Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019.

La crisi venezuelana procede al rallentatore

Sostenitori di Juan Guaidó a Caracas, 4 marzo 2019.
07 marzo 2019 11:56

Juan Guaidó è tornato in Venezuela il 4 marzo, dopo aver trascorso quasi due settimane a fare il giro delle capitali dell’America Latina che riconoscono la sua rivendicazione di essere il “presidente ad interim” del paese. Per farlo ha sfidato il divieto governativo di lasciare il paese, e dovrebbe quindi essere arrestato da un momento all’altro. O forse no.

Nonostante tutta la feroce retorica, tanto dal campo di Guaidó quanto da quello del regime “eletto” di Nicolás Maduro, le loro azioni rivelano una curiosa mancanza d’urgenza.

Maduro non ha ancora arrestato Guaidó, anche se in passato ha incarcerato altri dirigenti dell’opposizione per crimini molto meno gravi dell’autodichiararsi presidente. E Guaidó non ha ancora nominato un “vicepresidente ad interim” che prenderebbe il suo posto se dovesse essere incarcerato, il che suggerisce che neanche lui pensa davvero che sarà arrestato.

Riluttanza comprensibile
Data la frammentaria natura dell’opposizione venezuelana – dove quattro grandi partiti hanno un fragile accordo di condivisione del potere chiamato Tavolo dell’unità democratica (Mud) – la riluttanza di Guaidó nello scegliere un vicepresidente proveniente dai suoi ranghi è comprensibile. È diventato presidente dell’assemblea nazionale nel 2018 solo perché era il “turno” del suo partito, Volontà popolare.

Non può scegliere il suo potenziale sostituto neanche all’interno di Volontà popolare, e non esiste un accordo valido che sancisca il diritto di un altro partito dell’opposizione di scegliere questo leader. E quindi, per evitare una lotta all’interno della coalizione Mud nel bel mezzo dello scontro con il regime di Maduro, Guaidó semplicemente non ha scelto alcun vicepresidente ad interim.

L’esercito statunitense non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre

D’altro canto, se Guaidó fosse arrestato adesso senza aver nominato un suo vice, ci sarebbe il rischio di un altrettanto grande scontro tra i quattro partiti di Mud a proposito di chi dovrebbe prendere il suo posto. Conclusione: Guaidó agisce come se non dovesse essere arrestato. Naturalmente potrebbe sbagliarsi, ma finora questa è una crisi che si muove con grande lentezza.

La mancanza d’urgenza riguarda anche le forze armate statunitensi che, da quanto si può osservare, non stanno facendo alcun preparativo chiaro d’invasione del Venezuela. Chi s’intende di strategie militari internazionali degli Stati Uniti sa che questi quasi sempre si preparano per settimane o mesi, facendo affluire le proprie truppe prima di varcare effettivamente un confine difeso da altre forze armate. Attualmente questo non sta accadendo.

Le masse non si sono presentate
Perché tutti si muovono così lentamente? Perché tutti sperano ancora che ci possa essere un esito pacifico, se nessuno tirerà troppo la corda adesso.

La grande delusione di Guaidó è arrivata il 2 marzo, dopo aver promesso che centinaia di migliaia di persone si sarebbero recate ai confini per consegnare gli “aiuti umanitari” forniti dagli Stati Uniti e che finora sono stati bloccati dal regime di Maduro. Le cose non sono andate tanto bene. Le masse non si sono presentate e tra i soldati venezuelani che tengono gli aiuti fuori del paese non ci sono state significative diserzioni.

Ma nemmeno Maduro può dormire sonni tranquilli. Sa che le terribili carenze di cibo e medicine (che hanno spinto tre milioni di venezuelani a lasciare il paese negli ultimi anni) hanno seriamente eroso il sostegno popolare al regime.

Maduro ha ottenuto solo un terzo dei seggi nelle elezioni del 2015 per l’assemblea nazionale, e ha risposto cercando di sostituirla con una “assemblea costituente” rivale (ma l’assemblea nazionale è ancora attiva e Guaidó ne è il presidente). Ha dovuto truccare il voto e incarcerare i dirigenti dell’opposizione per “vincere” le elezioni presidenziali dello scorso anno. Secondo le stime più ottimistiche conserva circa il 15 per cento del supporto popolare.

Quanto all’esercito statunitense, non vuole davvero invadere il Venezuela. Sta cercando di voltare la pagina dopo 17 anni di guerre, impossibili da vincere, contro movimenti di guerriglia in Medio Oriente. L’ultima cosa di cui ha bisogno oggi è una nuova serie d’insurrezioni armate con cui fare i conti in Venezuela.

È probabilmente quel che accadrebbe se invadesse il paese. Il regime di Maduro ha sicuramente perso il sostegno popolare, ma anche se solo il 15 per cento della popolazione rimanesse fedele alla “rivoluzione”, ci sarebbero comunque una guerriglia e una resistenza terroristica che potrebbero durare anni.

Spettacolare incompetenza
Il regime di Maduro si sta lentamente disfacendo, soprattutto a causa della sua spettacolare incompetenza. Tutte le principali economie esportatrici di petrolio sono state colpite dal calo del valore del greggio. Ma solo in Venezuela esistono tante persone che soffrono di malnutrizione grave, e solo in questo paese la produzione di petrolio è crollata in maniera così stupefacente, addirittura di due terzi.

Non è a causa delle sanzioni statunitensi, imposte con decisione solo nel 2017, e non è a causa del “socialismo” (Cuba ha vissuto una crisi di liquidità altrettanto grave dopo il crollo dell’Unione Sovietica, e nessuno è morto di fame). Il motivo è che parole come “reinvesitre” e “manutenzione” non fanno parte del vocabolario chavista.

Anche se il regime è probabilmente destinato al collasso, non conviene a nessuno scatenare grandi e durature violenze, calcando troppo la mano adesso. Amnistie e altri accordi potrebbero favorire una transizione pacifica, e c’è ancora tempo per vedere se la cosa potrà funzionare.

Questo non significa che lo scontro non possa avere una conclusione violenta, ma spiega perché i principali attori stanno facendo le cose con tutta questa calma.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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