La fine degli equivoci è un momento positivo: malgrado questo Sanremo abbia il sapore di una restaurazione, ha il merito di restituire un po’ di ordine nelle idee su cosa sia una buona canzone, cosa significa sperimentare e cosa invece venga concepito con l’unico scopo di ottenere consenso presso i consumatori davanti al televisore.

Questo per dire che è di nuovo il festival dell’“a ognuno il suo” e ha smesso di essere uno show paraculo e ironico neanche fosse prodotto dall’A24: se Sal Da Vinci punta all’industria dei matrimoni con il suo brano neomelodico ai limiti del camp, è giusto che a concorrere con lui non ci siano talenti di rottura come Madame e Mamhood ma Arisa, con un pezzo in quota Nilla Pizzi che firma una colonna sonora Disney, o Serena Brancale e Levante, quasi preoccupate di avere troppi tatuaggi per stare bene nella parte delle virtuose del canto.

La cosa più interessante da dire di questo festival è che pure la moda si è rimessa in carreggiata e gli stilisti si sono ripassati un po’ di look istituzionali da notte degli Oscar: lustrini moderati, punti luce, forme pulite. Il risultato è una gran soirée con l’alcol centellinato, il buffet in cui si muore di fame, gli inchini di dovere ai personaggi istituzionali pluricentenari.

Sanremo era questo e torna a essere questo, dandoci la possibilità di togliere i tacchi e le perle per correre al primo chiosco che vende birre alle 4 di notte nella speranza d’intercettare che succede là fuori, dove una nuova generazione di musicisti sta facendo il suo senza pensarci proprio a quel palco.

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