Sui mezzi d’informazione ogni grande avvenimento è scandito dallo stesso rituale: arriva sempre un momento in cui i giornalisti annunciano che sono in corso trattative per la vendita dei diritti cinematografici. Sta succedendo anche con la storia dei minatori cileni, ma sembra improbabile che tra un annetto gli appassionati di cinema staranno seduti al buio per vedere sullo schermo 33 uomini, al buio anche loro, che aspettano di essere salvati.

I film sui fatti di attualità alla fine non si fanno quasi mai, e la ragione, credo, è nella differenza tra un buon servizio giornalistico e un’avvincente storia romanzata. Come adattereste allo schermo la storia cilena? C’è il crollo che li ha sepolti, ci sono i 19 giorni in cui non hanno avuto contatti con l’esterno, ci sono i loro rapporti personali, c’è la difficoltà tecnica di scavare un pozzo di 800 metri per la capsula-ascensore e l’euforia del successo.

Ma il problema è che il pubblico conosce già il finale. Ovviamente potete infilarci una storia secondaria (per esempio quella della moglie di uno dei minatori che ha scoperto di essere tradita dal marito quando lei e l’amante si sono presentate alla miniera con le foto dello stesso uomo), ma è difficile immaginare come si possano creare suspense e tensione. Ne verrebbe fuori una specie di documentario sulle miniere.

Fantasia al potere

A meno che, ovviamente, decidiate di non attenervi ai fatti. Allora potreste rendere certi minatori isterici, dipingerne altri come cinici a caccia di pubblicità, descrivere le condizioni sotto terra come molto peggiori facendo scarseggiare le riserve di ossigeno, acqua e cibo, e inventarvi un cattivo: un personaggio della compagnia mineraria, del governo o della squadra di soccorso che vuole sabotare le operazioni di salvataggio. Credete che stia esagerando? Allora vi racconto la storia dell’esploratore statunitense Floyd Collins e di come fu trattato da Hollywood.

Il 30 gennaio 1925 Collins scese nella grotta Sand in Kentucky. La lampada gli cadde, un masso si staccò e gli colpì la gamba, e lui rimase intrappolato in un cunicolo a 18 metri di profondità. Gli amici lo trovarono il giorno dopo, gli portarono un’altra lampada e del cibo, ma non riuscirono a raggiungerlo e a spostare il masso. Poco più tardi nella grotta scese anche William Burke Miller, un giornalista del Louisville Courier-Journal. Venne calato a testa in giù in un pozzo di 25 metri, strisciò per trenta metri in un passaggio pieno d’acqua, scivolò ancora giù per un dislivello di tre metri e raggiunse Collins. Scese poi altre sei volte e gli articoli che scrisse fecero notizia in tutto il mondo. Migliaia di curiosi presero d’assalto la grotta (ci fu un ingorgo di 12 chilometri perché 20mila persone cercavano di raggiungere il luogo dell’incidente) e le bancarelle di cibo e souvenir fecero affari d’oro. Ma il passaggio che portava da Collins crollò, fu necessario scavare un altro pozzo e quando i soccorsi lo raggiunsero, il 17 febbraio, l’esploratore era morto.

Venticinque anni dopo un regista e sceneggiatore di Hollywood, Billy Wilder, si ispirò alla vicenda di Collins per il suo film L’asso nella manica. Wilder prese la storia dell’uomo intrappolato in una grotta e la cambiò. Moltiplicò le bancarelle di cibo e souvenir trasformandole in un luna park per divertire i turisti. E inventò tre cattivi: il reporter di una piccola cittadina che vende articoli ai grandi giornali, uno sceriffo che vuol essere rieletto e usa il salvataggio per la sua campagna elettorale, e la moglie infedele dell’uomo intrappolato.

Tutti e tre hanno ottimi motivi per prolungare le operazioni di salvataggio (e lo fanno) e il reporter ha una relazione con la moglie della vittima. Più tardi l’uomo prigioniero nella grotta muore e il giornalista finisce pugnalato dalla donna. Il film ha lo stesso rapporto con la verità di Titanic (la nave non stava cercando di battere nessun record di velocità) o La grande fuga (nel campo di concentramento per ufficiali Stalag Luft III, in Germania, non c’erano prigionieri statunitensi) o di qualunque altro film basato su un fatto realmente accaduto.

Buoni e cattivi

Ci sono molte cose che non mi piacciono in operazioni come questa. Innanzitutto, dopo aver visto un film poche persone si preoccupano di scoprire come sono andati davvero i fatti e prendono per buona la sceneggiatura. Secondo, dopo aver visto per anni film simili, molta gente si aspetta che anche negli articoli dei giornali ci siano buoni e cattivi come quelli del cinema. Infine, i giornalisti sono spinti a soddisfare queste aspettative e prima o poi, soprattutto scrivendo delle conseguenze di certi avvenimenti, tenderanno a enfatizzare i sentimenti negativi – o cercheranno di suscitarli con le loro domande – e accentueranno ogni sospetto e malignità.

Quando si leggono gli articoli su una notizia importante, è bene stare attenti agli elementi che ci si aspetterebbe di vedere in un film su quella storia. Se ci sono, vuol dire che i giornalisti, per noia o per furbizia, si sono messi nei panni di uno sceneggiatore e ce l’hanno raccontata non come è successa in realtà, ma come credevano che sarebbe piaciuta alla gente.

*Traduzione di Giuseppina Cavallo.

Internazionale, numero 869, 22 ottobre 2010*

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