Le forze del regime siriano su una strada in direzione di Palmira, il 24 marzo 2016. (Sana/Reuters/Contrasto)

I jihadisti sono in crisi in Medio Oriente

Le forze del regime siriano su una strada in direzione di Palmira, il 24 marzo 2016. (Sana/Reuters/Contrasto)
25 marzo 2016 10:04

In questo momento non arrivano solo brutte notizie. Il gruppo Stato islamico, l’organizzazione che ha pianificato gli attentati di Parigi e Bruxelles, è sotto attacco in due delle sue roccaforti, Mosul in Iraq e Palmira in Siria.

A Mosul, la seconda città dell’Iraq, sotto il controllo dei jihadisti dall’estate del 2014, l’operazione di riconquista è solo all’inizio, ma è comunque avviata. Appoggiato sul campo da una coalizione di milizie sciite e sostenuto dai bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti, l’esercito iracheno ha già ripreso il controllo di alcune località e avanza verso la città.

Riprendere Mosul non sarà facile: i jihadisti dello Stato islamico (Is) si sono mescolati alla popolazione e la usano come scudo. Invece di bombardare a tappeto prima di sferrare l’offensiva finale, bisognerebbe quindi interrompere i canali di approvvigionamento dell’Is per demoralizzare i suoi uomini.

Ma non sarà possibile mettere in atto questa strategia da un giorno all’altro. Potrebbe volerci del tempo. Tuttavia sono mesi che la coalizione si sta impegnando a isolare Mosul e altre città controllate dall’Is, che nel frattempo rischia di perdere anche Palmira, l’antica città dove i terroristi hanno distrutto molti tesori architettonici.

Due buone notizie

A Palmira le truppe del regime siriano conducono un’offensiva con l’appoggio degli hezbollah libanesi e dell’esercito russo. Nella città siriana l’Is è in difficoltà perché le truppe di Damasco hanno attaccato il centro abitato da due fronti e lo tengono ormai stretto in una morsa, nonostante le mine piazzate dai jihadisti per frenare l’avanzata degli avversari.

L’Is deve quindi affrontare due attacchi simultanei, sostenuti in Siria dall’esercito russo e in Iraq dalla coalizione formata, tra gli altri, da Stati Uniti e Francia.

La situazione in Siria si è sbloccata dopo la ritirata parziale delle truppe russe

L’altra buona notizia è che la speranza di un compromesso tra il governo siriano e i ribelli non sembra del tutto tramontata. I negoziati avviati a Ginevra sono stati sospesi giovedì per due settimane, ma l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura è riuscito ad avviare un dialogo incoraggiante, la tregua decretata il 27 febbraio regge, e Stati Uniti e Russia stanno facendo pressioni sulle parti per raggiungere un accordo.

Dopo l’incontro di ieri a Mosca tra Vladimir Putin e il capo della diplomazia statunitense John Kerry, Washington e Mosca hanno deciso di comune accordo di invitare il regime e l’opposizione a un dialogo diretto e a elaborare una nuova costituzione entro la fine di agosto.

La situazione si è sbloccata perché i russi si sono finalmente convinti che non esiste una soluzione militare al conflitto e perché la loro ritirata parziale dalla Siria non lascia altra scelta a Bashar al Assad se non quella di cercare un compromesso. Non è ancora fatta, ma il gruppo Stato islamico comincia a sentirsi alle strette.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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