’Europa può spiegare l’attuale ultranazionalismo di molti dirigenti asiatici e africani, in particolare del regime cinese, che si presenta come il vendicatore delle umiliazioni inflitte dall’occidente da un secolo a questa parte. Ma per capire il ritorno del suprematismo bianco in occidente serve un’analisi storica più approfondita, che mostri come alla fine dell’ottocento la bianchezza fosse diventata una garanzia d’identità e di dignità individuali e il fondamento di alleanze militari e diplomatiche. Questa storia dimostra che nell’ordine razziale globale prima del 1914 era perfettamente normale che i popoli “incivili” dovessero essere sterminati, terrorizzati, imprigionati, esiliati o radicalmente riprogrammati. Non solo: questo sistema non fu un elemento secondario della prima guerra mondiale, scollegato dall’abbrutimento generale che rese poi possibili gli orrori un tempo inimmaginabili della shoah. Al contrario, la violenza sfrenata e spesso gratuita dell’imperialismo moderno finì per ritorcersi contro i suoi autori.

Questa prospettiva storica rivela che la lunga pace europea fu un periodo di guerre senza fine in Asia, in Africa e nelle Americhe, e le colonie europee furono il crogiolo in cui si forgiarono le premesse delle guerre civili europee (teorie razziste, trasferimenti forzati di popolazioni e disprezzo della vita umana). Gli storici del colonialismo tedesco (un campo di studi in espansione) tentano di far risalire l’olocausto ai minigenocidi commessi dai tedeschi nelle loro colonie nel primo decennio del novecento, un periodo in cui si svilupparono anche alcune ideologie chiave come il Lebens-raum. Ma è troppo facile concludere, soprattutto da un punto di vista anglo-americano, che fu la Germania ad abbandonare le norme della civiltà per stabilire un nuovo standard di barbarie, costringendo il resto del mondo a seguirla nell’età degli estremi. La verità è che tra le pratiche imperialiste e i presupposti razzisti di Europa e Stati Uniti ci fu una profonda continuità.

Le mentalità e le visioni del mondo finirono in effetti per convergere notevolmente durante la fase più importante della bianchezza, che Du Bois, rispondendo alla domanda su questa condizione tanto ambìta, definì “il possesso della terra nei secoli dei secoli”. I tedeschi, per esempio, furono spesso assistiti dai britannici durante la loro colonizzazione dell’Africa sudoccidentale, che doveva risolvere il problema della sovrappopolazione. E tutte le potenze occidentali si spartirono amichevolmente la torta cinese alla fine dell’ottocento. Le tensioni nate durante la divisione del bottino asiatico e africano furono quasi sempre superate in modo pacifico, a spese degli asiatici e degli africani.

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Alla fine dell’ottocento le colonie erano comunemente considerate un’indispensabile valvola di sfogo delle pressioni socioeconomiche interne. Cecil Rhodes lo spiegò con esemplare chiarezza nel 1895, dopo aver incontrato dei disoccupati arrabbiati dell’East End, a Londra: l’imperialismo, dichiarò, era una “soluzione per questo problema sociale. In altre parole, per salvare quaranta milioni di abitanti del Regno Unito da una sanguinosa guerra civile, noi uomini di stato colonialisti dobbiamo acquisire nuove terre per insediarvi la popolazione in eccesso e dare nuovi mercati ai beni prodotti nelle fabbriche e nelle miniere”. Secondo Rhodes, quindi, “per evitare la guerra civile bisogna diventare imperialisti”.

La lotta di Rhodes per accaparrarsi i giacimenti auriferi africani contribuì a scatenare la seconda guerra boera, durante la quale i britannici, internando donne e bambini afrikaner, introdussero nel linguaggio comune l’espressione “campi di concentramento”. Alla fine della guerra, nel 1902, era ormai “un’evidenza storica”, scrive l’economista britannico John A. Hobson, che “i governi usano le ostilità nazionali, le guerre all’estero e il fascino della costruzione di un impero per confondere la mente del popolo e sviare il crescente risentimento contro le ingiustizie interne”.

