16 luglio 2021 14:27

Ha sorpreso ieri Les Olympiades, il nuovo film di Jacques Audiard presentato in Concorso. Per il bianco e nero scelto per la prima volta al posto del colore, per le tematiche, le modalità e il tono della narrazione. È quasi come se il cinema della nouvelle vague sulle relazioni amorose fosse riletto con il disincanto, la solitudine di oggi e soprattutto con l’attuale libertà sessuale, il sesso onnipresente ed esplicito.

Audiard questa volta invece del suo abituale sceneggiatore Thomas Bidegain si è avvalso di due cineaste per la scrittura, Léa Mysius (Ava, 2017) e Céline Sciamma, quest’ultima ormai distribuita in Italia (Tomboy del 2011, Diamante nero del 2014, Ritratto della giovane in fiamme del 2019), per adattare e trasporre dagli Stati Uniti alla Parigi del 13° arrondissement – il quartiere cinese – le novelle di disperazione esistenziale di uno degli autori di fumetti statunitensi più celebrati della nuova generazione, Adrian Tomine, nella fattispecie quelle di Morire in piedi (Rizzoli Lizard).


I personaggi di Audiard sono come sempre ambivalenti, anzi ne sono qui il manifesto. Le azioni che seguono alle parole sono quasi sempre di segno opposto. Un ragazzo nero, Camille, che comincia la vita lavorativa dopo gli studi trova alloggio nell’appartamento di una ragazza franco-cinese, Emilie. Fuori questione che ci vada di mezzo il sesso, è l’iniziale premessa, e tuttavia velocemente sarà vero l’opposto. E ancora, presa in mano un’agenzia immobiliare, Camille, nel tentativo di reclutare una persona competente, trova una bella ragazza bianca, francese “de souche” come si dice, la quale però lo avverte subito che rischia la denuncia se fa tentativi in un certo senso. Sarà velocemente vero l’opposto.

Il sesso è continuo e nel realizzare per la prima volta un film interetnico sulle nuove generazioni, Audiard crea come un assioma tra relazioni sociali, intime e sessuali, come se la loro indagine fosse un’unica cosa, indissolubile, perché la realtà è questa. Anche quando sono virtuali, anzi più che mai quando sono virtuali. Come quando Nora, anche se sempre più innamorata della dolcezza di Camille, fa al contempo amicizia, via via sempre più intensa, con Jehnny, una ragazza che vende sesso via chat, la quale non sopporta più gli orrendi messaggi che riceve da alcuni e che la turbano nel profondo. Nora con il suo ascolto aiuterà questa ragazza e viceversa. C’è molta ironia e umanità nel film, il caos amoroso ed esistenziale, compreso quello tra persone del medesimo sesso, è qui portatore di verità e consapevolezza malgrado tutto, ha qualcosa di tonico. Perché in questa generazione apparentemente disincantata alla fine quello che affiora è una forma d’incanto ritrovato.

Non convince pienamente, invece, il nuovo film di uno dei cineasti contemporanei più originali e imprevedibili, Wes Anderson, con il suo French dispatch. Avvalendosi di un cast stellare, anglofono da un lato francofono dall’altro, nel mettere in scena, anche qui, una coralità di personaggi e storie, ricavate da un immaginario magazine statunitense pubblicato in una città altrettanto immaginaria del ventesimo secolo – il cui nome, Ennui-sur-blasé, è tutto un programma – il cineasta texano impregnato d’Europa fa un evidente omaggio al New Yorker e un altrettanto evidente omaggio al fumetto.


Tante, ieri come oggi, sono le firme del fumetto internazionale che hanno collaborato all’illustre settimanale. Non è la prima volta che Anderson fa riferimenti ai fumetti, ma finora la modalità era più sottile e meno esplicita. Girando il film ad Angoulême, città che ospita il festival più importante del fumetto a livello internazionale, Anderson fa qui insieme un film che è un magazine e viceversa. Una rivista stampata che gli presta titolo, grafica, struttura, sommario diventa griglia cinematografica. Quello rappresentato è un mondo che finisce, un vasto mondo anche perché vi sono sovrapposti gli strati di varie epoche. Il direttore-fondatore muore e la rivista chiude. Un film-giornale come un film-necrologio.

French dispatch è sontuoso. Inventivo fino all’estremo, muta continuamente nella sua forma ed è talmente carico nelle singole immagini e sequenze d’invenzioni e dettagli quasi da miniaturista da essere molto adatto al grande schermo e ben poco al piccolo schermo. Ma questo fiume inarrestabile di citazioni e pastiche, alla fine – ben lontano dal mancare d’interesse anche perché osa importanti sperimentazioni in una produzione rivolta a un largo pubblico – si risolve purtroppo in una sorta di catalogo. La cui energia, la cui furia anarchica nell’assemblarli ed accostarli non è sufficiente a fare di French dispatch un nuovo grande film, divertente e folle quanto era profondo, e sotto più aspetti, The Grand Budapest Hotel. È come se la rappresentazione di un mondo in decadenza si riflettesse in negativo nella forma del film talmente tutto qui è fittizio, simulacro, falso, non vero, senza più verità. Decaduto.

Petrov’s flu (La febbre di Petrov), del regista russo Kirill Serebrennikov, è un altro strano oggetto-film, come quello di Wes Anderson dominato dal dispositivo: qui una camera fluttuante penetra la profondità di campo mettendo in rilievo più livelli di realtà. Come nel precedente e molto bello Leto, presentato in Concorso a Cannes nel 2018 e poi uscito nelle sale italiane, abbiamo una vera girandola d’invenzioni formali. Un autore di fumetti di fantascienza, sposato e padre di un bambino, si ritrova trascinato da un vecchio amico in una sarabanda di situazioni inverosimili. Trascinato in senso letterale poiché lo porta fuori di forza dal bus nel quale si trovava, bus al quale peraltro si ritorna sempre, come imprigionati. I livelli di realtà in questo film sono indistinguibili da altri, assurdi, surreali, onirici. E anche quando lo sono resta forte la sensazione che la realtà sia pura illusione, un velo sottile che ci separa da altre dimensioni, morte compresa.

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Tutto si mescola come se fossero intrusioni da un universo parallelo. Si parla e si vedono bambini rapiti dagli alieni, compite donne bibliotecarie diventare serial killer di uomini, si muore e resuscita, in questo mondo pervaso da una strana febbre che deforma o amplia, a seconda dei punti di vista, la percezione del reale. Serebrennikov, condannato con dubbie accuse agli arresti domiciliari già dal 2017, lancia al contempo un evidente messaggio di evasione e libertà mentale la cui forza nessuna reclusione può arrestare e al contempo metaforizza una realtà caotica.

Da segnalare che alla questione di reclusioni casalinghe arbitrarie da parte del potere politico, un altro dei più interessanti registi della nuova generazione russa, Alexeï Guerman Jr, amico di Serebrennikov, ha dedicato un sobrio ma intenso film di finzione, surreale, paradossale e insieme ben concreto, Delo, anch’esso presentato quest’anno a Cannes (Un Certain Regard).