La commissaria europea Margrethe Vestager a Bruxelles, il 9 ottobre 2015. (François Lenoir, Reuters/Contrasto)

La donna che ha fatto tremare Google ed Apple

La commissaria europea Margrethe Vestager a Bruxelles, il 9 ottobre 2015. (François Lenoir, Reuters/Contrasto)
07 giugno 2019 12:38

Questo articolo è uscito il 2 febbraio 2018 nel numero 1241 di Internazionale con il titolo La donna che fa tremare le grandi aziende tecnologiche. L’originale era uscito sul settimanale britannico New Statesman, con il titolo Margrethe Vestager: the Eu commissioner who’s taming the tech giants.

Il 30 novembre 2017 a Bruxelles nevica. Al calare della sera una patina bianca si è depositata sulla corona di Goffredo di Buglione, il crociato raffigurato dalla statua che domina place Royale. Non lontano il pubblico affolla la sala concerti del Palais des Beaux-Arts, famosa per aver ospitato grandi compositori e direttori d’orchestra come Stravinskij e Rachmaninov. Stasera, però, la gente non è venuta per la musica. È qui per ascoltare la commissaria europea Margrethe Vestager, “la donna più potente d’Europa”. Il suo compito, infatti, è costringere le aziende tecnologiche più grandi del mondo a rispettare la legge. Ormai da quattro anni il Palais des Beaux-Arts ospita dibattiti sul futuro dell’Unione europea, incontri che, oltre a riflettere il senso di crisi che attanaglia il continente (evidente dai titoli scelti: “Reinventare l’Europa”, “Ora o mai più”, “Ultima chance”, “La fine dell’Europa?”), si distinguono per la qualità dei relatori. Il presidente francese Emmanuel Macron, per esempio, è intervenuto nel 2014 e nel 2016, quando era ministro dell’economia. In entrambe le occasioni Vestager ha diviso il palco con lui.

Nel 2014, quando è stata nominata commissaria europea per la concorrenza, Margrethe Vestager non era molto nota fuori dalla Danimarca. All’epoca l’Unione stava già indagando per abuso di posizione dominante e per illeciti fiscali su alcune grandi aziende tecnologiche, tra cui Google e la Apple. Ma Vestager – che parla chiaro, è simpatica (sorride moltissimo) e sicura delle proprie convinzioni – ha pensato subito che fosse necessaria un’azione più decisa. Così, nel gennaio del 2016, ha convocato nel suo ufficio a Bruxelles l’amministratore delegato della Apple, Tim Cook, per discutere della posizione fiscale dell’azienda in Irlanda, dove il gruppo di Cupertino aveva una serie di consociate per gestire le vendite al di fuori delle Americhe. A quanto pare, Cook avrebbe provato a fare una lezione sul fisco alla commissaria, interrompendola ripetutamente. Vestager non ha apprezzato né il tono né il messaggio e ha commentato che c’è “qualcuno tra i ricchi e i potenti” del mondo che “prende per scema” la gente quando si parla di tasse. “Non c’è nessuna giustificazione economica per il modo in cui sono organizzate alcune di queste aziende”, mi dice quando ci incontriamo nel suo ufficio al decimo piano del Berlaymont, la sede della Commissione europea. “È un sistema che non serve a fare gli interessi dell’azienda: serve a eludere il fisco”.

Sette mesi dopo l’incontro con Cook, Vestager ha ordinato all’Irlanda di recuperare dalla Apple 13 miliardi di euro, sostenendo che il governo aveva concesso all’azienda di Cupertino una serie di agevolazioni fiscali che violano le normative europee sugli aiuti di stato. Cook ha denunciato il provvedimento come “una stronzata politica totale”, un giudizio condiviso dal governo degli Stati Uniti e dalle autorità irlandesi. Ma è difficile credere che la Apple, un’azienda che nell’ultimo anno fiscale ha dichiarato 229 miliardi di dollari di ricavi, non si aspettasse un provvedimento. Si può apprezzare l’iPhone – Vestager ne ha uno ed è molto soddisfatta – e allo stesso tempo riconoscere che un accordo studiato per consentire all’azienda più ricca del mondo di pagare un’aliquota sulle vendite in Europa pari allo 0,005 per cento non è “una stronzata politica” (al 30 settembre 2017 la Apple, che paga gran parte delle tasse negli Stati Uniti, ha versato alle autorità fiscali nel mondo 1,6 miliardi di dollari, pari al 18,1 per cento dei suoi profitti).

