Papa Francesco durante l’Angelus in piazza San Pietro, Città del Vaticano, il 25 febbraio 2018.

Cinque anni di riforme e scontri in Vaticano

Papa Francesco durante l’Angelus in piazza San Pietro, Città del Vaticano, il 25 febbraio 2018.
12 marzo 2018 10:09

Un fazzoletto di terra a ridosso del Tevere dentro cui è racchiuso un concentrato di storia, religione, arte e politica difficilmente misurabile: questo è la Città del Vaticano ancora oggi, nonostante ormai, da quasi 150 anni, sia terminato il potere temporale della chiesa.

Con l’arrivo di Jorge Mario Bergoglio il 13 marzo 2013, tuttavia, molte certezze sono andate in frantumi e nei fatti, tra i viali ordinati, le collinette con i prati sempre perfetti e verdissimi, i rari gendarmi e gli uffici che pullulano di funzionari laici e religiosi, di uscieri con la divisa un po’ logora, di segretarie e guardie svizzere, la stessa idea di stato vaticano ha cominciato a scricchiolare, quanto meno nella sua versione tradizionale.

Le burocrazie interne – per lunga abitudine prudentissime, abituate a scorgere un pericolo in ogni sommovimento – non sono troppo contente, ma d’altro canto tra prelati e laici al servizio del papa nessuno pensa veramente che si possa fare a meno del Vaticano, anche se la corte pontificia non conta più niente e i gentiluomini di sua santità sono precipitati da qualche tempo in un meritato oblio.

Prospettiva cupa
La realtà è che esiste un serio problema di costi, che comincia a diventare stringente in uno stato che di fatto può contare di certo su vastissimi beni immobili e donazioni, ma è privo di un sistema fiscale (i cittadini sono poche centinaia). In tal senso è significativo che ogni anno il fondo pensioni del Vaticano registri un deficit di quasi trenta milioni di euro. E la prospettiva dei prossimi vent’anni è assai cupa.

Le cause di lavoro, inoltre, affollano il tribunale vaticano e il problema non dev’essere tanto secondario se Francesco, incontrando i dipendenti e le loro famiglie lo scorso 21 dicembre, ha detto: “L’altro giorno ho avuto una riunione con il cardinale Marx, che è il presidente del consiglio dell’economia, e con monsignor Ferme, il segretario, e ho detto: ‘Non voglio lavoro in nero in Vaticano’. Vi chiedo scusa se questo ancora c’è. Dobbiamo lavorare qui dentro perché non ci siano lavori e lavoratori precari”.

Nel frattempo – almeno per ora – la vita di ogni giorno continua, con la consueta fila di gente che entra da porta Sant’Anna, in via del Mascherino, vicino a piazza Risorgimento, per accedere alla mitica farmacia vaticana dove ci si mette in fila per medicinali rari pagati magari a minor prezzo o per quei prodotti cosmetici extralusso “che dai preti costano la metà”, come recita una vulgata capitolina.

Si governa dal centro con ampi margini di discrezionalità al livello locale, basta non dirlo troppo in giro

La Santa Sede, lillipuziana da una parte, dall’altra si fa forte di 1,2 miliardi di cattolici nel mondo: non saranno tutti praticanti, ma in ogni caso resta la prima religione del pianeta, per quanto in crisi di vocazione e di fede nell’epoca dell’ipermodernità. Lo stato è piccolo, dunque, ma il gregge cui badare è numeroso e le diocesi locali migliaia. Ci sarebbe da chiedersi fino a che punto siano seguite alla lettera le direttive che provengono dal Vaticano nelle ridotte asiatiche più lontane dalla città eterna, o laddove gli episcopati e le istituzioni assistenziali cattoliche hanno autonomia culturale, politica e – non per ultimo – finanziaria.

Ma dato che con Francesco ha ripreso slancio il principio del decentramento introdotto dal concilio Vaticano secondo – per lunghi anni dimenticato in qualche scantinato della Congregazione per la dottrina della fede – il problema potrebbe non essere così dirimente. Si governa dal centro con ampi margini di discrezionalità al livello locale, basta non dirlo troppo in giro.

Piazza san Pietro durante l’apertura del giubileo straordinario, Città del Vaticano, il 7 dicembre 2015.

Certo è che i dicasteri vaticani continuano a seguire l’attività della chiesa universale e a mantenere un’unità non solo teologica ma anche, in un certo modo, legislativa. Si pensi alle “linee guida” emanate dalla Santa Sede negli ultimi anni per contrastare lo scandalo degli abusi sessuali: lo stesso Vaticano ha indicato una serie stringente di princìpi generali che devono poi essere fatti propri dai vari episcopati alla luce però – e il particolare è decisivo – dei sistemi giuridici vigenti nei rispettivi paesi (senza contare le varianti culturali, le differenti sensibilità sociali e via dicendo). Dunque, un certo grado di unità legislativa e dottrinale quanto teologica, vuoi sulla carta, vuoi nella sostanza, viene mantenuta grazie alla Santa Sede e agli uffici a essa collegati.

