Londra, 7 novembre 2017.

Fermiamo la Brexit, in nome della democrazia

Londra, 7 novembre 2017.
07 dicembre 2017 12:53

Cosa significa amare il proprio paese? È quel genere di amore in cui non si deve mai dire “mi dispiace”? Una volta il grande critico A.A. Gill aveva sottolineato che così come gli inuit avrebbero, a quanto pare, decine di parole per dire “neve”, nessuna delle quali significa davvero “neve”, i britannici hanno “moltissimi usi” per l’espressione “mi dispiace”, ma in qualche modo non sono capaci di scusarsi quando è davvero importante.

Ora è importante. È importante perché abbiamo fatto un terribile errore. Mentre il disastro del negoziato sulla Brexit continua a incombere sulle nostre teste, l’opzione che nessuno sembra voler discutere è quella che ci provocherebbe più imbarazzo a breve termine ma minor dolore a lungo termine: cancellare tutto e andare avanti.

Nella sfera pubblica, quelli di noi che guardano con orrore al carrozzone della politica britannica sono stati costretti a limitare le loro proposte a un rallentamento del processo per ottenere un migliore accordo di divorzio. Al momento non è presa minimamente in considerazione la scelta di farsi avanti e dire chiaramente che non dovrebbe esserci nessuna Brexit. L’idea che forse dovremmo chiedere scusa è intollerabile.

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Non penso che scusarsi significhi odiare la democrazia. Dire che le cose sono cambiate e che la Brexit “dura” che si avvicina all’orizzonte non la vuole nessuno non è affatto antidemocratico. Vogliono convincerci che la volontà del popolo possa essere condensata in un referendum non vincolante che, dopo una campagna infestata dalla disinformazione, ha concesso un vantaggio di appena 4 punti percentuali al partito dell’uscita dall’Unione europea.

Ma, tanto per cominciare, forse le cose non sono andate esattamente così. La campagna del Leave è sotto indagine per violazione delle regole sul finanziamento elettorale e c’è più di un sospetto di un’ingerenza del Cremlino nelle settimane precedenti al voto.

Mi piacerebbe tornare ai vecchi tempi, quando il nostro consenso era modellato sul suolo britannico e non in enormi magazzini di San Pietroburgo. Quantomeno dateci bugie britanniche per elettori britannici. Ma dire alle persone che hanno creduto a un ammasso di bugie non è una strategia vincente, così come non lo è dire alle persone che hanno fatto un errore e ne pagheranno le conseguenze.

Un numero significativo di trogloditi conservatori sta tenendo in scacco il paese

Il concetto più importante è che la democrazia non è uno sport. La democrazia non è una partita della domenica in cui una squadra perde e l’altra vince. La democrazia non è un gioco. Chi la tratta come tale dovrebbe farsi un esame di coscienza, specialmente i parlamentari che considerano e continuano a considerare la politica un’occupazione da gentiluomini, le cui conseguenze sono irrilevanti per tutti quelli che hanno una casa maestosa dove tornare la sera.

La democrazia è, o dovrebbe essere, un rapporto continuato tra esseri umani che cercano di vivere insieme senza ammazzarsi, prendendo decisioni collettive sul loro futuro senza cercare di sottomettere l’avversario.

In questo momento non si vede un risultato positivo, per nessuno. Magari arriverà il giorno in cui il Regno Unito potrà lasciare l’Unione europea con la sua economia, la sua dignità, la sua reputazione e il suo tessuto sociale intatti. Ma quel giorno non è oggi.

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Bisogna fermare la Brexit e il modo migliore di farlo è spingere il governo a fare l’unica cosa sensata: ritirare l’articolo 50 e dimettersi. Tanto non sarebbe durato in ogni caso. Possiamo ancora metterci una pezza, dobbiamo metterci una pezza. Non solo per il nostro bene, ma per il bene di tutti.

A noi britannici piace pensare di essere superiori e immuni dal fanatismo violento e ottuso che ha fatto sprofondare nel caos gli Stati Uniti. Un politico britannico sarebbe sbeffeggiato se promettesse di “far tornare grande il Regno Unito”. Ma in fondo non c’è bisogno di prometterlo, abbiamo già la parola “Grande” nel nome del paese.

Un numero significativo di trogloditi conservatori sta tenendo in scacco il paese, apparentemente convinti che solo per una causalità cosmica non controllano più direttamente metà del pianeta e che la perdita del nostro impero sia un disguido imbarazzante che sarà risolto appena il cameriere tornerà con il conto.

Una scoperta sorprendente
Il Regno Unito non ha idea di cosa è, perché non sa nemmeno cos’era, perché ha scelto di non ricordare. Come sottolinea Shashi Tharoor nel suo recente Inglorious empire, per i britannici è assolutamente normale studiare la storia dalle elementari all’università senza imparare assolutamente nulla sull’eredità coloniale. Questo può spiegare come abbiamo fatto ad arrivare al punto in cui i politici si permettono di dire con la faccia serissima (e ottenendo un grande vantaggio elettorale) che non è giusto che gli stranieri vengano nel nostro paese e chiedano di condividere le nostre risorse.

Dobbiamo fare un passo indietro sulla Brexit. Non sarà facile e non sarà comodo. In teoria per salvarci dalla rovina sociale e finanziaria e dalla vergogna internazionale dovremmo poter tollerare un po’ di imbarazzo temporaneo, ma a quanto pare la nostra cultura è basata sul principio che gli abitanti di questa piccola isola sono disposti a subire qualsiasi cosa pur di non ammettere di aver sbagliato. Ma dobbiamo farlo, non solo per il bene delle generazioni che potrebbero presto ereditare questo sistema politico allo sbando e che hanno votato in massa per l’adesione all’Unione, ma per il bene del resto del mondo. Il motivo per cui sono così convinta è che negli ultimi mesi ho capito, con mia grande sorpresa, che amo il mio paese.

Ci sono molti modi per amare il proprio paese, e non tutti prevedono un’incosciente ripetizione di canzoni che parlano di grandezza perduta. Quello è un amore malato. Io amo il paese come amo i miei familiari, per il semplice fatto che facciamo parte l’uno dell’altro. Amo le manie del mio paese, tollero le sue idiosincrasie, sono delusa dalle sue piccole crudeltà e dai momenti in cui si prende in giro da solo. Ma più di ogni altra cosa considero un mio diritto e un mio dovere quello di dire al mio paese che sta facendo una cazzata, come farei con tutte le persone che amo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman.

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