Non essere cattivo
Ma questo era solo l’antipasto. A maggio del 2017 Vestager ha inflitto una multa di 110 milioni di euro a Facebook, il social network più popolare al mondo, con più di due miliardi di utenti, per non aver fornito sufficienti informazioni alle autorità di regolamentazione durante l’acquisizione di WhatsApp. A ottobre dello stesso anno è finita nel mirino Amazon, non solo il più grande negozio online in occidente ma anche la più grande azienda di cloud computing e di altoparlanti intelligenti al mondo. L’azienda di Jeff Bezos è stata costretta a restituire 250 milioni di euro al Lussemburgo per aver ricevuto agevolazioni fiscali illecite. Ma la multa più salata è stata riservata a Google, il cui motto è “Dont’ be evil”, non essere cattivo. Vestager ha ritenuto che l’azienda fosse stata talmente cattiva da meritare una sanzione record da 2,4 miliardi di euro per abuso di posizione dominante nel mercato dei motori di ricerca.

Non tutti pensano che le sanzioni fossero meritate o che i provvedimenti fossero strettamente aderenti alla legge sulla concorrenza. Secondo l’Economist, per esempio, Vestager avrebbe preso alcune decisioni soprattutto per fare carriera. Fatto sta che la commissaria ha rimesso in riga alcune delle aziende più grandi del mondo, spingendo i paesi dell’Unione ad amministrare in modo più equo l’imposta sui redditi delle aziende e riuscendo nella difficile impresa di rendere popolare la Commissione europea. “La gente guarda Vestager e pensa: ‘Be’, forse la commissione serve davvero a qualcosa’”, sostiene Thomas Vinje, socio dello studio legale Clifford Chance di Bruxelles, che ha rappresentato diversi clienti statunitensi nei contenziosi nati dalle decisioni di Vestager. “E poi la commissaria comunica molto meglio di tutti quelli che l’hanno preceduta”.

Le capacità e il buonsenso politico di Vestager – che è alta un metro e ottanta e ha i capelli grigi e corti – appaiono evidenti quando sale sul palco del Palais des Beaux-Arts. Il titolo del dibattito, “Europe: Yes we can!”, vuole sottolineare il nuovo clima di speranza nel continente dopo il voto sulla Brexit. L’ottimismo è giustificato, dice Vestager. L’economia cresce e la disoccupazione cala. Inoltre l’elezione di Donald Trump e la decisione del Regno Unito di uscire dall’Unione hanno fatto riavvicinare gli altri 27 stati membri. Quando le chiedono quale sia la sua birra belga preferita, Vestager osserva che il paese ha più di mille birre ed evita di rispondere. Poi ci tiene a precisare che non è stata affatto ingiusta con le grandi aziende tecnologiche. “Si può essere grandi e avere successo”, dice, “ma non si può abusare del proprio potere per impedire agli altri di diventare le grandi aziende di domani”.

Una nuova strategia
La concorrenza può essere una materia arida e noiosa. E lo stesso di può dire dei commissari europei. Ma Vestager, che è nata nel 1968 vicino a Copenaghen, non lo è affatto. Un avvocato di Bruxelles ha perfino inventato un quiz per il suo staff sul passato e le abitudini di Vestager. Quale animale di pezza, cucito personalmente da lei, regala ai colleghi? Risposta: un elefante con le orecchie grandi per ricordare a tutti di ascoltare. Cosa le piace cucinare? Brioche alla cannella. Come si chiama il programma tv danese che si è ispirato a lei per il personaggio della protagonista? Borgen, il potere. Cosa ha in comune con Theresa May e Angela Merkel? Sono tutte e tre figlie di pastori protestanti.