Tuttavia le cose cambiano, tanto più con un papa che ha messo il piede sull’acceleratore delle riforme e ha deciso di capovolgere la piramide: la curia romana deve servire la chiesa universale, non il contrario. Facile a dirsi, tutt’altro discorso è riuscire a metterlo in pratica.

“Segui i soldi”, recita la regola classica, e forse un po’ abusata, di ogni indagine giudiziaria e giornalistica, e il principio vale pure quando ci si occupa di Vaticano. Da solo però non basta a spiegare cosa sta succedendo Oltretevere. Con il papa argentino è cominciata una stagione movimentata di cambiamenti a volte reali in altri casi solo annunciati o rimasti a metà. Simbolo di questo processo è, ancora una volta, la storica banca che non è propriamente una banca, ovvero l’Istituto per le opere religiose (Ior), incardinato – anche architettonicamente – nella cittadella vaticana dentro il massiccio torrione di Niccolò V.

Quando si parla di Vaticano ci si dimentica di una realtà fatta di circa 4.800 dipendenti, dicasteri e uffici

Lo Ior, che è stato investito in modo consistente dalla riforma finanziaria, ha modificato in modo significativo procedure, controlli e funzioni in nome della trasparenza.

D’altro canto per lungo tempo ha fatto parlare di sé – più male che bene – diventando il centro di attrazione mediatico per eccellenza e mostrando un pericoloso connubio tra potere politico e alte gerarchie ecclesiastiche fondato sull’opacità finanziaria, su accordi “riservati”, clientele non confessabili o su movimentazioni di denaro chiaramente illecite.

Lo Ior non ha sportelli, non ha bancomat al di fuori del Vaticano, non ha filiali: si appoggia da sempre su altri istituti per operare, per questo ha bisogno di accordi bilaterali con altre banche sparse per il mondo e di intese in campo fiscale ma anche diplomatico con governi e stati.

Papa Francesco, Città del Vaticano, 24 febbraio 2018.

D’altro canto, la realtà finanziaria del piccolo stato pontificio è assai più articolata del solo Ior, che con un patrimonio di circa sei miliardi di euro resta un ente di dimensioni medio-piccole.

L’istituto tuttavia opera – in ragione della presenza e delle esigenze della chiesa, delle sue congregazioni religiose e delle sue istituzioni – in ogni parte del mondo, spesso anche quelle più rischiose dal punto di vista finanziario a causa di scarsa trasparenza e della presenza di governi deboli, di gruppi terroristici criminali, di scarsi controlli, di paradisi fiscali.

Di fatto, però, quando si parla di Vaticano ci si dimentica di una realtà quotidiana assai più concreta, fatta di circa 4.800 dipendenti, di un vasto apparato di dicasteri e uffici, delle donazioni che affluiscono nelle casse da tutto il mondo (Stati Uniti e Germania sono i due principali donatori), della gestione di un’enorme ramificazione di strutture caritative e assistenziali che a volte direttamente, più spesso indirettamente, fanno capo al Vaticano e che costituiscono una fonte inesauribile di problemi e di risorse allo stesso tempo.

Lo scrigno della Santa Sede
Non c’è solo lo Ior insomma. Per esempio c’è l’Apsa, ovvero l’amministrazione del patrimonio della sede apostolica, l’ente che gestisce gli investimenti finanziari e immobiliari del Vaticano, con varie società controllate in Svizzera. È uno degli scrigni della Santa Sede capace di funzionare, fino a qualche anno fa, come una banca presso la quale avevano il conto non solo qualche cardinale autorizzato, ma anche diversi amici degli amici, uomini dell’alta finanza, consulenti di questo o quel dicastero.

Tra di loro il banchiere Giampietro Nattino, ex presidente della banca Finnat Euramerica, in passato consulente economico del Vaticano, nonché titolare di un conto presso l’Apsa attraverso il quale ha messo in atto operazioni finite nel mirino della magistratura italiana. Nattino è accusato di manipolazione del mercato azionario: in pratica il banchiere comprava a un prezzo ribassato azioni della sua stessa banca, Finnat, servendosi dello “schermo” dell’Apsa – grazie a due funzionari finiti anche loro sotto inchiesta – e rivendendole poi sui mercati e facendo registrare guadagni rilevanti; inoltre è accusato di aver trasferito ingenti capitali in Svizzera (il tutto avveniva tra il 2007 e il 2011). Proprio in seguito all’azione giudiziaria, Nattino ha lasciato l’incarico di presidente di Finnat nel marzo 2017.

