04 dicembre 2015 16:07

“A battere la testa contro il muro è la testa a rompersi e non il muro”, ha scritto Antonio Gramsci.

Gli attentati di Parigi hanno provocato fortissimi mal di testa alla classe politica britannica. La Francia, paese vicino e alleato a intermittenza, è stata colpita dal gruppo Stato islamico (Is). Ancora una volta i politici britannici vogliono intervenire con forza e decisione per aiutare un amico, come dopo l’11 settembre. Ancora una volta, non riescono a trovare niente di meglio che bombardare, stavolta in Siria. La logica è sempre la stessa: dobbiamo fare qualcosa. Bombardare significa fare qualcosa. Dobbiamo bombardare.

Lo hanno già fatto in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Non solo le cose non sono migliorate, ma sono molto peggiorate. Il caos scatenato in Iraq e in Libia ha creato le condizioni per l’ascesa dell’Is. Ma non riescono a farne a meno, quindi adesso si avvicinano ancora una volta al muro e lo colpiscono risolutamente con la testa. È un lavoro sporco e duro, ma qualcuno deve pur farlo.

Dopo gli attacchi di Parigi ci sono due problemi da affrontare: sconfiggere l’Is e minimizzare la possibilità di nuovi attacchi. I due problemi sono collegati e non esiste una soluzione definitiva per nessuno dei due.

Intervenire nel nome della civiltà tradisce una mancanza di consapevolezza

È probabile che non si possa raggiungere nessun accordo diplomatico o politico con un’organizzazione come l’Is, e che sia inevitabile ricorrere alla forza militare in una certa misura. Ma è altrettanto evidente che intensificare i bombardamenti non porterà a niente di buono. Gli Stati Uniti e la Francia stanno già bombardando l’Is in Siria, senza ottenere grandi risultati.

Aggiungere i bombardieri britannici non farebbe praticamente differenza, anche perché non sono rimasti molti obiettivi da colpire. Se i bombardamenti non hanno funzionato finora è molto difficile che possano funzionare in futuro. Se i leader occidentali volessero davvero sconfiggere l’Is – e non punire i civili – dovrebbero mandare truppe di terra, ma la verità è che hanno un forte appetito per il dominio globale senza però avere lo stomaco per digerirlo.

Questo ci porta al secondo punto della discussione. Il desiderio degli occidentali di intervenire nel nome della civiltà e dei valori illuministi tradisce una sconfortante mancanza di consapevolezza. È incredibile vedere con quanta forza materiale e filosofica cerchino di giustificare la propria superiorità morale per poi contraddirla.

Come scriveva George Orwell nei suoi Appunti sul nazionalismo, “il nazionalista non soltanto non disapprova le atrocità commesse dalla sua fazione, ma ha la notevole capacità di non sentirne nemmeno parlare. […] Che questi fatti siano o meno riprovevoli o addirittura che siano o meno accaduti è sempre stato deciso in base alla predilezione politica”.

Il nazionalista che nega il suo errore

È come se Guantanamo, Abu Ghraib, Camp Breadbasket e i rapporti sulle torture della Cia fossero svaniti nel nulla. Il nazionalista non riesce a capire perché le persone analizzano gli ultimi 15 anni di interventi militari dell’occidente e si convincono che le sue rivendicazioni umanitarie non sono credibili. Compie azioni disprezzabili e poi si sorprende che la gente le disprezzi.

Qualsiasi intensificazione dei bombardamenti in Siria produrrà conseguenze nefaste sotto forma di attacchi terroristici. Eppure, incredibilmente, molti arrivano a negare anche questa realtà. Gli apologeti della politica estera occidentale ribadiscono che i jihadisti fanno parte di una setta sanguinaria che vuole seminare il terrore in occidente. Questo significa considerarli dei minorati mentali e sminuire la funzione delle politiche che sostengono. Le dichiarazioni dei jihadisti, le indagini sul campo, l’intelligence militare e l’intelligenza in generale suggeriscono una realtà ben diversa.

Se dichiariamo guerra al terrore è ragionevole pensare che il terrore risponderà al fuoco

Come ha dichiarato recentemente Eliza Manningham-Buller, ex direttrice generale dell’Mi5 (l’equivalente britannico della Cia), davanti a una commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq, “il nostro coinvolgimento in Iraq ha radicalizzato un’intera generazione di giovani, e alcuni cittadini britannici – non un’intera generazione, solo alcuni – hanno considerato le nostre operazioni in Iraq e in Afghanistan come un attacco contro l’islam. […] Abbiamo dato a Osama bin Laden il suo jihad iracheno, permettendogli di penetrare nel paese come non aveva mai fatto prima”.

Se dichiariamo guerra al terrore è ragionevole pensare che il terrore risponderà al fuoco. Questa non è una giustificazione per non intervenire, ma è un buon motivo per pensarci attentamente.

L’Is non è confinato a un pugno di stati mediorientali, posti come la Siria, l’Iraq e la Libia. Al contrario, è un fenomeno multinazionale. Molti degli attentatori di Parigi venivano dal Belgio e dalla Francia. L’occidente non può bombardare il mondo intero, e ogni volta che bombarda uccide inevitabilmente un gran numero di civili, la cui morte provoca la rabbia dei sopravvissuti, soprattutto nelle comunità musulmane dove i jihadisti fanno opera di reclutamento. Dall’11 settembre gli interventi militari occidentali hanno creato molti più terroristi di quanti ne abbiano eliminati. La situazione, in generale, è nettamente peggiorata.

Qualsiasi operazione militare dev’essere autorizzata ed eseguita a livello globale, e non solo dall’occidente. Se l’Is rappresenta una reale minaccia contro l’umanità, come dicono, allora dobbiamo preoccuparci di mobilitare l’umanità per combattere i jihadisti.

Ma è un processo che richiede tempo, e i sostenitori dei bombardamenti vogliono sapere cosa possiamo fare “adesso”, come se “adesso” fosse un punto del tempo senza alcun legame con ieri o domani. Il problema è che le stesse persone che negli ultimi 15 anni hanno sbagliato tutto quello che potevano sbagliare in termini di politica estera stanno nuovamente guidando la carica. È quasi come se a forza di sbattere la testa contro il muro avessero perso la facoltà di ragionare.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è stato pubblicato su The Nation.