Nel caso di Vestager, anche la madre era una sacerdote. I suoi genitori, entrambi luterani, esercitavano a Ølgod, un piccolo paese sulle pianure spazzate dal vento della Danimarca occidentale. La porta di casa era sempre aperta. Vestager racconta che da bambina veniva spesso svegliata da un’auto da cui scendeva un padre esausto che doveva registrare la nascita del figlio appena venuto al mondo. A volte il telefono squillava in piena notte perché era successo qualcosa di terribile. “La nostra non è mai stata una casa religiosa nel senso tradizionale del termine. Per i miei genitori la religione era un impegno concreto: voleva dire dedicarsi alla comunità locale. Questo mi ha insegnato molto”, racconta Vestager.

La costruzione della nuova sede di Apple a Cupertino, California, il 28 aprile 2017. (Justin Sullivan, Getty Images)

A scuola e all’università, dove ha studiato economia, Vestager faceva politica, ma non aveva grandi aspirazioni di carriera. Poi, a 21 anni, conobbe alcuni funzionari di Radikale venstre, un piccolo partito di centrosinistra fondato da un suo antenato, che cercavano candidati per le elezioni legislative. E accettò la proposta, consapevole che probabilmente non ce l’avrebbe fatta. “Volevo solo provare a raccontare in modo coerente le cose in cui credevo”, dice.

Poco dopo diventò presidente del partito e nel 1998 fu nominata ministra dell’istruzione e degli affari ecclesiastici. Nel 2007, quando assunse la guida di Radikale venstre, il partito era in crisi: alle elezioni si era fermato al 5,1 per cento dei voti. Due anni dopo i sondaggi lo davano addirittura al 3 per cento. Secondo molti Vestager stava affossando il partito.

Henrik Kjerrumgaard, all’epoca responsabile della comunicazione di Radikale venstre, racconta che i figli di Vestager una volta le chiesero perfino se era davvero la peggior politica della Danimarca, come sentivano dire in giro. Poi, nel 2009, ci fu la svolta. Un giorno, mentre tutti erano di pessimo umore, Vestager si presentò nella sede del partito sprizzando allegria. Kjerrumgaard le chiese perché fosse così felice. “Mi sono resa conto che nessuno mi ha chiesto di stare qui”, le rispose lei. “Se voglio prendere armi e bagagli e lasciare la politica, posso farlo. Questo significa anche che, se sono forte, posso fare quello che voglio. Essere una leader significa indicare una direzione precisa in cui muoversi, ed è quello che farò”.

La nuova strategia era semplice: parlare con tutti, tenendo però salde le proprie convinzioni. E Vestager era a favore dell’immigrazione, dei matrimoni gay e dell’Europa, ma conservatrice in materia fiscale. La cosa funzionò. Alle elezioni del 2011 il partito prese il 9,5 per cento dei voti, il miglior risultato da quasi quarant’anni. Vestager accettò di formare un governo di coalizione con i socialdemocratici e il Partito popolare socialista dopo essersi assicurata due ministeri chiave: interno ed economia.

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In quel periodo la sua proposta di tagliare le prestazioni sociali aprì un duro scontro con i sindacati. Una sigla, in particolare, le fece recapitare una scultura di gesso a forma di pugno con il dito medio alzato. La commissaria la conserva ancora e la chiama il “dito del vaffanculo”. Altri aspetti del suo impegno di governo erano decisamente più piacevoli. A gennaio del 2012 la Danimarca assunse la presidenza semestrale di turno del consiglio dell’Unione europea. In quel periodo Vestager aveva il compito di presiedere le riunioni dell’Ecofin, il consiglio composto dai ministri dell’economia e delle finanze degli stati dell’Unione. “Avevamo un sacco da fare. Era subito dopo la crisi finanziaria, e c’erano provvedimenti urgenti da prendere sul settore bancario”, ricorda Vestager. Anche dopo la fine della presidenza danese, non saltò mai un incontro dell’Ecofin. “Se vuoi partecipare alla discussione devi esserci sempre. E a me piaceva molto”. Nel 2014 la prima ministra danese Helle Thorning-Schmidt, leader dei socialdemocratici, si trovò a dover indicare un nome per la Commissione europea. E scelse Vestager.

