01 giugno 2020 14:58

Gentile bibliopatologo,
esistono tecniche per riuscire a escludere i rumori che ammorbano la nostra vita di lettori? Io riesco a leggere solo in silenzio. E ormai non sopporto più i rumori intorno. Sono grave?
– Riccarda

Cara Riccarda,
il primo che passa ti risponderebbe con una parola: tappi. Ce ne sono di ogni tipo, foggia e materiale. Ma tu l’hai chiesto a me, non al primo che passa, e io non smercio tappi: attacco bottoni. Dunque, il congegno che cerchi esiste, ed è stato presentato nel luglio del 1925 dal suo inventore Hugo Gernsback, membro dell’American physical society, ai lettori della rivista Science and Invention. Si chiama l’Isolatore, ed è un casco simile a quelli dei sommozzatori, munito di bombola di ossigeno.

Immagina di startene seduta nel tuo studio, dice Gernsback, che aveva il tuo stesso problema. Magari hai chiuso le finestre, ma dai vetri filtrano comunque i rumori della strada. Qualcuno sbatte una porta, e tu perdi il filo del ragionamento. Oppure suona il telefono. O il citofono. Senza contare i mille modi in cui diventiamo disturbatori di noi stessi. Così, per ottenere la concentrazione assoluta, Gernsback ha costruito un casco di legno rivestito su entrambi i lati di sughero e ricoperto esteriormente di feltro, con due finestrelle per gli occhi e un diaframma che consente di respirare ma fa da schermo ai rumori. Era soddisfatto, ma stimava un’efficacia del 75 per cento. Ha cominciato allora a costruire un secondo prototipo (non ancora completato, al momento in cui scriveva), eliminando del tutto il legno e aggiungendo un cuscinetto d’aria, così da escludere il 90 o il 95 per cento dei rumori.

Poi certo, anche la vista ha le sue distrazioni, così Gernsback ha dipinto di nero le lenti, salvo due striscioline in cui entra appunto una riga: quella che devi leggere, o scrivere. Controindicazioni? Nessuna, salvo che dopo quindici minuti sei completamente rintronato. Nulla che non si possa risolvere aggiungendo una bombola a ossigeno, però. Ricapitolando: zero rumori, la visuale ridotta a una sola riga e, come ciliegina sulla torta, un respiratore artificiale. Con questo perfezionamento, conclude Gernsback, “la costruzione dell’Isolatore sarà considerata un grande investimento”.

Immagino che a questo punto siano entrati gli infermieri.

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Le immagini con cui Gernsback illustra la sua invenzione sono un capolavoro di comicità involontaria, e mi hanno riportato alla mente quella volta in cui Salvador Dalì – era il 1936 – si presentò a una conferenza, a Londra, in uno scafandro da palombaro, simbolo della discesa nell’inconscio. Si accostò al microfono, ma ovviamente nessuno sentiva niente da dietro il casco di metallo. Poi cominciò a mancargli l’aria, e allora prese a dimenarsi come un ossesso, ma il pubblico applaudiva: pensavano fosse tutto parte della performance. Per fortuna la moglie se ne accorse in tempo.

Morale della favola? Tappi.

Il bibliopatologo risponde è una rubrica di posta sulle perversioni culturali. Se volete sottoporre i vostri casi, scrivete a g.vitiello@internazionale.it.