30 maggio 2022 11:42

Il palmarès di Cannes 2022, non poco criticato in patria, anche perché non manca di aspetti francamente un po’ ridicoli, era una tragedia annunciata, fin dalla composizione della giuria. Ma prima di approfondire questo aspetto vogliamo aprire la cronaca finale dal festival con gli ultimi lungometraggi proiettati in concorso e in particolare con quella che sarebbe la nostra Palma d’oro.

Il suo titolo è Pacifiction e negli ultimi due giorni del concorso ha fatto capolino nel cielo cinefilo, già denso di tanti titoli se si guarda a tutte le sezioni, come l’ufo agognato, come la grande sorpresa che quasi non si aspettava più.

Ne è autore, per la prima volta in concorso, lo spagnolo Albert Serra, nel panorama internazionale considerato tra i più grandi registi della nuova generazione. Rivelato all’inizio degli anni duemila dalla Quinzaine des réalisateurs con delle opere rarefatte, picaresche e arcaiche fuori da ogni registro conosciuto, poi premiato nel 2013 al festival di Locarno con il Pardo d’oro per Història de la meva mort, con questa reinvenzione inquietante e visionaria del mito di Dracula che si fonde in Giacomo Casanova, Serra comincia una riflessione metafisico-sensoriale, ma dalle forti implicazioni intellettuali, su Francia, ancien régime, monarchia, illuminismo, aristocrazia sul crinale della rivoluzione francese, suddivisa su quattro film e che si conclude con Liberté, presentato nel 2019 a Un certain regard – la sezione “anticamera” al concorso – con al centro gli ambienti ereticamente libertini della Francia di Luigi XVI. Pittorico, surreale, sconcertante e sconcio, per usare un termine adatto all’epoca di ambientazione, il titolo ha una chiara valenza ironica.


Tuttavia con Pacifiction Serra sposta il quadro della sua telecamera per due volte: l’obiettivo è concentrato sulla Francia contemporanea, ma vista attraverso il prisma degli ambienti esotici della Polinesia francese, e per criticare meglio la vacuità del potere dall’esterno, dalla periferia del Regno, o della Repubblica (che in qualche modo qui si equivalgono). Regno e Repubblica in maiuscolo come l’Alto Commissario e l’Ammiraglio: perché nella Francia postcoloniale tutto è pomposo quanto ridicolo.

Il film dura più di due ore e mezzo e verso la metà si potrà forse avvertire un po’ di noia per questo susseguirsi di conversazioni mondane e spesso vuote, ma al contempo anche piacevoli e dense di sfumature e informazioni, dove si ipotizza una ripresa degli esperimenti nucleari in Polinesia, non si sa nemmeno bene da parte di chi. Cina, Russia, Stati Uniti? La Francia ormai non sembra più realmente contare e del resto, come viene detto, i superiori dell’Alto Commissario, non sono meglio dell’Ammiraglio: ministro e giovane presidente “sono degli imbecilli”.

Ma se non ci si arrende, si viene premiati. Perché ci sono gli attori, tra cui diversi polinesiani, tutti bravissimi. Particolarmente vero per Benoît Magimel che porta sul suo corpo, possente quanto il suo eloquio, l’intero film, racchiuso nel personaggio dell’Alto Commissario De Roller, da lui magistralmente interpretato. Serra reinventava e lanciava sul momento all’attore i dialoghi che Magimel faceva suoi con grande disinvoltura: il risultato è che i dialoghi sembrano del tutto genuini, spontanei, pur mantenendo una certa teatralità.

Emerge un’opera strutturata su un’accumulazione di climax successivi e che raggiunge una prossimità con l’arte concettuale, anche se non esibita

E poi perché c’è la regia, ci sono le immagini. Immagini, sequenze, talvolta come mai viste prima. Pacifiction andrebbe assolutamente guardato, e contemplato, su uno schermo gigante. Si apre con una panoramica sul porto di Tahiti dove attraccano dei motoscafi con a bordo marinai e ufficiali francesi: sullo sfondo un tramonto dalle mille sfumature, avvolgente, penetrante. Fin da subito siamo in un’utopia da cinema degli anni settanta o primi ottanta: i tagli delle inquadrature, i movimenti di macchina, la fotografia, sono sontuosi e sensuali, anzi esprimono una sorta di psichedelia della sensualità: corpi e colori sono una cosa sola e impregnano lo spettatore.

Presto è notte e ci si sposta in un night-club, danzano donne e uomini bellissimi, ma dal fascino ambiguo. C’è qualcosa del cinema dell’ultimo Fassbinder. Generi diversificati che sono forse gli unici personaggi genuini, espressione della vita vera e da amare. Forse. Eppure, questo film dalle straordinarie atmosfere, dal caos ricercato di suggestioni epidermicamente rasserenanti per lo spirito quanto inquietanti nel loro significato, dalle sequenze visivamente stranianti, raggiunge un alto grado di intimità con i suoi personaggi e con lo stesso spettatore. Anche per via dell’uso delle musiche e soprattutto delle sonorità, emerge un’opera strutturata su un’accumulazione di climax che si succedono tra loro e che per questa ragione raggiunge una prossimità con l’arte concettuale, anche se non esibita. D’altra parte, anche il lungometraggio precedente di Serra, il già citato Liberté, ambientato per intero di notte in una foresta, era il derivato di un’installazione.

