14 dicembre 2016 16:10

Gentile bibliopatologo,
amo i libri, ma li amo a modo mio. Faccio cose che gli altri bibliofili aborrono: li maltratto, ci scrivo sopra, sottolineo a penna, faccio le orecchie per segnare le pagine e anche per segnare le pagine più belle (sono orecchie diverse, per distinguere!). A forza di leggerli li rovino, e più li rovino più li amo, come un paio di scarpe vecchie in cui i piedi stanno comodissimi. Ma questo è ancora niente. Il culmine della perversione l’ho raggiunto qualche mese fa, quando ho strappato la pagina che più amavo e più odiavo di un libro a me molto caro e l’ho spedita per posta alla persona che mi faceva odiare e amare tanto quella pagina.
Sì, ho strappato una pagina. A un libro. Dottore, è grave?

—S.

Cara S.,
sono un incensurato (per il momento), ma se penso al tipo di crimine che potrebbe insozzare un giorno la mia fedina penale, non ho dubbi: tutt’al più potrei sequestrare un uomo, mozzargli un orecchio e spedirlo in una busta ai familiari per chiedere il riscatto; ma fare le orecchie a un libro, o strappare una pagina e inviarla per posta a qualcuno, quello proprio no. La violenza sulle donne, sui bambini e sui libri è inammissibile in qualunque consorzio civile e dovrebbe esserlo anche per le organizzazioni criminali con un residuo senso dell’onore.

Sono certo che molti, con me, rabbrividiscono al solo pensiero della pagina strappata, ed è per questo che sono costretto a considerare abusiva la tua autocertificazione come bibliofila. Se ci fosse una tessera, quella sì, te la strapperei. E quando ho visto al cinema L’attimo fuggente ho trovato fin troppo indulgente la decisione di cacciare dall’istituto quel pifferaio del professor Keating, che chiedeva ai suoi allievi riluttanti di strappare l’introduzione di un’antologia poetica.


Fossi stato il preside, avrei cercato di dissuaderlo dall’esercitare qualunque forma di insegnamento, e lo avrei indirizzato verso occupazioni più consone – animatore in un villaggio turistico, promotore finanziario, consulente filosofico, telepredicatore, clown da feste per bambini.

Ti piace leggere, non lo metto in dubbio, ma ciò che contrassegna il bibliofilo genuino è che soffre fisicamente per l’amputazione di un volume. Perché? Perché lo considera un organismo vivente, che in quanto tale non vuol essere mutilato o sfregiato; ma fosse solo questo, saremmo ancora nel campo della comune empatia. Il fatto è che il bibliofilo percepisce oscuramente ogni libro come parte del proprio corpo, e se avverte il sinistro fruscio di una pagina strappata un brivido lo percorre, lo stesso brivido che si prova quando, in un film, il killer sgozza la vittima, e il primo istinto è quello di portarsi la mano alla gola per controllare che sia tutto a posto.

Morale della favola: la prossima volta che qualcuno ti provoca sentimenti di amore e di odio così viscerali, sequestralo, mozzagli un orecchio e spediscilo ai familiari. Ma ti prego, lascia in pace i libri.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it