Una protesta contro l’elezione di Félix Tshisekedi a Kinshasa, il 21 gennaio 2019.

La democrazia dimezzata a Kinshasa

Una protesta contro l’elezione di Félix Tshisekedi a Kinshasa, il 21 gennaio 2019.
23 gennaio 2019 13:50

“Meglio un uovo oggi che una gallina domani” è quello che spesso si dice per giustificare il fatto di aver accettato un pessimo accordo. Oggi molti leader africani stanno ripetendo questo vecchio adagio. Fingono di festeggiare l’ascesa di Félix Tshisekedi alla presidenza della Repubblica Democratica del Congo (Rdc), ma in privato la cosa li rattrista, anche se ammettono che, almeno per il momento, è il male minore.

Félix Tshisekedi, 55 anni, è il figlio di Étienne Tshisekedi, uno dei fondatori dell’Unione per la democrazia e il progresso sociale, il principale partito d’opposizione della Rdc. Per 25 anni ha sfidato i dittatori che hanno saccheggiato e rovinato il paese, trascorrendo buona parte della vita in esilio, e diventando una specie di eroe nazionale, prima di morire nel 2017.

Étienne Tshisekedi non è mai stato entusiasta dell’idea che il figlio gli succedesse, perché temeva che non avesse le capacità e l’attaccamento necessari a guidare il partito. Tuttavia, nel marzo 2018 Félix è stato scelto come leader dai dirigenti del partito. E lo scorso novembre ha mostrato il suo vero volto.

La sedia in caldo
Nel 2016 era scaduto il mandato presidenziale di Joseph Kabila, che doveva lasciare il potere, almeno temporaneamente, perché la costituzione autorizza solo due mandati consecutivi di cinque anni l’uno. Potrà tornare legalmente al potere tra cinque anni. Ma per le presidenziali del 2018 aveva dovuto trovare un candidato alla presidenza che eseguisse i suoi ordini e gli tenesse calda la sedia.

Il candidato ufficiale, uno stretto collaboratore di Kabila di nome Emmanuel Ramazani Shadary, era stato scelto con cura. Era chiaro, però, che solo un candidato dell’opposizione avrebbe potuto vincere le presidenziali se le elezioni si fossero svolte regolarmente. Gli 84 milioni di congolesi sono stanchi di vivere in un paese potenzialmente ricco, ma nel quale la maggior parte della popolazione vive nella miseria più nera, anche per gli standard dell’Africa centrale.

A novembre del 2018 tutti i partiti dell’opposizione si erano incontrati per scegliere un unico candidato presidenziale. Anche Félix Tshisekedi era presente e aveva accettato di sostenere Martin Fayulu. Ma il giorno dopo aveva rotto con gli altri partiti d’opposizione e si era candidato personalmente.

L’aveva fatto solo per ripicca o aveva ricevuto un’offerta migliore? Con il senno di poi, è possibile propendere per la seconda opzione.

Forse Kabila si è reso conto che Shadary non avrebbe vinto neanche con l’aiuto della commissione elettorale

Le elezioni presidenziali si sono svolte il 30 dicembre e a sorpresa Tshisekedi ha vinto. Il candidato governativo, Shadary, è arrivato ultimo. E quindi perché nessuno celebra il trionfale ritorno della democrazia nella Rdc?

Perché nessuno crede ai numeri. I sondaggi d’opinione prima del voto prevedevano una vittoria di Fayulu con preferenze tra il 39 e il 43 per cento dei voti, seguito a distanza da Tshisekedi, con stime tra il 21 e il 25 per cento, e il candidato ufficiale del regime Emmanuel Ramazani Shadary in ultima posizione, tra il 14 e il 17 per cento dei voti. L’opposizione unita avrebbe quindi dovuto vincere, ma così non è stato.

Secondo i sondaggi Fayulu aveva quasi il doppio dei voti di Tshisekedi. Come e perché è potuto succedere che i risultati ufficiali abbiano attribuito a Tshisekedi il 38 per cento dei voti e a Fayulu solo il 34 per cento?

Fayulu ha gridato allo scandalo. Inizialmente l’Unione africana ha dichiarato di avere “seri dubbi” sul risultato. E l’influente chiesa cattolica congolese, che aveva schierato 40mila osservatori elettorali nei seggi, ha fatto sapere che i risultati ufficiali non corrispondevano alle loro rilevazioni.

Vittoria apparente
Il presidente uscente Joseph Kabila ereditò il potere dal padre, un signore della guerra chiamato Laurent-Désiré Kabila, quando quest’ultimo fu assassinato dalla sua guardia del corpo nel 2001. Allo stesso tempo ricevette “in eredità” anche i comandanti militari che avevano sostenuto il padre e che detenevano il vero potere all’interno del regime. Potere che loro, o i loro successori, ancora detengono.

Tra questi comandanti non c’è mai stato accordo sul fatto che Joseph Kabila fosse o meno l’uomo di facciata giusto per il regime. Forse chi voleva un cambiamento ha davvero scelto Tshisekedi come nuovo candidato ufficiale del regime, contro la volontà di Kabila. O forse Kabila si è semplicemente reso conto che Shadary non avrebbe vinto neanche con l’aiuto della commissione elettorale.

Quindi Kabila avrebbe sedotto Félix Tshisekedi con la promessa della presidenza, facendo in modo che i risultati elettorali gli fossero favorevoli: un colpo di genio politico, perché in apparenza è stata l’opposizione a vincere. Ma non è così.

Appena “confermata” la sua vittoria, Tshisekedi ha dichiarato che avrebbe “reso omaggio al presidente Joseph Kabila. Oggi non dovremmo più considerarlo un avversario bensì un partner del rinnovamento democratico del nostro paese”. E fuori della Rdc quasi tutti stanno accettando a denti stretti l’inganno.

L’Unione africana ha “rimandato” la missione a Kinshasa a data da definirsi e due rispettabili leader africani, il presidente keniano Uhuru Kenyatta e il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa si sono congratulati con Tshisekedi. Anche la Comunità di sviluppo dell’Africa meridionale, l’organizzazione regionale, ha applaudito la “vittoria” di Tshisekedi, invitando i congolesi a sostenere il presidente eletto nello sforzo di mantenere “unità, pace e stabilità”.

È questo il cuore della questione. Se scoppiassero grandi proteste contro i brogli elettorali il governo potrebbe reagire con la violenza, rischiando di far precipitare il paese in un’altra guerra civile. Invece si potrebbe assistere al primo passaggio di poteri pacifico nella storia della Rdc. Per questo l’Africa sta dicendo ai congolesi di mettere da parte l’orgoglio e di aspettare. Meglio un uovo oggi che una gallina domani.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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