Mentre l’imperialismo apriva un “panorama di volgare orgoglio e crudo sensazionalismo”, come scriveva Hobson, ovunque le classi dirigenti cercavano sempre più di “imperializzare l’intera nazione”, per riprendere un’espressione di Hannah Arendt. Questo programma – organizzare la nazione per “il saccheggio di territori stranieri e l’oppressione dei loro popoli” – fu rapidamente promosso attraverso la stampa popolare, che stava nascendo all’epoca. Fin dal suo lancio nel 1896, il Daily Mail alimentò il volgare orgoglio di essere bianchi, britannici e superiori ai selvaggi nativi. Non è un caso se ancora oggi i tabloid britannici cercano di rinsaldare l’alleanza vitale tra capitale e plebe.

Anche se non furono una causa diretta della prima guerra mondiale, gli italiani anticiparono i deliri patriottici e i crimini di guerra del 1914-1918

Se consideriamo quanto l’orgoglio imperialista era diffuso tra gli europei, non sorprende il frenetico nazionalismo con cui il continente precipitò in un bagno di sangue nel 1914. Allo stesso modo, non dovremmo considerare la grande guerra il primo episodio di una lunga battaglia della democrazia illuminata contro l’autoritarismo. Nel 1915 l’Italia si schierò con il Regno Unito e la Francia nel campo degli alleati in un accesso di imperomania (e subito dopo, non riuscendo a placare la sua sete imperialista, precipitò nel fascismo). Scrittori e giornalisti italiani, ma anche politici e imprenditori, ambivano al potere e alla gloria imperiali fin dalla fine dell’ottocento. L’Italia si era lanciata con ardore alla conquista di un pezzo di Africa, prima di subire un’umiliante sconfitta da parte dell’Etiopia nel 1896 (Mussolini si sarebbe vendicato nel 1935 usando il gas contro gli etiopi). Nel 1911 l’Italia vide un’opportunità nella separazione della Libia dall’impero ottomano. Dopo i precedenti fallimenti, il brutale attacco contro il paese, avallato dal Regno Unito e dalla Francia, fu calorosamente salutato in patria.

Le notizie sulle atrocità commesse dagli italiani, tra cui il primo bombardamento aereo della storia, radicalizzarono molti musulmani in Asia e in Africa, mentre l’opinione pubblica in Italia continuò imperturbabile a sostenere l’avventura imperialista. Il futurista Filippo Tommaso Marinetti, che andò in Libia come corrispondente di guerra, rimase meravigliato di fronte alle “sculture che la nostra ispirata artiglieria foggia nelle masse nemiche”. Eppure gli italiani furono messi in difficoltà dai turchi (Mustafa Kemal, che sarebbe diventato famoso come Atatürk, fondatore e primo presidente della Turchia, si finse giornalista per andare a mobilitare dei volontari arabi in Libia). Intensificarono le operazioni, bombardando Beirut nel febbraio del 1912 e occupando le isole di Rodi, Coo e Patmo. Oggi pochi ricordano i tentativi dell’Italia di diventare una potenza coloniale. Eppure, anche se non furono una causa diretta della prima guerra mondiale, anticiparono i deliri patriottici e i crimini di guerra del 1914-1918.