Quanto pesano i dati
Ogni paese dell’Unione europea ha un commissario con un incarico simile a quello di un ministero di un governo nazionale, per esempio il commercio o i trasporti. I commissari passano gran parte del tempo a cercare di convincere i loro colleghi (e i rispettivi governi) della bontà delle loro proposte. Ma il commissario alla concorrenza ha molta più autonomia degli altri perché, oltre alla facoltà di avviare indagini, ha anche potere decisionale: di fatto è giudice, giuria e boia. “La direzione generale per la concorrenza è considerata il fiore all’occhiello della commissione”, spiega Peter Guilford, ex portavoce della direzione e oggi presidente della Gplus, una società di consulenza di Bruxelles, dove ci incontriamo per un caffè. “Tutti i migliori funzionari vogliono lavorarci e gli altri commissari tendono a gravitare intorno a chi la guida. Chi sta alla concorrenza non ha tutte le rogne che ha il resto della commissione”.

Vestager è arrivata a Bruxelles determinata a lasciare il segno. Ha fatto arredare il suo ufficio per renderlo più simile a un salotto, con un bel tappeto a coprire il pavimento di legno chiaro, un divano tra il grigio e il blu, un tavolino da caffè, alcune opere d’arte moderna e una serie di farfalle di stoffa realizzate dagli orfani del Tibet appese alle pareti. Vicino alla scrivania ha messo una scaletta di legno, perché “una donna che vuole fare strada deve portarsi dietro la scala”. Appoggiate su uno schedario ci sono le foto della sua famiglia: il marito Thomas, professore di matematica, e le tre figlie di 14, 18 e 21 anni.

Jens Thomsen, che ha scritto un libro sui primi cento giorni di Vestager alla guida della direzione generale per la concorrenza, mi spiega che la commissaria ha voluto un tavolo delle riunioni particolarmente stretto: vuole essere vicina ai suoi ospiti quando le sono seduti di fronte. Invece di inviare un collaboratore ad accompagnare i visitatori dalla sala d’aspetto al suo ufficio, Vestager li accoglie di persona, come ha fatto con me. “È più scaltra di quanto sembri”, dice Thomsen.

Una volta seduti, chiedo a Vestager qual è l’obiettivo principale della direzione generale per la concorrenza. “Stiamo assistendo a un aumento della concentrazione in quasi tutti i settori. I consumatori si sentono sempre più piccoli, perché le aziende con cui hanno a che fare sono sempre più grandi”, osserva. “Poi c’è la digitalizzazione, che ci dà la sensazione di perdere il controllo dei nostri dati personali, di non sapere più chi sono i nostri interlocutori e cosa succede dopo che una transazione è stata conclusa. Credo che il rispetto delle normative antitrust e sulla concorrenza possa contribuire a rassicurare i consumatori”.

La direzione generale per la concorrenza si occupa, tra le altre cose, di spezzare i cartelli – come quello dei produttori di ricambi auto, che si erano accordati per massimizzare i profitti e nel 2008 hanno ricevuto una multa di 1,3 miliardi di euro – e approvare o bloccare le fusioni. Ma da quando la commissaria è Vestager, le novecento persone dello staff sono impegnate soprattutto nel settore tecnologico.