La vicenda ha portato con sé alcune novità: il fatto per esempio che lo stesso Vaticano abbia aperto un’indagine sul banchiere (per insider trading e riciclaggio), che i conti – anche uno allo Ior – gli siano stati chiusi già dal 2011, che all’origine di questa vicenda ci sia una importante collaborazione tra le autorità di vigilanza vaticane e italiane.

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Tuttavia, in attesa che il procedimento faccia il suo corso in Italia, in Vaticano l’attività investigativa sul caso si è fermata del tutto. Il promotore di giustizia vaticano – una sorta di pubblico ministero – Gian Piero Milano, un anno fa, in relazione all’indagine su Nattino avviata in Italia, ha parlato di “conseguente inerzia sul piano procedurale degli organi inquirenti vaticani”. Un approccio che è stato confermato in occasione dell’apertura dell’anno giudiziario del 2018. Non tutti nei sacri palazzi però sono d’accordo su questa condotta che tocca, vedremo, un punto nevralgico.

“Nessun paese al mondo può sostituirsi al Vaticano per perseguire un reato”, ci dice un monsignore che conosce bene i meccanismi interni alla Santa Sede. In gioco c’è infatti “la sovranità finanziaria”, ovvero la possibilità, per il Vaticano, di gestire propri strumenti finanziari e operare nel mondo secondo le proprie necessità.

Ma per fare questo è necessario che tutti gli organismi statali siano funzionanti e indipendenti. In sostanza: l’autonomia finanziaria è connessa a un sistema investigativo efficiente e a una magistratura in grado di mettere in piedi processi e di arrivare a sentenze nei confronti di chi, dall’interno del piccolo stato, vìola la legge. Ben più della vastità del territorio, a contare è l’ossatura costituita dalla sequenza finanza-giustizia-diplomazia.

L’autonomia finanziaria ha bisogno di un sistema giudiziario che funziona

In effetti dal 2011 la Santa Sede si è progressivamente adeguata agli standard internazionali in materia di contrasto al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, un apparato normativo è stato creato dal nulla, sono nati diversi organismi, nominati responsabili. Il tutto è stato sottoposto al controllo di Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che valuta la condotta degli stati in materia di antiriciclaggio.

Moneyval ha realizzato tre rapporti dal 2012: l’ultimo è del dicembre 2017 e contiene valutazioni complessivamente positive in merito agli sforzi compiuti dal Vaticano sulla trasparenza finanziaria. Con un’importante eccezione: la commissione di esperti ha messo infatti in luce “che nessun processo per riciclaggio è stato istruito in Vaticano nonostante siano state congelate somme considerevoli”.

Di più. L’organismo europeo ha raccomandato di agire in modo rapido e preventivo, prima di osservare: “L’efficacia globale delle azioni della Santa Sede in materia di lotta al riciclaggio dei capitali dipende dai risultati ottenuti a livello processuale”.

Segnalazioni, indagini, archiviazioni
Da qui l’importanza del mancato processo a Nattino (come di altre vicende simili), un caso che può essere considerato esemplare dato che emerse pubblicamente già nell’estate del 2013. D’altro canto vale la pena ricordare che con l’istituzione dell’Aif, l’autorità d’informazione finanziaria, ovvero l’organismo di vigilanza sui reati finanziari, qualcosa è accaduto.

A partire dal 2012 sono state raccolte 1.200 segnalazioni sospette, inviati 70 rapporti al promotore di giustizia, avviate 27 indagini; queste ultime comprendono due procedimenti sospesi, 17 archiviazioni, otto indagini in corso; nessun processo. All’inizio del 2018, tuttavia, proprio per rispondere alle critiche di Moneyval, il promotore di giustizia ha reso noto che erano stati appena emessi due rinvii a giudizio per il reato di autoriciclaggio, risultato che appariva comunque modesto.

L’autonomia finanziaria dunque ha bisogno di un sistema giudiziario funzionante. C’è da chiedersi se sia un obiettivo realistico per lo stato-Lilliput, dove è in vigore un coacervo legislativo e giudiziario che va dal codice Zanardelli del 1889, alle leggi emanate da Benedetto XVI e da Francesco sull’antiriciclaggio, sulla ciberpornografia o sui reati legati al trafugamento di documenti riservati.

Tre casi giudiziari di rilievo
In ogni caso l’arrugginito e poco più che formale sistema giudiziario del Vaticano è stato richiamato in servizio negli ultimi anni e si è dovuto pronunciare in almeno tre casi di rilievo.

A cominciare dal primo Vatileaks che ha visto come imputato principale Paolo Gabriele, ex aiutante di camera di Benedetto XVI (che trafugò documenti riservati e segreti e per questo fu condannato, poi il papa gli concesse la grazia).

