Manifesti elettorali a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il 18 dicembre 2018.

A Kinshasa il cambiamento può aspettare

Manifesti elettorali a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, il 18 dicembre 2018.
21 dicembre 2018 11:03

Non è un buon segno quando una votazione viene rinviata a 48 ore dall’apertura dei seggi, anche se la data viene spostata soltanto di una settimana. Soprattutto non è un buon segno in un paese che non ha mai vissuto un’alternanza democratica nella sua storia.

Il prossimo 23 dicembre la Repubblica Democratica del Congo (Rdc), il più grande paese dell’Africa francofona, avrebbe potuto voltare pagina dopo gli anni dei Kabila, il padre Laurent-Désiré, al potere per quattro anni, e il figlio Joseph, capo del paese negli ultimi 17 anni. Per inciso, ci sono volute centinaia di morti per convincere Joseph Kabila a rispettare il limite di mandati e a non candidarsi.

Ufficialmente la causa del rinvio delle elezioni al 30 dicembre è un incendio che la settimana scorsa ha distrutto migliaia di macchine per il voto elettronico, ma il clima di violenze e la mobilitazione dell’apparato statale a sostegno di Emmanuel Shadary (ex ministro dell’interno e successore designato da Kabila) e contro il principale oppositore, Martin Fayulu, fanno temere il peggio.

Una grande e tragica ricchezza
La Rdc è un paese devastato da quasi un secolo e mezzo, con una tormentata successione di tirannie: quella del re del Belgio Leopoldo II nel diciannovesimo secolo, che aveva trasformato il paese in una sua proprietà personale riducendolo in schiavitù; quella di Mobutu Sese Seko, il cleptocrate installato al potere dalla Cia dopo l’omicidio del leader dell’indipendenza Patrice Lumumba e i cui conti svizzeri erano equivalenti al debito nazionale, e infine quella dei Kabila padre e figlio.

Il medico congolese Denis Mukwege, a cui è stato assegnato il premio Nobel per la pace nel 2018 per la sua battaglia contro lo stupro come arma di guerra, ha fatto una triste constatazione durate la cerimonia del Nobel a Oslo: “Vengo da un paese tra i più ricchi del pianeta, eppure il suo popolo è uno dei più poveri del mondo”.

Il mondo esterno ha le sue responsabilità in questo caos

La più grande tragedia della Rdc è proprio quella ricchezza a cui allude il dottor Mukwege. Re Leopoldo era attirato dal caucciù, poi è toccato al rame dell’ex Katanga, infine oggi ai minerali rari indispensabili per costruire i telefoni.
In Repubblica Democratica del Congo è presente il più grande contingente delle Nazioni Unite, la Monusco, con circa sedicimila uomini, ma i caschi blu sono stati accusati di passività e rappresentano una difesa indebolita.

Il mondo esterno ha le sue responsabilità in questo caos, gli occidentali perché hanno coperto la dittatura di Mobutu durante la guerra fredda, i cinesi perché hanno importanti interessi nel paese e gli stati vicini perché hanno esportato le loro guerre in Rdc.

Il minimo che il resto del mondo possa fare per l’Rdc è garantire che la nuova data dello scrutinio sia rispettata e che il voto si svolga in condizioni soddisfacenti, prima che i congolesi si ribellino contro l’ennesima confisca della democrazia.

Da tempo immemore gli scrittori si interrogano sulla sorte della regione del Congo, da Joseph Conrad a V.S. Naipaul, passando per David Van Reybrouck e John Le Carré. Nessuno di loro ha trovato motivi per essere ottimista, ma non è troppo tardi per fare in modo che la Repubblica Democratica del Congo sfugga alla fatalità della violenza.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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