Le grandi aziende tecnologiche sono da sempre nel mirino degli organismi di controllo per la loro tendenza a dominare i settori in cui operano. Nel 2004 l’Unione europea multò la Microsoft per 497 milioni di euro per comportamento contrario alla concorrenza e nel 2009 impose alla Intel una sanzione di 1,06 miliardi di euro, la più alta mai erogata fino a quel momento. All’epoca, tuttavia, le aziende che oggi chiamiamo big tech erano solo medium tech. Secondo la società di consulenza PwC, infatti, nel marzo del 2009 le cinque multinazionali più grandi del mondo erano ExxonMobil, PetroChina, Walmart, Industrial and commercial bank of China e China Mobil. Oggi sono Apple, Alphabet (l’azienda che controlla Google), Microsoft, Amazon e Facebook. Ma non sono solo le dimensioni dei giganti della tecnologia a preoccupare i regolatori. “Stanno plasmando la nostra società”, dice Vestager, “e anche per questo è fondamentale vigilare sul settore digitale”.

Davanti agli uffici di Amazon a Seattle, il 29 gennaio 2018. (Lindsey Wasson, Reuters/Contrasto)

Vestager è stata testimone di un caso di rigetto della tecnologia proprio nella sua famiglia. La sua figlia più grande sta seguendo una specie di “percorso di disintossicazione digitale”. “Sostiene che la tecnologia inibisce la sua capacità di concentrazione. E dice che quando si è in compagnia di altre persone bisognerebbe stare con loro e non al telefono. È un’idea che mi piace molto”, racconta la commissaria. Lei si definisce comunque una “tecno-ottimista”: ha 230mila follower su Twitter e possiede due smartphone. Ma è anche un’“utente curiosa”: le piace sperimentare diversi servizi, come il motore di ricerca DuckDuckGo, che non tiene traccia delle richieste degli utenti. “Prima tutti parlavano dei cookies. Adesso sono passati di moda e non si parla d’altro che di tracking, di come gestirlo, di cosa comporta. È un tema molto interessante”, aggiunge.

Tra tutte le aziende tecnologiche, la più efficace a raccogliere dati sugli utenti è sicuramente Google, che in molti paesi dell’Unione europea ha una quota delle ricerche sul web superiore al 90 per cento e che, per le sue pratiche anticoncorrenziali, è finita più volte nel mirino della commissione. Il caso più eclatante riguarda il modo in cui Google presenta i risultati delle ricerche sull’acquisto di prodotti, che secondo i rivali in Europa e negli Stati Uniti discrimina la concorrenza in modo scorretto. Quando si cerca un prodotto su Google, il “confronta prezzi” di proprietà del motore di ricerca compare in cima alla pagina, prima ancora dei risultati della ricerca, mentre i servizi dei concorrenti sono relegati molto più sotto.

Equità è una parola che Vestager usa spesso quando si parla di tasse

La commissione ha stabilito che Google ha effettivamente abusato della sua posizione dominante e ha cercato invano di invitare l’azienda a patteggiare. Quando Vestager ha preso in mano il caso, nel 2014, ha chiesto un ulteriore approfondimento delle indagini prima di multare l’azienda per 2,4 miliardi di euro. Google ha fatto ricorso contro il provvedimento. “Naturalmente sarebbe stato meglio se il caso si fosse risolto velocemente, perché così tutti avrebbero potuto voltare pagina”, dice Vestager. “Purtroppo non è stato possibile, quindi abbiamo dovuto trovare un’altra strada”.

La scorsa estate gli studiosi Bala Iyer, Mohan Subramaniam e U. Srinivasa Rangan hanno scritto sulla Harvard Business Review che è necessario adeguare la normativa sulla concorrenza all’era digitale. I monopoli di domani non saranno giudicati solo in termini di quanto vendono, sostiene l’articolo, ma anche di quanto sanno sui consumatori e di quanto sono in grado di prevederne il comportamento meglio dei concorrenti. Vestager è d’accordo. “È come dire che i dati diventano una risorsa. La ricerca sul web non è mai gratis, paghiamo sempre qualcosa, e quello che paghiamo diventa una risorsa. La direzione generale per la concorrenza controlla questi temi molto da vicino. Ancora non abbiamo avuto un caso che riguardasse la raccolta di grandi quantità di dati, ma teniamo gli occhi bene aperti”.

