Due soldati dell’esercito leale al presidente siriano Bashar al Assad pattugliano una strada di Palmira, dopo averla riconquistata dai jihadisti dello Stato islamico, il 27 marzo 2016. (Reuters/Contrasto)

Cosa insegna la liberazione di Palmira sulla guerra in Siria

Due soldati dell’esercito leale al presidente siriano Bashar al Assad pattugliano una strada di Palmira, dopo averla riconquistata dai jihadisti dello Stato islamico, il 27 marzo 2016. (Reuters/Contrasto)
29 marzo 2016 09:45

Ci sono i fatti e l’analisi dei fatti. I fatti dicono che Palmira è stata liberata dall’esercito di Damasco, ma soltanto chi non conosce l’evoluzione della crisi siriana potrebbe concludere che il presidente Bashar al Assad uscirà vincitore da questi cinque anni di guerra.

Innanzitutto la sconfitta del gruppo Stato islamico (Is) a Palmira non sarebbe stata possibile senza l’appoggio garantito dai commando e dall’aviazione russa all’esercito di Assad. Le truppe del regime erano allo sbando quando Mosca ha deciso di intervenire in Siria, sei mesi fa. Damasco e Lattakia, roccaforte della famiglia Assad, erano sul punto di cadere. I bombardamenti russi hanno salvato il regime dalla disfatta, ma non hanno certo trasformato il suo esercito in una forza militarmente credibile.

In secondo luogo Assad ha potuto riunire un numero sufficiente di uomini per entrare a Palmira e cacciare l’Is con l’appoggio dei russi solo perché da un mese è stato negoziato un cessate il fuoco tra il regime e l’opposizione armata. Questa tregua ha permesso al regime di spostare dei soldati dalle linee del fronte con l’opposizione per lanciare un’offensiva che altrimenti non avrebbe mai potuto mettere in atto, a prescindere dall’appoggio dei russi.

L’idea è di costituire un governo di transizione in Siria, con uomini del regime e dell’opposizione, che abbia pieni poteri

La debolezza dell’esercito siriano è talmente concreta che è stato proprio questo elemento a convincere Vladimir Putin, alcuni mesi fa, che non esiste una soluzione militare in Siria, che non serve provare a restituire ad Assad la pienezza dei suoi poteri e che invece è meglio incitarlo, insieme agli Stati Uniti, a negoziare un vero compromesso con l’opposizione.

Per quanto lontano, questo compromesso non è più impossibile, perché i russi esercitano una forte pressione sul regime, gli americani fanno lo stesso con l’opposizione, le due forze interne sono allo stremo, le trattative di Ginevra prendono lentamente forma ed emergono le grandi linee di una soluzione accettabile per tutti.

L’idea è quella di costituire un governo di transizione con uomini del regime e dell’opposizione che abbia pieni poteri (compresi quelli militari, attualmente appannaggio di Assad) trasformando la Siria in uno stato federale in cui ciascuna comunità godrebbe di grande autonomia all’interno del suo territorio.

Il successo della trattativa non è garantito, ma resta il fatto che la sconfitta inflitta all’Is è una sorta di premonizione dei risultati che il compromesso permetterebbe di raggiungere, anche perché l’opposizione non ha approfittato dell’offensiva del regime a Palmira per cercare di migliorare la propria situazione militare. Non muovendosi, l’opposizione ha sostanzialmente spalleggiato l’offensiva contro il gruppo Stato islamico, che prima di tutto rappresenta una vittoria politica della Russia, una Russia che si riavvicina sempre più agli Stati Uniti, da pari a pari.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.
pubblicità

Articolo successivo

La trappola del tempo
Claudio Rossi Marcelli
Sostieni il giornalismo indipendente
Se ti piace il sito di Internazionale, aiutaci a tenerlo libero e accessibile a tutti con un contributo, anche piccolo.