08 settembre 2021 09:56

Un dossier di 101 pagine documenta le esecuzioni extragiudiziali in Egitto tra il 2015 e il 2020, compiute nella più totale opacità dal governo del maresciallo Abdel Fatah al Sisi. L’organizzazione Human rights watch, che ha condotto questa ricerca minuziosa, accusa il governo egiziano di portare a pretesto uno scontro con fantomatici “terroristi” per giustificare quella che spesso non è altro che l’eliminazione di oppositori politici.

Durante i cinque anni esaminati dal rapporto, 755 persone hanno trovato ufficialmente la morte nel corso di scontri a fuoco, ma le autorità hanno reso pubblici solo 141 nomi. Human rights watch ha analizzato nove episodi in cui sono morte 75 persone. In numerosi casi, all’epoca dei fatti le vittime erano detenute.

“Tutto lascia pensare che si sia trattato di esecuzioni extragiudiziali eseguite in modo sistematico”, scrive l’organizzazione per la difesa dei diritti umani.

Le derive dell’antiterrorismo
Il rapporto si aggiunge alla lunga lista di inchieste e testimonianze che dipingono l’Egitto del maresciallo come uno dei paesi dove i diritti umani sono violati su larga scala. Il documento viene pubblicato in un momento particolare, ovvero all’indomani della sconfitta occidentale a Kabul, e pone il problema delle derive della lotta contro il terrorismo.

Dopo l’11 settembre, di cui si parla spesso in occasione del ventesimo anniversario, la lotta antiterrorismo ha spinto numerosi governi, occidentali e non, a chiudere gli occhi sulle derive autoritarie. Gli Stati Uniti hanno appaltato parte della lotta al terrorismo a stati i cui metodi erano conosciuti ma sono stati accettati tacitamente.

In nome della lotta antiterrorismo gli Stati Uniti, la Francia o l’Italia sostengono politicamente e riforniscono di armi il leader egiziano

È il caso dell’Egitto, guidato dal 2013 con pugno di ferro da Al Sisi. Il paese affronta reali minacce terroristiche, particolarmente nel Sinai, ma l’autoritarismo del governo si è esteso a ogni contestazione, comprese quelle delle società civile più democratica e dei mezzi d’informazione.

In nome della lotta antiterrorismo gli Stati Uniti, la Francia o l’Italia sostengono politicamente e riforniscono di armi il leader egiziano, tacendo davanti ai suoi delitti. È emblematico il caso dello studente italiano Giulio Regeni, rapito e torturato a morte dai servizi segreti egiziani nel 2016.

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La disfatta afgana dei paesi occidentali dovrebbe spingerci a interrogarci sulla strategia seguita negli ultimi due decenni nella lotta antiterrorismo, con risultati discutibili.

La logica dominante secondo cui il fine giustificherebbe i mezzi finisce per togliere credibilità al discorso della difesa dei “valori”, ormai privi di senso. La dinamica della guerra fredda – splendidamente riassunta dalla frase di Henry Truman a proposito del dittatore Somoza, “è un bastardo, ma è il nostro bastardo” – non funziona più . A Kabul questa logica si è ritorta contro gli Stati Uniti e contro gli afgani e le afgane che avevano riposto la loro fiducia in Washington.

La lotta contro il terrorismo non è finita, e l’attualità di questi giorni ce lo ricorda tristemente. Ma se questa lotta deve servire da alibi per l’imposizione di dittature sotto un altro nome, allora perde buona parte delle sue legittimità ed efficacia.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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