Anche il militarismo tedesco appare meno eccezionale se consideriamo che fin dagli anni ottanta dell’ottocento molti rappresentanti del mondo della politica, degli affari e dell’università, oltre a gruppi di pressione influenti come la Lega pangermanica (di cui Max Weber fece brevemente parte), avevano esortato il governo a diventare una potenza imperiale al pari del Regno Unito e della Francia. Tra il 1871 e il 1914 tutte le operazioni militari della Germania si svolsero fuori dell’Europa. Tra queste ci furono delle spedizioni punitive nelle colonie africane e, nel 1900, un’ambiziosa scorreria in Cina, dove la Germania si unì ad altre sette potenze europee per punire i giovani cinesi che si erano ribellati al dominio occidentale sul paese. Alle truppe tedesche in partenza per l’Asia il kaiser presentò la missione come una vendetta razziale. “Non perdonate nessuno e non fate prigionieri”, disse, esortando i soldati ad assicurarsi che “nessun cinese osi mai più guardare di traverso un tedesco”. All’arrivo dei tedeschi la repressione del “pericolo giallo” (un’espressione coniata alla fine dell’ottocento) era già in gran parte conclusa. Nonostante questo, tra l’ottobre del 1900 e la primavera del 1901 le truppe del Kaiser lanciarono nelle campagne cinesi decine di attacchi che passarono alla storia per la loro ferocia.

Uno dei volontari della missione era il tenente generale Lothar von Trotha, che si era fatto una reputazione in Africa ordinando sistematicamente di mettere a morte gli abitanti locali e di incendiare i villaggi. Secondo lui questa politica, che chiamava “terrorismo”, poteva “solo essere d’aiuto”. In Cina saccheggiò alcune tombe ming e presiedette ad alcune esecuzioni, ma il suo vero impegno sarebbe cominciato dopo, nelle colonie tedesche dell’Africa sudoccidentale (l’attuale Namibia), dove nel gennaio del 1904 scoppiò una rivolta anticoloniale. Nell’ottobre del 1904 von Trotha ordinò di sparare a vista a chi facesse parte della comunità herero (tra cui donne e bambini), che era già stata sconfitta militarmente. Chi provava a sottrarsi all’esecuzione doveva essere portato nel deserto di Omaheke e lasciato morire. Si stima che tra i sessantamila e i settantamila herero, su un totale di circa ottantamila, furono uccisi, e molti morirono di fame nel deserto. Una seconda rivolta anticoloniale, lanciata dalla comunità dei nama, entro il 1908 portò alla morte di circa metà della loro popolazione.

Negli ultimi anni della lunga pace questi protogenocidi diventarono comuni. Re Leopoldo II del Belgio governò lo Stato Libero del Congo come fosse un suo feudo personale dal 1885 al 1908. In quel periodo ridusse di metà la popolazione locale, causando la morte prematura di circa otto milioni di africani. Tra le pratiche adottate dai belgi durante il suo regno del terrore c’era il taglio delle mani di persone vive e dei cadaveri. La conquista statunitense delle Filippine tra il 1898 e il 1902, a cui Kipling dedicò Il fardello dell’uomo bianco, costò la vita a oltre 200mila civili. Un bilancio che non sorprende se consideriamo che ventisei dei trenta generali statunitensi mandati nelle Filippine avevano combattuto nelle guerre di annientamento dei nativi americani. Uno di loro, il generale Jacob H. Smith, dichiarò esplicitamente ai suoi uomini: “Non voglio prigionieri. Voglio che uccidiate e bruciate, più ucciderete e brucerete e più mi farete felice”. In un’audizione al senato sulle atrocità commesse nelle Filippine, il generale Arthur MacArthur (padre di Douglas) evocò i “magnifici popoli ariani” a cui apparteneva e l’“unità della razza” che si sentiva in dovere di difendere.