Il giusto contributo
Fairness, equità, è una parola che Vestager usa spesso, soprattutto quando si parla di tasse. Secondo il diritto dell’Unione europea, un governo può abbassare quanto vuole l’aliquota dell’imposta sul reddito d’impresa, a condizione che sia uguale per tutte le aziende. Se però si approva un regime fiscale che avvantaggia solo alcune aziende – di solito le multinazionali che il governo sta corteggiando – si viola la normativa sugli aiuti di stato.

I casi più eclatanti in questo senso hanno riguardato due aziende tecnologiche: Apple e Amazon. Anche altre multinazionali, tuttavia, sono state colte in flagrante. Nel 2015, per esempio, Vestager ha stabilito che i Paesi Bassi e il Lussemburgo avevano favorito Starbucks e la Fiat in modo illecito e ha imposto alle due aziende di versare tra i 20 e i 30 milioni di euro di tasse arretrate. Pochi mesi dopo la commissaria ha chiesto al Belgio di recuperare 700 milioni di euro da 35 multinazionali. Anche colossi come McDonald’s, Ikea e l’azienda energetica francese Engie sono finiti sotto inchiesta per motivi fiscali.

Le indagini non hanno risparmiato neanche il Regno Unito. Lo scorso autunno, Vestager ha annunciato l’apertura di un’inchiesta su uno schema fiscale di group financing exemption, approvato da Londra, che esenta alcune transazioni gestite da multinazionali dal rispetto delle norme britanniche in materia di elusione fiscale.

“Si dice sempre che le piccole e medie imprese sono la spina dorsale dell’economia europea. In realtà sono anche la spina dorsale del bilancio pubblico, perché sono loro a pagare le tasse”, osserva Vestager. “Ma non è giusto che qualcuno contribuisca e qualcun altro no, perché tutti traggono beneficio da quello su cui si fonda una società che funziona, cioè le strade, l’infrastruttura digitale, il sistema sanitario, la scuola. Queste cose non sono gratis”.

Verso la fine dell’intervista chiedo a Vestager dove tiene il “dito del vaffanculo”. “Dietro di lei”, mi risponde, indicando il tavolino da caffè. “È lì, così le persone non sono costrette a vederlo. A molti non piace, non sanno dove guardare. Ma non lo conservo per loro, è per me. Serve a ricordarmi che ci sarà sempre qualcuno che non è d’accordo con me, che ha tutto il diritto a non esserlo e che magari ha ragione”. Le grandi aziende tecnologiche che la commissaria ha sanzionato sono convinte che avranno la meglio in appello, e a Bruxelles alcuni esperti legali sono d’accordo. “Sugli aiuti di stato la commissaria ha fatto una forzatura ed è probabile che perderà”, mi ha confidato un avvocato.

Progetti futuri
Charles Grant, direttore del Centre for european reform di Londra, è un sostenitore del giro di vite dell’Unione sul fisco e condivide il modo in cui Vestager sta tenendo testa alle aziende tecnologiche. “D’altro canto è anche vero che la Germania considera la commissione uno strumento per tutelare le aziende digitali nazionali. Quindi non è chiaro fino a che punto si tratta di una questione di principio e quanto conta la difesa delle proprie industrie”.

Anche Andrea Renda, responsabile delle politiche regolatorie del Centre for european policy studies a Bruxelles, è cauto sull’operato di Vestager. “I consumatori dicono ‘mi fido di lei, è una tosta’, e la sua immagine è generalmente positiva. Il mio giudizio è più sfumato, perché trovo che manchi di trasparenza. Dovrebbe spiegare meglio le sue azioni dal punto di vista della normativa sulla concorrenza”. A prescindere dal merito dei singoli casi, Vestager si è comunque guadagnata la stima e il rispetto degli addetti ai lavori per aver promosso il dibattito sulla necessità di regolamentare le aziende tecnologiche nel ventunesimo secolo. “Il digitale è ogni giorno più presente sui mercati e nelle nostre vite”, sostiene Georgios Petropoulos, del centro di studi economici Bruegel, a Bruxelles. “Dobbiamo mettere dei paletti”.

