Donald Trump tra i suoi sostenitori dopo la vittoria a New York, il 9 novembre 2016.

Le sorprese nel primo discorso di Donald Trump

Donald Trump tra i suoi sostenitori dopo la vittoria a New York, il 9 novembre 2016.
10 novembre 2016 09:42

Non ci sono stati solo i complimenti di rito per la sua meravigliosa e sfortunata avversaria, la sua meravigliosa famiglia, i suoi meravigliosi elettori, il suo meraviglioso vicepresidente e la sua meravigliosa persona.

Nel discorso della vittoria del 9 novembre, Donald Trump ha parlato anche di politica, senza odio e concretamente. Niente sparate sull’espulsione di 11 milioni di clandestini, sul muro alla frontiera messicana o sul divieto di mettere piede sul suolo americano per i musulmani. Provvisoriamente o meno, tutto questo è stato dimenticato. Il presidente eletto si è concentrato sulla promessa di grandi lavori per modernizzare le infrastrutture del paese.

Sembrava quasi Bernie Sanders, il socialista che aveva suscitato un grande entusiasmo durante le primarie democratica, o Hillary Clinton, che aveva inserito questo progetto nel suo programma. Trump ha voltato le spalle a tre decenni di demonizzazione della spesa pubblica, ripudiando Alan Smith per tornare a Keynes. Era difficile aspettarsi un discorso di questo tipo da un imprenditore privato, miliardario e per nulla amico dello stato e della redistribuzione delle ricchezze attraverso le imposte. Saranno solo parole?

Staremo a vedere, ma potrebbe anche non essere così, perché oltre al fatto che le infrastrutture americane hanno davvero bisogno di un ringiovanimento, Donald Trump avrebbe tutto da guadagnare da questa politica. In questo modo potrebbe restituire un salario a uomini che hanno votato per lui, non hanno una vera formazione e sono ormai talmente estromessi dai circuiti dell’impiego da non essere più considerati disoccupati.

Per lanciare una politica di grandi opere, Trump dovrebbe superare l’opposizione della maggioranza e aumentare l’indebitamento del paese

Percorrendo questa strada Trump non solo manterrebbe la parola data agli elettori, che se ne ricorderebbero tra quattro anni, ma riempirebbe il registro degli ordini di molte aziende, tra cui la sua, e metterebbe in circolo un capitale che farebbe bene a tutti.

Il problema è che Trump non ha i mezzi per portare avanti questa politica. Non li ha perché si è impegnato a ridurre nettamente le tasse, perché il deficit americano è già considerevole e perché i deputati repubblicani del congresso sono affezionati al ritorno all’equilibrio e profondamente ostili al concetto di spesa pubblica. Per lanciare una politica di grandi opere, Trump dovrebbe superare l’opposizione della sua maggioranza e aumentare l’indebitamento degli Stati Uniti. È difficile, ma bisogna tenere conto di alcuni aspetti contingenti.

Prima di tutto Trump è stato eletto trionfalmente e ha salvato la poltrona di molti deputati e senatori repubblicani. In altre parole il rapporto di forze politico gli è favorevole. Inoltre potrebbe convincere la sua maggioranza offrendo garanzie di prestiti al settore privato anziché un finanziamento pubblico, e soprattutto è arrivato alla Casa Bianca in un momento in cui le grandi istituzioni finanziarie internazionali chiedono a gran voce un rilancio della spesa pubblica, che considerano giustamente indispensabile. Non è detto che le cose vadano così, ma questo presidente potrebbe anche sorprenderci.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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