Lech Wałęsa nel suo ufficio a Danzica, Polonia, il 4 gennaio 2016. (Piotr Wittman, Afp)

La destra polacca s’inventa di aver fatto cadere il comunismo

Lech Wałęsa nel suo ufficio a Danzica, Polonia, il 4 gennaio 2016. (Piotr Wittman, Afp)
24 febbraio 2016 09:49

È uno degli eventi che hanno segnato il crollo del comunismo in Polonia. Nel dicembre del 1970, dopo un aumento dei prezzi alimentari, sulla costa baltica arrivarono gli scioperi e la rivolta, violentemente repressa. Centinaia di operai rimasero uccisi o feriti e la polizia politica (Sb), inviata nella regione per individuare i capi della rivolta, procedette ad arresti di massa.

Ci furono pestaggi, ricatti e minacce di licenziamenti per ristabilire l’ordine. Uno degli arrestati, come tanti altri, finì per firmare un documento in cui si impegnava a comportarsi da buon cittadino sostenendo la polizia politica.

Quest’uomo, un giovane elettrotecnico, si chiamava Lech Wałęsa, oggi conosciuto in tutto il mondo per aver guidato gli scioperi del 1980 a Danzica che avrebbero sancito la nascita di Solidarność, primo sindacato indipendente del blocco sovietico che ha sancito la fine del comunismo.

L’episodio del documento firmato nel 1970 non è sconosciuto. Sapevamo che il giovane Wałęsa aveva fatto un passo indietro, al punto che il film di Andrzej Wajda dedicato alla vita dell’eroe polacco ricorda questo momento. Eppure la destra nazionalista, arrivata al potere lo scorso autunno, se n’è impadronita e il 22 febbraio ha pubblicato alcuni documenti dell’Sb, venduti dalla vedova di Czesław Kiszczak, uomo del controspionaggio e ministro dell’interno del generale Jaruzelski.

Una manipolazione degna di Stalin

In questi documenti non c’è niente di nuovo, tranne un rapporto dell’8 giugno 1976 in cui si segnala che “Bolek”, Lech Wałęsa, rifiuta di avere qualsiasi rapporto con i servizi di sicurezza e che la sua “arroganza” è tale che non vale la pena insistere.

Ma perché la destra ha ripescato questa vicenda? La risposta è che questa destra nazionalista non ha mai ammesso due fatti. Il primo è che la storia della caduta del comunismo in Polonia non è stata scritta dai suoi uomini ma dalla chiesa, dagli scioperi operai e da intellettuali provenienti dal comunismo, dal cattolicesimo sociale, dall’ex partito socialista e dalle manifestazioni studentesche del 1968.

Per i nazionalisti, questi intellettuali, gli operai e i comunisti sono un tutto indistinto. La seconda cosa ignorata dalla destra è che l’organizzazione delle elezioni libere nel 1989, quelle dell’avvento della democrazia, è stata negoziata tra il regime e l’opposizione, guidata da Wałęsa.

Ricordato come “la tavola rotonda”, questo processo aveva ispirato le “rivoluzioni di velluto” in tutta l’Europa centrale, ma per i nazionalisti quei negoziati sono solo la prova di un complotto. Ai loro occhi i comunisti hanno organizzato la trattativa per conservare il potere strumentalizzando la figura di Lech Wałęsa. Insomma, i nazionalisti vogliono presentarsi come gli unici polacchi meritevoli e accusare tutti gli altri di essere traditori. Una riscrittura della storia degna di Stalin.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

Migranti italiani
Pier Andrea Canei
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.