05 ottobre 2021 13:56

In un’epoca ormai lontana mi chiesero di scrivere una serie televisiva sui servizi segreti mondiali. Rifiutai senza mezzi termini. Principalmente perché avevo la sensazione che tutto il mondo dell’intelligence nascondesse in realtà molte cose. I successivi trent’anni non hanno fatto che confermare quel giudizio.

Oggi un esempio emblematico sono le recenti rivelazioni sulla Central intelligence agency (Cia) degli Stati Uniti. Nel 2017, a quanto pare, la Cia ha accarezzato l’idea di rapire o uccidere Julian Assange, il fondatore di WikiLeakes, nel suo rifugio presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra.

WikiLeaks aveva messo in grave imbarazzo la Cia nel 2010, quando aveva pubblicato in rete un gran numero di documenti statunitensi segreti relativi alle guerre in Iraq e in Afghanistan. Temendo un’estradizione negli Stati Uniti, Assange (che è cittadino australiano) aveva chiesto asilo nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra nel 2012.

Le intenzioni si erano fatte più serie nel 2017, quando Donald Trump era diventato presidente degli Stati Uniti e aveva nominato Mike Pompeo capo della Cia. Pompeo si era rapidamente convinto che i russi avrebbero cercato di trasferire Assange fuori del Regno Unito per averlo a loro disposizione.

Le similitudini con l’omicidio di Khashoggi
Per questo la Cia si era predisposta ad anticipare i russi, con l’idea di rapire Assange dall’ambasciata e di portarlo negli Stati Uniti o, se la cosa non avesse funzionato, di ucciderlo. Furono discussi anche i piani d’emergenza per neutralizzare un possibile tentativo dei russi di fare fuggire Assange, assalendo il veicolo usato per la fuga, sparando agli pneumatici dell’aereo usato per la fuga o, di nuovo, uccidendolo.

I russi si erano resi conto di tutti questi progetti e avevano cominciato ad attivare i loro uomini nei dintorni dell’ambasciata. “Comico è dire poco”, ha dichiarato un ex alto funzionario dell’amministrazione Trump. “Eravamo arrivati al punto in cui ogni essere umano nel raggio di tre isolati (dall’ambasciata) lavorava per un qualche servizio d’intelligence: potevano essere netturbini, ufficiali di polizia o addetti alla sicurezza”.

Il vero punto della questione è che nessuna delle rivelazioni di Assange ha danneggiato qualcuno

Comica e improbabile, ma è probabilmente così che è stato concepito il piano per rapire o uccidere il giornalista saudita Jamal Khashoggi nel consolato di Riyadh a Istanbul, città in cui si trovava in esilio volontario. Almeno gli alti funzionari che circondavano Trump si sono dimostrati abbastanza adulti da rendersi conto della follia dell’idea e da abbandonarla. Lo stesso non è accaduto per i collaboratori di Muhammad bin Salman.

Poi in Ecuador è cambiato il governo e, nel 2019, Assange è stato espulso dall’ambasciata di Londra e poi fatto oggetto di una richiesta d’estradizione da parte degli Stati Uniti. Un tribunale britannico ha respinto l’istanza all’inizio del 2021, ma Assange rimane in prigione, in attesa dell’esito dell’appello presentato dagli Stati Uniti.

In esilio e in prigione
Ma il vero punto della questione è che nessuna delle rivelazioni di Assange ha danneggiato qualcuno, e molte di esse erano sacrosante, come quelle sui crimini di guerra in Iraq e Afghanistan e sulla sorveglianza del governo su decine di milioni di cittadini statunitensi. La Cia ha fatto tutto questo in segreto. Semplicemente perché è stata libera di farlo, non perché questo fosse necessario o giustificabile.

Questi comportamenti non sono tipici solo delle agenzie d’intelligence statunitensi, naturalmente, e queste non pensano sempre a uccidere chi rivela i loro preziosi segreti. Per questo l’israeliano Mordechai Vanunu, che ha confermato l’esistenza delle armi nucleari israeliane nel 1986, è stato semplicemente rapito in Italia e imprigionato in Israele per 18 anni (di cui undici passati in isolamento stretto).

Le rivelazioni di Vanunu non hanno cambiato nulla: tutti sapevano già che Israele possedeva armi nucleari, anche se non lo confermerà mai pubblicamente. Trentacinque anni dopo il suo rapimento, tuttavia, Vanunu non è ancora autorizzato a uscire da Israele. Se parlasse a degli stranieri sarebbe arrestato, e ogni tanto finisce ancora in cella per alcuni mesi.

E poi c’è Edward Snowden, un ex dipendente della Cia che nel 2013 ha rivelato grandi quantità d’informazioni sui programmi di sorveglianza globale dell’Agenzia per la sicurezza nazionale (Nsa) degli Stati Uniti. Rivelare che Washington stava violando i telefoni di leader stranieri alleati, come la tedesca Angela Merkel, era la cosa giusta da fare. Ma Snowden non potrà mai più tornare nel suo paese.

Il governo degli Stati Uniti l’ha intrappolato a Mosca, cancellandogli il passaporto mentre era in viaggio da Hong Kong all’America Latina, dove aveva chiesto asilo politico. Otto anni dopo è ancora bloccato in Russia. La sua compagna l’ha raggiunto a Mosca nel 2014 e oggi i due sono sposati e hanno un figlio di tre anni. Ma tornare nel suo paese significherebbe per Snowden la prigione a vita. Le punizioni non finiscono mai.

Queste persone non stanno “aiutando i terroristi” o tradendo i loro paesi. I “servizi d’intelligence” (la vecchia espressione “servizi segreti” era meno fuorviante) generano spontaneamente degli imperi burocratici e non smettono di espandere il loro raggio d’azione, perché è questo che fanno le burocrazie. Può darsi che siano utili in tempo di guerra. Ma quel che fanno in tempo di pace è, per la stragrande maggioranza, inutile.

Nel 1990, quando la guerra fredda stava per finire, ne avevo solo il sospetto. Adesso la cosa è una verità accecante. Tutti i casi di cui sopra sono “crimini” senza vittime, dove informazioni che avrebbero dovuto essere note – a proposito del comportamento illegale, controproducente e perfino criminale degli stati – sono state finalmente rivelate. E nei quali, poi, i servizi d’intelligence perseguitano in maniera spietata le gole profonde. Per spaventare gli altri e costringerli al silenzio.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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