05 febbraio 2018 17:17

Vuole ciò che non può più avere, e nient’altro. Alla vigilia della sua visita in Italia e in Vaticano, il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan ha dichiarato al quotidiano La Stampa che l’unica soluzione che potrebbe soddisfarlo è l’adesione piena all’Unione europea, bocciando la proposta di “partenariato” che Emmanuel Macron gli ha presentato all’inizio del mese scorso.

Erdoğan si comporta come se le porte dell’Unione non gli fossero state chiaramente sbarrate dalla dichiarazione francese, per altro priva di qualsiasi ambiguità. Oggi l’Unione non intende aprire alla Turchia non solo perché non desidera accettare nuovi membri e perché gran parte dell’opinione pubblica è fortemente contraria all’ingresso di un paese musulmano, ma anche perché la repressione di massa attuata da Erdoğan dopo il tentativo fallito di colpo di stato del luglio 2016 e l’offensiva militare contro i curdi di Siria cancellano qualsiasi prospettiva di adesione, dato che il presidente turco sta trasformando il suo regime in una dittatura e ha deciso di attaccare un alleato degli occidentali nella lotta contro il jihadismo.

Erdoğan è chiaramente consapevole di tutto questo, ma fa come se niente fosse perché non vuole accettare l’ennesimo fallimento della sua politica estera in un momento in cui il calo della sua popolarità potrebbe costringerlo ad anticipare a luglio le elezioni presidenziali in programma per l’autunno del 2019.

Due constatazioni
È alla luce della politica interna turca che bisogna interpretare l’intervista concessa alla Stampa. Ma come potrebbe evolversi il rapporto tra l’Unione e la Turchia a lungo e medio termine?

L’unica certezza è che il presidente turco non è eterno. Inevitabilmente ci sarà un post-Erdoğan, il che ci porta a due constatazioni. La prima è che buona parte dei turchi, soprattutto ma non esclusivamente appartenenti al ceto urbano, si sente europea e vuole entrare nell’Unione. La seconda è che per gli europei la Turchia rappresenta un immenso mercato nonché una porta verso il Medio Oriente e l’Asia centrale.

La Turchia e l’Unione non potranno litigare per sempre. L’Unione è costretta a evitare lo scontro anche nell’immediato, perché in Turchia vivono due milioni e mezzo di profughi siriani che gli europei non vorrebbero mai veder sbarcare sulle loro coste. Che fare, dunque?

Il giorno in cui Erdoğan non sarà più alla guida del paese e in cui l’Europa a due velocità sarà una realtà, con un’Europa politica all’interno dell’Unione a 27, sarà possibile valutare un nuovo allargamento e rivalutare la questione turca. Non siamo lontani da questo scenario, ma è sempre meglio non anticipare i tempi.

(Traduzione di Andrea Sparacino)