10 agosto 2021 11:41

Il Perù detiene attualmente diversi record: di presidenti che si sono susseguiti l’uno dopo l’altro (tre in un mese, nel novembre del 2020), di morti provocati dal coronavirus (seimila per ogni milione di abitanti) e del presidente dall’aspetto più giovane (visto da lontano, sotto il suo caratteristico gigantesco cappello di paglia, sembra un ragazzino di tredici anni). Le apparenze però ingannano.

Pedro Castillo, che ha inaugurato il suo mandato il 28 luglio, in realtà ha 51 anni. Il numero di morti provocati dal coronavirus è così alto perché i peruviani stanno dicendo la verità su quello che è accaduto: i numeri reali di paesi come l’India o il Brasile sono probabilmente peggiori. E le elezioni peruviane sono state in realtà piuttosto regolari. È la politica a essere sporca.

Talmente sporca che dal 1985 a oggi ogni presidente è stato messo in stato d’accusa o in carcere per corruzione e altri reati, mentre uno è ancora in attesa di essere processato, un altro è agli arresti domiciliari e uno in attesa di estradizione dagli Stati Uniti (questo però indica una certa sopravvivenza dello stato di diritto in Perù).

Occhi sulle elezioni
Persino Keiko Fujimori, la candidata alle presidenziali di estrema destra che per 40mila voti (su 19 milioni) non ha battuto Castillo al ballottaggio di giugno, è stata più volte in carcere negli ultimi due anni, accusata di riciclaggio di denaro (suo padre, l’ex presidente Alberto Fujimori, sta scontando 25 anni per corruzione e violazioni dei diritti umani).

Eppure, in mezzo a tutto questo, gli osservatori dell’Organizzazione degli stati americani, dell’Unione europea e del dipartimento di stato degli Stati Uniti hanno ritenuto libere e corrette le elezioni di giugno. Tutti hanno aspettato pazientemente più di mese che le schede venissero conteggiate e i ricorsi in tribunale presentati da Fujimori respinti. E alla fine lei non si è comportata come Trump. Ha accettato il risultato.

Un esito migliore di quello che potrebbero vantare alcuni altri paesi, ma Castillo ha scatenato una nuova ondata di panico. Ha poca esperienza in politica e fino al 2017 era preside di una scuola superiore in una cittadina povera delle Ande. Poi ha guidato uno sciopero degli insegnanti ed è diventato famoso in tutto il paese, ma i primi consiglieri politici reclutati erano per la maggior parte devoti marxisti.

Scompiglio
I peruviani poveri, l’elettorato naturale di Castillo, sono in larga misura di sinistra, ma il marxismo classico non è ciò che preferiscono. Quasi 70mila persone, in gran parte indigeni, abitanti degli altipiani, sono stati uccisi nella lunga guerra condotta dai ribelli maoisti di Sendero luminoso negli anni ottanta e novanta, e nessuno vuole tornare a quella situazione.

Perciò Castillo ha cominciato a moderare il linguaggio durante la campagna elettorale. Un tempo diceva di voler nazionalizzare qualsiasi cosa, adesso si limiterà a tassare molto di più le compagnie minerarie straniere. Sosteneva di voler riscrivere la costituzione, ma dispone di meno di un terzo dei seggi al congresso. Nonostante ciò le élite del mondo degli affari e tutta la classe media sono in preda al panico.

“C’è un candidato che rappresenta un salto nel vuoto e che potrebbe riportarci indietro di cinquant’anni, mentre dall’altra parte c’è la figlia di un dittatore”, ha detto il romanziere peruviano Carlos Dávalos. “Si tratta di scegliere tra morire di fame e morire di disonore”. E lo scrittore più noto della generazione precedente, Mario Vargas Llosa, ha definito Fujimori “il male minore”.

C’è da dire che la classe media peruviana adora il melodramma, perciò ha sbandato quando Castillo ha scelto come primo ministro Guido Bellido, un politico marxista di sinistra. Castillo però impara in fretta: subito ha annunciato che il suo ministro delle finanze sarà Pedro Francke, un ex tecnocrate della Banca mondiale.

Tutto questo somiglia molto al grande scompiglio creatosi nelle classi medie e alte quando Luiz Inácio Lula da Silva, l’icona della sinistra brasiliana, ha vinto le sue prime presidenziali nel 2002. Eppure alla fine è andato tutto bene. Ha poi vinto un secondo mandato e quelli sono stati gli otto anni migliori mai vissuti dal Brasile.

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Avevo intervistato Lula per la prima volta circa 15 anni prima, quando era ancora un lavoratore dalle mani callose alla guida di un sindacato del settore automobilistico nel distretto industriale Abc, a sud di São Paulo, e all’epoca anche lui aveva sfornato un bel po’ di retorica marxista. Ma nel tempo ha imparato quello che funziona davvero per fare gli interessi del suo popolo e al momento di diventare presidente si era lasciato tutto alle spalle.

Castillo deve risalire una curva di apprendimento molto più ripida, perché ha avuto a disposizione solo tre anni. Deve inoltre far fronte a un congresso che cercherà di sabotarlo di continuo. Tuttavia, è sia intelligente sia carismatico e potrebbe imparare abbastanza, e abbastanza in fretta per fare bene. Di sicuro non potrà fare peggio della maggior parte dei suoi predecessori.

Magari non raggiungerà gli standard di Lula, ma potrebbe arrecare alla metà indigena della popolazione del Perù benefìci pari a quelli che Evo Morales ha permesso di raggiungere agli indigeni boliviani. E nonostante la turbolenza che ha preceduto e seguito il mandato presidenziale di Morales, a conti fatti ha fatto molte cose positive per la maggioranza indigena povera e oppressa del suo paese.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)