Espulsa dall’esclusivo circolo dei popoli ariani in seguito al trattato di Versailles e privata delle sue colonie, la Germania fu accusata dalle potenze imperiali vincenti (senza un’ombra di ironia) di aver maltrattato i popoli nativi in Africa. Questi giudizi, formulati ancora oggi per distinguere l’imperialismo “buono” di britannici e statunitensi da quello di Germania, Francia e Belgio, sono un tentativo di occultare le forti sinergie dell’imperialismo razzista. Nel 1920, un anno dopo aver condannato la Germania per i suoi crimini contro gli africani, i britannici adottarono i bombardamenti aerei come azione di routine nel loro nuovo possedimento iracheno, preannunciando le attuali e altrettanto comuni campagne di bombardamento aereo e con i droni in Asia meridionale e occidentale. “L’arabo e il curdo”, si legge in un rapporto scritto nel 1924 da un ufficiale della Royal air force, “ora sanno riconoscere un vero bombardamento. Sanno che in quarantacinque minuti un intero villaggio può essere praticamente spazzato via e un terzo dei suoi abitanti ucciso o ferito”. L’ufficiale era Arthur “Bomber” Harris, che durante la seconda guerra mondiale sganciò le tempeste di fuoco su Amburgo e Dresda, e il cui impegno pionieristico in Iraq contribuì alla riflessione tedesca sulla totale krieg (guerra totale) negli anni trenta.

La storia moderna della violenza è piena di questi discreti scambi di idee assassine tra nemici solo apparenti. Un altro esempio è la spietatezza delle élite statunitensi verso i neri e i nativi americani, che fece una grande impressione sulla prima generazione di imperialisti liberali in Germania, e questo decenni prima che Hitler cominciasse ad ammirare le politiche inequivocabilmente razziste degli Stati Uniti in materia di nazionalità e immigrazione. I nazisti s’ispirarono alle leggi applicate nel sud degli Stati Uniti come avevano fatto prima di loro i colonizzatori tedeschi. Ecco perché Charlottesville, in Virginia, ha fornito una cornice molto adatta a un recente raduno neonazista accompagnato da stendardi con la svastica e inni al “sangue e alla terra”.

L’equilibrio europeo si era troppo a lungo appoggiato agli squilibri in altre parti del mondo

Esaminata alla luce di questi collegamenti transcontinentali tra razzisti, la prima guerra mondiale non appare più né uno scontro tra democrazia illuminata e autoritarismo né un’imprevedibile e catastrofica rottura. Nel 1909 lo scrittore indiano Aurobindo Ghose fu uno dei tanti pensatori anticolonialisti a prevedere che la civiltà della “vanagloriosa, aggressiva e dominante Europa” era “condannata a morte” e aspettava “l’annientamento”. Liang Qichao sostenne fin dal 1918 che la grande guerra era il ponte che collegava la violenza imperialista al fratricidio europeo, l’ottocento al futuro. Con le loro acute analisi, Liang, Ghose, Du Bois, Gandhi e Tagore non offrivano esempi di saggezza o di chiaroveggenza. Facendo parte di popoli subordinati, avevano semplicemente capito, molto prima che Arendt pubblicasse Le origini del totalitarismo, che la pace nelle metropoli occidentali dipendeva troppo dall’esternalizzazione della guerra nelle colonie.

L’esperienza della morte e della distruzione di massa, che molti europei vissero solo dopo il 1914, era già ampiamente conosciuta in Asia e in Africa, dove le terre e le risorse furono usurpate con la violenza, le infrastrutture economiche e culturali sistematicamente distrutte e popolazioni intere decimate con l’aiuto di moderne tecnologie e burocrazie. Come si sarebbe scoperto, l’equilibrio europeo si era troppo a lungo appoggiato agli squilibri in altre parti del mondo. L’Asia e l’Africa non potevano restare una cornice distante e sicura per le guerre di espansione europee di fine ottocento e del novecento. I popoli europei finirono per subire l’enorme violenza a lungo subita dagli asiatici e dagli africani. Come avrebbe scritto Arendt, “la violenza impiegata per il potere (e non per la legge) scatena un processo distruttivo che si arresta solo quando non rimane più nulla da calpestare”.

