Gareth Jones negli anni trenta.

A un grande giornalista non servono i like sui social network

Gareth Jones negli anni trenta.
17 dicembre 2015 19:17

Si chiamava Gareth Jones, un nome come tanti altri, ma in queste giornate confuse il suo nome è risuonato in tre continenti. Era nato in Galles nel 1905, figlio di un professore e di una maestra, e fu uno studente eccellente, Cambridge compresa. Parlava francese, tedesco e russo. Dopo la laurea andò a lavorare per il Foreign office, ma presto decise di sbrigarsela da solo. Nel 1931 fece il suo primo viaggio in Unione Sovietica al servizio di un ricco americano, Jack Heinz, il principe del ketchup. Poi tornò a Londra per scrivere le memorie di Lloyd George, ex premier britannico. Il suo momento arrivò all’inizio del 1933, quando andò in Germania per raccontare l’arrivo al potere di diversi signori dalle camicie marroni e dai disegni oscuri.

“Se questo aereo cadesse, la storia dell’Europa cambierebbe. Perché a pochi metri da qui è seduto Adolf Hitler, cancelliere tedesco e leader del risveglio nazionalista più vulcanico che il mondo abbia mai conosciuto”, scrisse dall’aereo ufficiale nazista nel febbraio del 1933. “Come ha fatto quest’uomo dall’aspetto così ordinario a farsi prendere per un dio da quattordici milioni di persone?”.

La decisione di voltarsi dall’altra parte non è un’invenzione moderna

Il mondo ricco provava una certa simpatia per Hitler, perché pensava che l’avrebbe aiutato a combattere il comunismo. Gareth Jones diceva di stare attenti: il nazismo era “una massa di dinamite umana”. A marzo Jones prese un treno per l’Ucraina. Qualcuno gli aveva detto qualcosa che tutti tacevano: il governo di Stalin stava riducendo alla fame la regione, i suoi abitanti morivano come mosche.

Il 29 marzo pubblicò su diversi giornali un pezzo che sarebbe diventato famoso: “Ho camminato attraverso villaggi e kolchoz. Ovunque ho sentito lo stesso grido: ‘Non abbiamo pane. Stiamo morendo’”. Jones spiegò che i comunisti negavano l’evidenza e davano la colpa della mancanza di alimenti ai contadini. Raccontò che quando era risalito in treno aveva buttato una buccia di arancia nella spazzatura e un uomo ci si era avventato sopra per mangiarsela.

I suoi reportage, pubblicati dal Manchester Guardian e dal New York Evening Post, non spinsero l’occidente a intervenire e furono seguiti da accese smentite; gli intellettuali più influenti sostenevano la rivoluzione sovietica e non volevano sapere.

Il capo dell’ufficio russo del New York Times, Walter Duranty, premio Pulitzer nel 1931, scrisse che la storia era falsa, e molti si schierarono dalla sua parte. Jones insistette, citò fonti, raccontò: cinque mesi dopo, Duranty sosteneva ancora che “qualsiasi notizia su una carestia in Russia è un’esagerazione o una propaganda malintenzionata”. A quel punto erano morti di fame otto milioni di ucraini. La decisione di voltarsi dall’altra parte non è un’invenzione moderna.

I nostri mezzi d’informazione fanno di tutto pur di soddisfare i loro clienti, e così si riempiono di liste e consigli e diete e tette

Jones fu espulso dalla Russia e andò a esplorare l’estremo oriente. A volte si domandava a cosa servisse parlare quando nessuno voleva sentire quello che diceva; poi chiedeva che gli riempissero di nuovo il bicchiere. Viaggiò in Cina, in Giappone, in Mongolia. Era da quelle parti quando i giapponesi invasero la Manciuria; Jones voleva raccontarlo, ma fu sequestrato da una banda di malviventi mongoli. Chiesero per il suo riscatto centomila pesos messicani; mentre negoziavano arrivò un inviato del soviet che, si dice, pagò di più. Lo fucilarono nel bel mezzo del nulla il 22 agosto 1935; il giorno dopo avrebbe compiuto trent’anni.

Sono passati 80 anni. Mi piace ricordarlo come un esempio di quello che i giornalisti fanno sempre meno: scrivere contro il pubblico. I nostri mezzi d’informazione si sono inventati mille espedienti (clic, retweet, mi piace) per capire cosa vogliono i loro clienti e fanno di tutto pur di soddisfarli, e così si riempiono di liste e consigli e diete e tette. Dicono che fare giornalismo significhi raccontare qualcosa che qualcuno non vuole che si sappia; ma forse, fare giornalismo significa sempre di più raccontare quello che molti non vogliono sapere.

(Traduzione di Francesca Rossetti)

Questo articolo è uscito sul quotidiano spagnolo El País.

pubblicità

Articolo successivo

Cosimo Gomez racconta una scena di Brutti e cattivi