13 aprile 2022 17:37

L’uccisione di Giulio Regeni, lo studente italiano morto in seguito a sevizie e torture mentre era detenuto dalle forze di polizia del Cairo nel 2016, rappresenta uno spartiacque per qualsiasi discorso sui diritti umani in Egitto.

La campagna #VeritàperGiulioRegeni rimarrà un esempio virtuoso di azione civile e di solidarietà transnazionale, condotta con intelligenza dai genitori di Regeni e da centinaia di volontari italiani che non hanno mai dimenticato nella loro lotta i carcerati e le vittime egiziane.

La loro solidarietà è stata ampiamente riconosciuta dalla società civile egiziana, che in diverse occasioni ha ribadito: “Giulio è stato ucciso come uno di noi”, un’espressione ripresa dal libro Minnena. L’Egitto, l’Europa e la ricerca dopo l’assassinio di Giulio Regeni, con un seguito pubblicato di recente da Mesogea, Minnena 2. Repressione, disinformazione e ricerca tra Egitto e Italia.

Guardando invece al processo per il suo omicidio in corso in Italia e ai rapporti di forza tra italiani ed europei e l’Egitto del generale Abdel Fattah al Sisi “il caso #GiulioRegeni potrebbe diventare un caso da manuale su come un regime autoritario possa garantire l’immunità dei propri agenti sfruttando le garanzie previste dalla procedura penale italiana”. È il commento del presidente di Amnesty international Italia, Riccardo Noury, dopo l’udienza dell’11 aprile, durante la quale anche il ministero della giustizia ha confermato che non c’è stata alcuna collaborazione da parte delle autorità egiziane.

Altre famiglie
Intanto al Cairo, un’altra famiglia – sempre di un ricercatore, sempre una persona molto pacifica – ha trovato dopo due mesi di angoscia e di ricerche il corpo martoriato di Ayman Hadhoud. “È stato ucciso un altro Giulio Regeni”, gridano gli egiziani sui social network, che hanno seguito molto la notizia.

Ayman Hadhoud era un ricercatore, consulente economico dell’American University del Cairo, collaborava con il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite per aiutare le piccole e medie imprese a combattere la corruzione. Aveva anche militato nel partito di Mohamed Anwar al Sadat che, in quanto esponente del Consiglio nazionale dei diritti umani, in passato era riuscito a liberare alcuni detenuti, spiega la pagina Facebook Al Mawqif Al Masry che segue le violazioni dei diritti umani in Egitto.

Mentre si diffondeva la notizia della morte di Hadhoud il più famoso dei dissidenti egiziani, Alaa Abdel Fattah (in carcere dal settembre 2019 e autore del libro Non siete stati ancora sconfitti, recentemente pubblicato in Italia grazie alla traduzione di attivisti e amici), era in sciopero della fame dall’inizio del Ramadan.

Abdel Fatah non è al suo primo sciopero della fame, ma questa volta è diverso, spiega la famiglia in un comunicato: “Da due anni e mezzo Alaa vive in una cella priva della luce del sole, senza libri, senza potersi muovere. Le sue visite sono state limitate a un familiare e per venti minuti al mese, attraverso un vetro. Da due anni e mezzo vive sotto torture quotidiane e il controllo totale di un agente penitenziario la cui unica funzione è punirlo”.

L’altra notizia importante è che Alaa Abdel Fattah è ora diventato cittadino britannico grazie alla madre, nata nel Regno Unito nel 1956. I familiari non avevano mai sfruttato questa possibilità ma stavolta si sono detti che non si poteva fare altrimenti. E così ora sarà Londra a dover gestire la situazione del suo concittadino in carcere: Abdel Fattah ha subito richiesto una visita del consolato britannico per verificare le sue condizioni di detenzione.

Alaa Abdel Fattah e Patrick Zaki, che a breve potrebbe diventare cittadino italiano, sono riusciti ad attirare l’attenzione internazionale. Sono personaggi chiave che accendono un faro su tutti quelli che non potranno mai ottenere una cittadinanza straniera per salvarsi.

Il passaporto europeo ha salvato anche il dissidente palestinese egiziano Ramy Shaath, recentemente liberato dopo 900 giorni di carcere, a cui però è stata revocata la cittadinanza egiziana. Céline Lebrun Shaath, la moglie francese, ha usato queste parole durissime su Twitter: “Essere egiziano o essere libero. Le autorità egiziane costringono i giovani a scegliere”.

Di fatto, in Egitto, se non ci fosse il sito d’informazione indipendente Mada Masr (oscurato per gli egiziani) o i social network, non ci sarebbe neanche un riferimento nella stampa egiziana all’uccisione di Ayman Hadhoud. Come se non fosse mai esistito.

E di nuovo, come per l’uccisione di Giulio Regeni, scrive il sito Egypt Watch che ha parlato con la famiglia di Hadhoud, il ministero dell’interno ha fornito assurde spiegazioni: all’inizio il ricercatore avrebbe rubato una macchina, poi la versione è stata cambiata e lui è stato accusato di essersi introdotto in una casa. “Tuttavia, la verità è che il ministero dell’interno – e il regime di Al Sisi – non cercano di proporre una narrazione plausibile, vogliono soprattutto che, sia da lontano sia da vicino, tutti sappiano che loro dirigono un dispositivo repressivo e omicida che non teme nessuno. Non si preoccupano nemmeno di preparare una narrativa coerente per convincere l’opinione pubblica”.

È stato ucciso un nuovo Giulio Regeni in Egitto, mentre in Italia non si riesce ancora a fare verità. Ma gli egiziani che sognano un futuro migliore non sono ancora stati sconfitti.

Da sapere
Scomparsi
  • L’11 aprile 2022 il processo contro i quattro esponenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati di aver sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni è stato di nuovo sospeso e la prossima udienza è stata fissata al 10 ottobre. La motivazione è la stessa che aveva portato alla sospensione del processo già lo scorso ottobre: non è possibile notificare gli atti agli imputati perché non si conoscono i loro indirizzi.
  • Ayman Hadhoud, 48 anni, era scomparso il 5 febbraio e poco dopo i familiari erano stati informati che era trattenuto in un commissariato da agenti della sicurezza di stato. Il 9 aprile gli è stato chiesto di andare a recuperare il suo corpo in un ospedale psichiatrico del Cairo.

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