Nella nostra epoca la disastrosa logica della violenza al di fuori della legge si è manifestata attraverso la guerra – fortemente razzializzata – al terrorismo. Presupponendo l’esistenza di un nemico subumano da smascherare in patria e oltreconfine, ha infranto l’antico tabù della tortura e ha reso accettabile perfino l’esecuzione extragiudiziale di cittadini di paesi occidentali. Le sconfitte e le umiliazioni associate a questa guerra hanno avuto diverse conseguenze: l’aumento della dipendenza dalla violenza, il moltiplicarsi di conflitti e campi di battaglia non dichiarati, un implacabile attacco ai diritti civili in patria e un rafforzamento della psicologia del dominio, oggi evidente nelle minacce di Donald Trump di cestinare l’accordo sul nucleare con l’Iran e di scatenare sulla Corea del Nord “fuoco e furia come il mondo non ne ha mai visti”.

Che i popoli civilizzati potessero restare immuni alla distruzione del diritto internazionale e della morale comune nelle guerre estere contro i barbari è sempre stata un’illusione. Ora è andata in frantumi, mentre nel cuore dell’occidente moderno crescono i movimenti razzisti, spesso sostenuti dal suprematista bianco alla guida degli Stati Uniti che sta facendo in modo che non rimanga “più nulla da calpestare”. I nazionalisti bianchi hanno liquidato la retorica wilsoniana dell’internazionalimo liberale, che per decenni era stata la lingua preferita dall’establishment politico e giornalistico occidentale. Invece di affermare di voler rendere il mondo sicuro per la democrazia, oggi sostengono apertamente l’unità culturale della razza bianca contro la minaccia esistenziale incarnata dagli stranieri dalla pelle scura, che si tratti di cittadini, immigrati, rifugiati, richiedenti asilo o terroristi.

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Ma l’ordine razziale globale che aveva conferito potere, identità, sicurezza e prestigio ai suoi beneficiari è finalmente crollato. E nemmeno una guerra con la Cina o la pulizia etnica in occidente potranno restituire ai bianchi il possesso della Terra. Dopo aver devastato ampie parti dell’Asia e dell’Africa e aver portato il terrorismo nelle strade d’Europa e degli Stati Uniti, quest’illusione ha recentemente spinto il Regno Unito verso la Brexit. Nessuna travolgente impresa semi-imperialista all’estero riesce più a mascherare i profondi divari di classe e di istruzione in patria né a distrarre le masse. Di conseguenza, i problemi sociali appaiono ancora più irrisolvibili e le società sono più polarizzate che mai. E, come dimostrano la Brexit e Trump, la capacità di autolesionismo è aumentata minacciosamente.

Per questo oggi la bianchezza, diventata una religione durante il periodo d’incertezza economica e sociale che precedette il 1914, è il culto più pericoloso al mondo. La supremazia razziale è stata storicamente esercitata attraverso il colonialismo, la schiavitù, la segregazione, la ghettizzazione, le leggi sull’immigrazione razziste, le guerre neoimperaliste e la carcerazione di massa. Ora, con l’arrivo di Trump al potere, ha raggiunto la sua fase finale e più disperata. Non possiamo più escludere la “terribile probabilità” evocata dallo scrittore e attivista afroamericano James Baldwin: i vincitori della storia, “lottando per tenersi ciò che hanno rubato ai loro prigionieri, e incapaci di guardarsi allo specchio, precipiteranno il mondo in un caos che, se non porrà fine alla vita su questo pianeta, scatenerà una guerra razziale come il mondo non ne ha mai conosciute”. La ragionevolezza imporrebbe quanto meno di deimperializzare la nazione, un esame di coscienza che solo la Germania, tra le potenze occidentali, ha provato a fare. Mai quanto oggi è evidente cosa rischiamo non affrontando la storia: tra un secolo gli storici potrebbero chiedersi perché l’occidente, dopo un lungo periodo di pace, si gettò nella più grande catastrofe della sua storia.

(Traduzione di Francesca Spinelli)

Questo articolo è uscito nel numero 1240 di Internazionale. Era apparso sul quotidiano britannico The Guardian.