Il mandato di Vestager alla direzione generale per la concorrenza scade tra poco meno di due anni. Una delle principali inchieste in corso riguarda la Gazprom, il colosso energetico russo che fornisce circa un terzo del fabbisogno di gas dell’Unione europea (il cliente principale è la Germania) ed è accusato di praticare prezzi troppo alti e ostacolare i clienti nella vendita di gas tra un paese e l’altro. Un altro importante fascicolo riguarda ancora una volta Google. I funzionari europei stanno cercando di scoprire se il sistema operativo per i dispositivi mobili Android ha dei monopoli incorporati e se il programma AdSense impedisce in modo scorretto ai concorrenti di fare pubblicità su siti web di terzi.

Molti s’interrogano su quale sarà la prossima mossa di Vestager. Anche se probabilmente sarà confermata per un secondo mandato, è chiaro che i suoi interessi – e a quanto pare, anche le sue ambizioni – vanno oltre la concorrenza. Il tema della Brexit, per esempio, la appassiona molto: “Nessuno di noi dava per scontata la vittoria di chi voleva restare nell’Unione, ma il successo della Brexit è stato terribile. Avevamo fatto del nostro meglio per venire incontro alle esigenze dei britannici nel contesto della democrazia europea. Non è stata una doccia fredda, è stata una vera valanga. Poi però vale sempre il consiglio della mamma: dormici sopra e domani vedrai le cose in modo diverso. Ci sono ancora 27 paesi nell’Unione, abbiamo un sacco di cose in ballo e i cittadini si aspettano dei risultati: sull’immigrazione, sulla tutela dei rifugiati, sui cambiamenti climatici, sull’occupazione. Dobbiamo andare avanti”.

Di recente si è parlato della possibilità che Vestager prenda il posto di Christine Lagarde alla guida del Fondo monetario internazionale. E l’ipotesi che l’anno prossimo possa subentrare a Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione europea ha entusiasmato molti.

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Secondo il sito Politico, a novembre il presidente francese Emmanuel Macron avrebbe detto ad alcuni funzionari europei che Vestager è la sua prima scelta per la presidenza della commissione. L’ammirazione, del resto, è reciproca. Quando chiedo a Vestager cosa pensi del presidente francese, mi risponde così: “Chiunque lo abbia incontrato dice che è un personaggio straordinario. Non solo per la sua cultura, ma anche per come interagisce con la gente”.

Forse la presidenza della commissione è destinata a rimanere una chimera. La Danimarca non è nell’eurozona, e a Bruxelles Vestager fa parte dei Liberali, il quarto gruppo per dimensioni al parlamento europeo. Inoltre, la scelta di indagare sulle agevolazioni fiscali concesse alle multinazionali potrebbe aver creato dei malumori in qualche paese. “Sinceramente credo che sarebbe bravissima”, dice Alec Burnside, socio dello studio legale Dechert. “Per affrontare gente e casi del genere, per resistere alle pressioni del settore tecnologico e del governo statunitense ci vogliono le palle, se mi consentite l’espressione”.

Margrethe Vestager non ha mai detto di ambire alla presidenza, ma non lo ha neanche negato. Sul palco del Palais des Beaux-Arts il suo intervistatore le fa notare che secondo quanto scrive un quotidiano locale sarà lei la prossima presidente della Commissione europea. Vestager sorride. “Ho imparato che la politica europea è molto simile a quella danese”, dice. “Girano sempre un sacco di voci”.

(Traduzione di Fabrizio Saulini)

Questo articolo è uscito il 2 febbraio 2018 nel numero 1241 di Internazionale. L’originale era uscito sul settimanale britannico New Statesman, con il titolo Margrethe Vestager: the Eu commissioner who’s taming the tech giants.

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