Commedia-dramma statico nell’umidità tropicale, quasi di stasi, ma dai grandi capovolgimenti, rivendicato dalla stessa produzione come thriller paranoico di fantapolitica sul potere, Pacifiction rende evidente che quest’ultimo, nell’essere risibile, nell’essere nulla, nell’essere inconcludente – anche perché ormai “la politica è un night-club” – non riesce a impedire che qualcosa di sordo, cupo, raggelato, ma tuttavia grandioso, si profili nella notte stellata del Pacifico. Ma forse tutto è finto, null’altro che un’ulteriore Pacifiction.

Leila’s brothers. (Dr)

Un film appassionante e un’ulteriore rivelazione, salutata da gran parte della critica internazionale, è Leila’s brothers dell’iraniano Saeed Roustaee, al suo quarto lungometraggio dopo l’ottimo Sei milioni e mezzo presentato alla mostra di Venezia nel 2019. Si seguono le vicende di una famiglia ridotta quasi alla povertà, dove quattro fratelli maschi in età matura sono disoccupati e ancora a carico degli anziani genitori. In opposizione agli esponenti di una cultura patriarcale fallimentare, emerge la figura di Leila, sorella minore indipendente e dotata di forza di carattere. Ben lungo (due ore e 45 minuti), il film è travolgente, quasi uno tsunami (come lo era il precedente lungometraggio del regista, in parte ambientato perfino nelle carceri). Malgrado sia un po’ frastornante nella parte iniziale è tale la potenza della messa in scena, tale il coraggio per i temi affrontati, tuttavia senza mai essere manicheo, e tale, infine, è la sarabanda di ribaltamenti, di cambi di scena, luoghi, ambienti – spesso opposti, come opposte sono le classi sociali accostate (i cugini ricchi) – e di contrasti forti che, tutti insieme, vanno a costruire un duro ma indimenticabile affresco dell’Iran contemporaneo, che si resta a bocca aperta davanti alla rivelazione di un grande romanzo cinematografico. Crediamo che dovrebbe uscire non doppiato e che bisognerebbe trovare il coraggio di lasciare intatta questa energia dirompente fatta anche di suoni e voci forti quanto genuini.

Infine, merita segnalazione il nuovo lungometraggio della regista statunitense Kelly Reichardt, per la prima volta in concorso a Cannes. Capace di spaziare tra vari generi, figura di primo piano del cinema indipendente statunitense e antitesi, per molti, della piatta ruffianeria di Chloé Zhao. Famosa tra le altre cose per il suo senso del paesaggio (si veda il capolavoro western First cow), con Showing up sceglie degli splendidi paesaggi minimali in perfetta coerenza con il progetto generale del film: raccontare le dure difficoltà concrete del vivere di una comunità di artiste, prive di aiuti concreti da parte di qualsiasi istituzione pubblica o privata, mediante i dettagli infinitesimali, i minimi fremiti della vita. Di questo approccio delicato e minimalista, che tuttavia porta a una radiografia precisa del sociale, ne sono splendido paradigma un piccione ferito di cui la protagonista si prende cura, pur tra i mille problemi personali, e l’avvolgente flora dall’intenso verde che circonda ogni abitazione, come una piccola foresta dalle minime quanto continue variazioni. Il finale epifanico, anche grazie alla leggiadria della regia, è la ciliegina sulla torta.

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E veniamo al palmarès. Come scritto anche da altri, per esempio Libération, troppi film premiati, quasi la metà della selezione, e troppi ex aequo; quasi nessuno dei film più coraggiosi è stato premiato. Armageddon time di James Gray è un grande film sociale e storico raccontato partendo dall’intimo: se fosse stato premiato il sostegno sarebbe stato importante anche per la Universal, visto il dilagare di blockbuster Marvel; e l’ennesima Palma ai Dardenne, per quanto bello sia il film, forse è un po’ troppo. Soprattutto, con la Palma d’oro a Östlund dopo quella del 2017, si dà l’impressione di un già visto, di un replay, che ci siano poche novità e niente rischi.

Ha ragione il critico di Libération Luc Chessel che definisce Pacifiction fuori da ogni format, routine. In effetti è un’opera dislocata in un “altrove” dell’arte cinematografica. Ma il festival di Cannes aveva bisogno di rilanciare il cinema con premi arditi. Con film per tutti, ma originali, come quelli di Gray, Martone o Roustaee. E con film inclassificabili come quello di Serra che magari fanno sbuffare qualcuno sul momento, ma rivelano qualcosa di mai visto. Quando nel 2010 vinse la Palma d’oro il capolavoro tailandese Zio Boonmee che si ricorda le vite precedenti di Apichatpong Weerasethakul – premio che ha lanciato il regista sui mercati internazionali – presidente della giuria era Tim Burton, cioè un americano che ama i diversi, in giuria c’erano un critico come Alberto Barbera e un regista come lo spagnolo Victor Erice, maestro del cinema di poesia.

Stavolta la giuria era composta da esponenti del cinema d’autore nazional-popolare, patinato o formattato, tra cui il molto simpatico presidente Vincent Lindon. È la composizione della giuria, fattore sempre delicato e complesso, a provocare miracoli, palmarès nella media o anche tragedie annunciate.