Quindi ha avuto luogo il processo chiamato dai mezzi d’informazione Vatileaks 2, che ha portato alla condanna di monsignor Lucio Ángel Vallejo Balda, prelato fin troppo esperto di finanze, al centro di controverse manovre nella gestione di materiale riservato e ancora una volta accusato di aver trafugato e diffuso all’esterno carte private e segrete. Sono invece stati assolti i due giornalisti Emiliano Fittipaldi e Gianluigi Nuzzi ai quali lo stesso Balda aveva passato informazioni e documenti. Francesca Immacolata Chaouqui, ex consulente vaticana, collegata a Balda, è stata condannata a dieci mesi, con pena sospesa per cinque anni.

Guardie svizzere, Città del Vaticano, aprile 2014.

Infine, più di recente, un terzo processo si è svolto in merito alla presunta distrazione di fondi dell’ospedale vaticano Bambino Gesù, destinati ai lavori di ristrutturazione dell’appartamento dell’ex segretario di stato, cardinale Tarcisio Bertone. Il procedimento si è concluso con una condanna lieve e la sospensione della pena per Giuseppe Profiti, ex presidente della fondazione Bambino Gesù, e con l’assoluzione di Massimo Spina, ex tesoriere della stessa fondazione nonché collaboratore e braccio destro di Profiti.

Tralasciamo le numerose implicazioni di ognuno di questi procedimenti che, lungi dall’essere esaustivi, hanno mostrato appena la punta di iceberg ben più profondi, segnali di uno smottamento di antichi equilibri mentre il nuovo ancora non è sorto.

Sta di fatto, tuttavia, che per quanto clamore essi abbiano suscitato, di certo ben più pesante sarebbe un processo in materia finanziaria. Si consideri, infine, che un altro procedimento – altrettanto delicato – era sul punto di svolgersi nell’autunno del 2015, quando l’ex nunzio apostolico nella Repubblica Dominicana, il polacco Józef Wesołowski, accusato con prove pressoché schiaccianti di abusi sui minori, pedopornografia, induzione alla prostituzione, era stato richiamato a Roma per essere sottoposto a giudizio in quanto diplomatico e cittadino vaticano. È morto tuttavia di morte naturale – questo ha accertato l’autopsia secondo quanto è stato comunicato dal Vaticano – poco prima di affrontare il processo.

Il papa cerca di introdurre princìpi moderni nella legislazione vaticana

In un simile contesto non va poi sottovalutato il tentativo portato avanti dal papa argentino di prendere le distanze in modo netto da una storia passata ma non remota, nella quale il papato era tutt’altro che misericordioso quando amministrava la giustizia.

In sostanza Francesco, proseguendo sul cammino aperto dai suoi predecessori, cerca di introdurre princìpi moderni – somiglianti a quelli di uno stato di diritto – nella legislazione vaticana, mediati fortemente da una interpretazione evangelica del fare giustizia accompagnata dal riconoscimento imprescindibile dei diritti umani fondamentali. Tale impostazione è emersa in modo significativo nel discorso pronunciato da Francesco l’11 ottobre 2017 in Vaticano, in cui ha toccato il tema della pena di morte.

“Nei secoli passati quando si era dinnanzi a una povertà degli strumenti di difesa e la maturità sociale ancora non aveva conosciuto un suo positivo sviluppo, il ricorso alla pena di morte appariva come la conseguenza logica dell’applicazione della giustizia a cui doversi attenere”, ha affermato Bergoglio.

“Purtroppo anche nello stato pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia. Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo”.

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La legge, insomma, se non si vuole che sia strumento di potere nelle mani del più forte, deve accogliere il principio del rispetto della dignità umana. Poco oltre, del resto, il papa ha chiesto che la chiesa approfondisca ulteriormente il suo rifiuto assoluto della pena capitale nello stesso catechismo.

È dunque dentro questo impasto di ingredienti diversi che si articola il modello di stato e di esercizio della giustizia della Santa Sede. Così se il riciclaggio dei capitali è diventato infine un problema cui il Vaticano ha messo mano anche ammettendo di essere in ritardo su una questione tanto discriminante e rilevante nel mondo contemporaneo, questa visione non può essere slegata – se guardiamo al pontificato in corso – dalla più severa condanna delle mafie e delle organizzazioni criminali fino al provvedimento estremo della scomunica proclamata da Francesco verso i mafiosi.

In tal modo il vescovo di Roma capovolge l’assunto di una legge al servizio dei potenti e afferma al contrario che l’oppressione sul più debole è il peccato più grave, e a partire da qui si ridefinisce il concetto di giustizia anche sul piano sociale nella dottrina cristiana. Se questa è la linea tracciata da Francesco, appare evidente che si tratta di una scelta destinata a suscitare conflitti e problemi anche nei corridoi della curia, ai piani bassi come nelle stanze dei palazzi vaticani grandiosamente affrescati.

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