Profughi rohingya dopo aver attraversato il confine tra Birmania e Bangladesh a Cox’s Bazar, il 2 novembre 2017.

Il caos del mondo deve spingere i giornalisti a tornare sul campo

Profughi rohingya dopo aver attraversato il confine tra Birmania e Bangladesh a Cox’s Bazar, il 2 novembre 2017.
06 luglio 2018 12:49

Con questo articolo Bernard Guetta conclude la sua rubrica quotidiana di analisi geopolitica, cominciata 27 anni fa su France Inter, e tradotta dal 2013 sul sito si Internazionale.

Con il senno di poi, la caduta del muro di Berlino non è stata poi una gran cosa. È stata quello che è stata, il segnale della fine della guerra fredda. L’Europa centrale ha ritrovato la sua libertà, mentre l’impero sovietico che era stato l’impero degli zar stava per scomparire, e con esso il comunismo.

Non è poco, certo, ma quel momento non ha minimamente messo in discussione gli elementi su cui era stata fondata la stabilità internazionale dopo la sconfitta del nazismo. Nessuno contestava il multilateralismo. Al contrario, avevamo la sensazione che sarebbe stato rafforzato dalla fine dell’antagonismo tra il mondo libero e il blocco sovietico. Da allora, l’Alleanza atlantica che riuniva le democrazie occidentali (europee e nordamericane) ha accolto nuovi paesi. L’Unione europea si è ampliata e consolidata attraverso la moneta unica. La democrazia si è diffusa sui cinque continenti. Qualcuno ha pensato che perfino la Cina sarebbe diventata democratica grazie al miglioramento del suo tenore di vita.

Un cambiamento più profondo
Dopo il 1989 il mondo sembrava più unito che mai, rafforzato da valori comuni o incontestati come l’universalità dei diritti umani, il libero scambio e l’obbligo di provare a risolvere tutti i conflitti, politici ed economici, attraverso il negoziato, di cui l’Organizzazione mondiale del commercio e le sue regole erano un esempio perfetto.

L’elezione di Donald Trump, la Brexit, l’ascesa del nazionalismo e la rinascita dell’estrema destra che ha conquistato il potere in diversi paesi dell’Unione, una roccaforte della democrazia, segnano un cambiamento epocale più profondo di quello che stava all’origine della caduta del muro.

Il presidente degli Stati Uniti, la più ricca e potente delle democrazie, non si fa scrupolo di strappare i bambini dalle braccia delle loro madri in nome della lotta contro l’immigrazione, d’imporre dazi doganali sull’acciaio e l’alluminio prodotti dai suoi alleati europei e di attaccare l’Alleanza atlantica accusandola di essere troppo costosa e sostanzialmente inutile.

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In un momento in cui la Cina manifesta una forza militare senza pari e in cui le nuove potenze economiche contestano e indeboliscono un dominio occidentale che risale al rinascimento, il presidente americano non esita a smantellare il fronte occidentale.

Per lui l’alleanza non ha alcuna importanza, perché la difesa dell’Europa non lo riguarda e non vuole avere le mani legate da qualsivoglia accordo (lo abbiamo visto nel caso del nucleare iraniano). Solo due elementi contano, agli occhi di Trump: l’interesse immediato degli Stati Uniti e il rapporto di forza con la Cina.

Il segretario generale delle Nazioni Unite può insistere quanto gli pare sul dramma dei migranti in fuga. Gli stati se ne fregano

Nel frattempo, la lista di potenze, grandi e piccole, che non vogliono più seguire regole condivise continua ad allungarsi: Cina, Russia, Turchia, Arabia Saudita, Iran, Israele, Ungheria, il Regno Unito due anni fa e per ultima l’Italia.

Il segretario generale delle Nazioni Unite può insistere quanto gli pare sulla sorte dei rohingya, sul trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme o sul dramma dei migranti in fuga dalla guerra e dalla miseria verso le coste europee. Gli stati se ne fregano, come se ne fregano del loro debito pubblico.

Non c’è più la minima traccia di ipocrisia nei rapporti internazionali, nessun “omaggio che il vizio rende alla virtù”. Le parole agghiaccianti che, da Washington a Roma passando per Budapest, definiscono i migranti come germi o microbi nocivi sono ormai troppo banali per sconvolgere ancora.

Il cambiamento non è solo politico. È in corso anche una rottura culturale con settant’anni di dopoguerra in cui tutto ciò che poteva ricordare il fascismo e il razzismo era un tabù. In sostanza stiamo scoprendo un mondo nuovo, che non può essere analizzato con i vecchi strumenti, men che meno a distanza.

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Per un giornalista, quest’epoca non appartiene più all’editoriale, ma all’inchiesta sul campo, all’osservazione clinica di un secolo in gestazione. Non siamo necessariamente davanti al ritorno degli anni trenta e non c’è nessun Hitler all’orizzonte, o Stalin, ma il caos che sta emergendo ricorda troppo l’anteguerra del 1914 per restare dietro un microfono.

Questi sono i motivi per cui interrompo, dopo 27 anni, la mia rubrica radiofonica Géopolitique (da cui era tratto l’articolo quotidiano per Internazionale), che ho amato profondamente, ma a cui oggi voglio provare a sostituire un giro del mondo attraverso l’inchiesta giornalistica e i libri.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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